Che rumore fa la felicità? (100 happy days)

Cosa serve per essere felici? Bella domanda. Non ne ho idea. Non saprei nemmeno decidere se lo sono mai stata, veramente. O quantomeno per periodi prolungati.

Giusto lunedì sono inciampata sulla pagina di 100 Happy Days, un progetto/sfida che invita i partecipanti a trovare ogni giorno un momento di felicità. Ogni giorno, si è spronati a trovare un motivo per essere felici. Incontrare un amico, una bella fetta di torta, un gesto carino di uno sconosciuto… Insomma, un invito a prestare più attenzione a quello che ci accade ogni giorno, e ad identificare gli aspetti positivi. Una sfida a trovare, anche nella classica giornata di merda, uno spiraglio di luce. Ho deciso di buttarmici perché sono un’inguaribile pessimista, e chissà che questo esercizio non mi aiuti a migliorare il mio atteggiamento nei confronti del mondo.

Naturalmente, essendo anche un’inguaribile sfigata, ho scelto il momento peggiore per iniziare la sfida: una particolare situazione, che mi sembrava andare perfettamente bene nella sua semplicità, si è improvvisamente complicata nel giro di poche ore, spiazzandomi e ributtandomi nel classico: “Ma perché non deve andarmene bene una?”. Che un po’ mi attanaglia anche ora (4 giorni di allenamento non bastano mica per cambiare visione del mondo).

Per certi versi sono molto ottimista: mi sono trovata in situazioni complicate o poco felici e ne sono uscita pensando sempre che comunque ero stata fortunata, e le cose sarebbero potute andare molto peggio di così. In genere ragiono in questi termini quando si tratta di problemi di salute, perché fino ad ora quel che mi è capitato, per quanto grave, è sempre stato gestibile e controllabile, e molto meno serio di altre cose con cui hanno avuto a che fare persone a me care.
Ma quando si tratta di altri aspetti, ad esempio la vita sentimentale (eh? Quale vita sentimentale?!), vedo solo e unicamente nero. E fatico a capire se sia la sfiga a rendermi pessimista, o il pessimismo ad attirare la sfiga. Difficile separare i due aspetti, ma altrettanto difficile non cadere nel turbine di pensieri neri quando sugli schermi della vita continua ad essere proiettato lo stesso film, o al massimo un suo remake.

Il mio dichiarare ufficialmente di essermi rassegnata è forse più un modo per accettare che, per dirla col mio migliore amico, creperò da sola (o eventualmente con lui), e per limitare al minimo le aspettative e le speranze. Tanto che mi sono trovata nella situazione di cui sopra, e mi sono anestetizzata al punto da dichiarare (forse anche credendoci) cose che normalmente non rientrerebbero nel mio personaggio. Ma, per salvarmi, ho sviscerato la cosa in talmente tanto dettaglio che sono riuscita ad identificare più o meno esattamente i motivi per cui credo che un’evoluzione in una certa direzione non sarebbe la cosa migliore. E allora perché vado avanti, sapendo che non c’è un’uscita? Boh. A saperlo, non sarei qui a riflettere sulla felicità. Forse.

Pensandoci bene, comunque per una cosa sono felice, vada come vada: ho imparato a parlare. In situazioni di questo tipo, indosso l’armatura e adotto lo stile mafioso dell’omertà. Non parlo, pensando di veicolare chissà quale messaggio. Sono troppo incazzata, o ho troppa paura. Il risultato è che la controparte s’incazza pure lei, e poi si rompe le palle e lascia perdere. A questo punto, tiro fuori carta e penna e metto nero su bianco i miei sentimenti. Ovviamente è già troppo tardi.
Stavolta ho fatto saltare i miei schemi, tentando cose mai viste prima. Vada come vada, almeno non avrò corso sul posto, ma qualche passo l’avrò fatto. Spero nella giusta direzione.

 

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