Non ho l’eta’

Ieri sono stata ad un workshop che avrebbe dovuto chiarirmi le idee sulla possibilita’ di fare un dottorato. Il workshop nella maggior parte dei casi e’ una parola traducibile con “perdita di tempo”, e quello di ieri non faceva eccezione: una tizia laureata e dottorata che aveva come unico compito stimolare qualche ovvia riflessione da parte di aspiranti accademici. Una roba che una persona mediamente sveglia avrebbe potuto fare tranquillamente a casa, magari con l’aiuto di qualcuna di quelle slides che lei aveva diligentemente preparato.

Mi serve davvero una guida per capire che il dottorato e’ un processo lungo, che richiede tempo e denaro e moltissima passione, e che alla fine potrebbe non portarmi a nulla? Le riflessioni in tavola, infatti, erano proprio queste: lo farei perche’ potrei avere lavori migliori e ben pagati, una carriera accademica brillante, potrei dedicarmi a cio’ che mi interessa di piu’; non lo farei perche’ sono 3 anni potenzialmente buttati, costa tanto, ok le prospettive di carriera sono migliori ma non e’ detto, odio l’idea di dover insegnare.

E nessuno dei presenti (tranne me) ha sollevato un’atra questioncina da nulla: l’eta’. Perche’ possiamo star qui a cantarcele e suonarcele finche’ vogliamo, ma al giro di boa dei 30 (e oltre) e’ piu’ che legittimo domandarsi se davvero si vuole investire tutto quel tempo in un progetto dall’esito misterioso. A 20 anni, 3 anni sono niente; a 30, sono un’autostrada spianata verso gli -anta, costellata di pericoli di fallimento. Ah, non ci avevate pensato?

Per fortuna che il workshop era gratis.

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Le anime antiche

Poco fa, ho mostrato alla mia collega l’ennesima foto del mio cagnone. Sono un po’ come quelle mamme (tutte le mamme, diciamo) orgogliose del loro pargolo, il piu’ bello di tutti. Il mio amico peloso ha gia’ numerosi fans, e le sue facce in foto non fanno che aumentare il gradimento della bestia agli occhi del pubblico. Certi scatti lo ritraggono tra il perplesso e lo stremato, per avere a che fare con una che gli da piu’ filo da torcere di un moccioso urlante. Sorridendo nel guardare il nostro selfie (obbligatorio per chiudere il 2013), la collega mi ha detto: “Lui e’ un’anima antica, lui e’ gia’ stato qui”. Che e’ un’immagine bella che mi ha subito riportato alla mente un libro letto un paio di anni fa – un romanzo molto strappalacrime dal titolo “A dog’s purpose”, che narra la vita, anzi, le vite, di un cane che ritorna sulla terra dopo numerosi trapassi, fino a ritrovare da anziano il padrone che aveva amato di piu’.

Mentre, per quanto riguarda gli umani, fatico ad immaginare un ritorno in forma di altro umano che possa interagire con le persone care lasciate sulla terra, questa idea di reincarnazione canina mi convince di piu’. In fondo, i cani stanno con noi per cosi poco tempo, che e’ bello pensare che poi ritornino a farci compagnia. Magari non subito, o di un’altra razza, o anche di un altro sesso, ma che comunque ci conoscano gia’. Cosa che un po’ spiegherebbe anche il motivo per cui ci vogliono bene dal minuto zero, senza dubbi e senza bisogno di presentazioni.

Qualunque sia la verita’ (sempre che ne esista una), sono certa di una cosa: “se non ci sono cani in paradiso, io quando muoio voglio andare dove vanno loro” (Will Rogers).

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