Rimpianti vs. Rimorsi vs… Felicità?

Questa sera sono uscita con alcuni amici per una cena di addio a uno di noi che si trasferirà in Scozia dopodomani. E’ una situazione un po’ surreale, dal momento che lui è un più o meno ufficialmente il centro della nostra vita sociale. Sarà strano pranzare e andare al pub il venerdì senza di lui. Per carità, se c’è una cosa che ho imparato nella mia girandola di cambi di paese è che la vita va avanti. Per chi si sposta e per chi rimane.

Chi se ne va ha davanti gli ostacoli di un nuovo inizio, abbinati all’emozione e all’adrenalina che suddetto nuovo inizio comporta.
Chi resta… Beh, si deve abituare al cambiamento, e magari riflettere sul fatto che ogni tanto bisogna, appunto, cambiare.

Ma questo è un altro discorso.

Tornando a casa ho passeggiato con uno dei ragazzi che erano fuori a cena. Si è trasferito da qualche mese dalla Francia. E’ forse la persona più solare che abbia mai incontrato nella mia vita: è disponibile, si farebbe in quattro per darti una mano, è sempre allegro e positivo. Se penso a lui scoppio istantaneamente a ridere. Con lui e un altro gruppetto di persone (la maggior parte di quelli fuori a cena) ho passato un weekend nel nord dell’Inghilterra. E’ stato bello vedere posti nuovi, ed è stato piacevole farlo con un gruppo di bella gente.
Passeggiando questa sera, il mio amico mi ha detto che il ritorno era stato un po’ traumatico, benché fossimo stati via solo un paio di giorni. Che c’erano aspetti di quei luoghi e delle persone del posto che gli ricordavano casa, in modi che faceva fatica a spiegare.
Fossi stata io al suo posto, avrei continuato dicendo che mi mancava, per esempio, Sydney, che la vita era meglio là, che era tutto meglio là, e accidenti a me il giorno in cui ho deciso di mandare tutto in vacca e tornare in Europa.

Non lui. Lui ha detto una cosa che dovrei scolpirmi in testa: non ho rimpianti né rimorsi. E’ stupido, ha proseguito, non ha senso. Certo, posso dire che preferisco un posto piuttosto che un altro, ma se ti sposti ti sposti, guardarsi indietro non ha senso.

Mi ha fatto sentire stupida per il mio continuo lamentarmi e sognare di essere altrove. Gira che ti rigira, ogni “altrove” ha i suoi problemi e sarà sempre peggio di qualcos’altro. Il punto è riuscire a star bene dove si è in un determinato momento. Fare resistenza non serve e complica solo le cose. Dovrebbe essere facile, ma eccomi qua a scrivermelo e a tentare di ricordarmelo su ignaro suggerimento di un’altra persona. Forse non me lo scrivo e non me lo ricordo abbastanza. Forse dovrei frequentare più persone che me lo facciano capire.

Compleanni (confusione e dolcezza)

Esattamente 7 giorni fa (tecnicamente 8) ho compiuto 33 anni. Un numero significativo e simbolico. I famosi “anni di Cristo”. A 33 anni, Gesù è stato messo in croce dopo aver passato i precedenti non so quanti anni a far casino in giro per la Galilea e la Palestina. Talmente tanto casino, in effetti, che per quello ce lo ricordiamo ancora dopo 2000 anni (e per quello è finito male).

Arrivata a questa simbolica età, è automatico fare bilanci. Al 33° anno di età, cosa ho concluso? Non ho resuscitato morti né moltiplicato pani e pesci, non ho guarito malati né sono sopravvissuta 40 giorni nel deserto. Non sono nemmeno mai riuscita a guadagnare abbastanza soldi da permettermi di vivere da sola (fosse anche in un tugurio), per citare qualcosa di più facile di un miracolo.

I compleanni non mi piacciono molto. Mi piace ricevere auguri, e ovviamente regali, e mi piace passare il mio tempo con poche persone altamente selezionate. Mi piacciono le feste di compleanno degli altri, ma per me non ne ho mai organizzate. Negli ultimi anni, cene o, quando ero in Australia, ritrovi al pub: ci si vede alla tal ora, chi vuol venire venga, senza impegno. Non amando essere al centro dell’attenzione, faccio tutto in piccolo. Ed è meglio, perché solitamente sono pensierosa e di cattivo umore, e tra le mie varie paure c’è quella che nessuno si presenterà, e allora perché mai vorrei, ad esempio, prenotare una sala in un locale per la mia festa? Al di là dei paragoni biblici dettati dal numero di candeline spente quest’anno, il compleanno per me significa bilancio dell’anno trascorso, e difficilmente lo vedo positivo. Perché, al solito, per me è sempre più facile lasciarmi andare al pessimismo, e fissarmi su tutto ciò che NON sono riuscita a fare, piuttosto che su ciò che ho ottenuto o conquistato.

In 365 giorni, ad esempio, ho ottenuto una promozione sul lavoro. Ho partecipato ai matrimoni di quattro persone che mi hanno permesso di passare bellissimi weekend in giro per l’Italia. Ho visitato un nuovo paese, l’Islanda, con un amico che non vedevo da tanto. Sono salita su una montagna russa di sentimenti (emotional rollercoaster, come lo chiamano gli anglosassoni) dalla quale non sono ancora riuscita a scendere, e che so che mi farà più male che bene. Ma sto cercando di capire come terminare al meglio la corsa ed eventualmente portare a casa qualche insegnamento.
Ho mangiato torte. Tante. Le ultime questo fine settimana, a sorpresa. Non me le aspettavo, e sono state stupende. Mi hanno resa felice!

Forse il vero segreto dei compleanni è racchiuso nelle torte: chi se ne frega di fare bilanci o preoccuparsi di chi ha fatto cosa ad una determinata età. Torte, e passa la paura.

Chi la spunta?

Ieri sera, scorrazzando in giro per Twitter, sono inciampata nell’indignazione generale per la nuova “spunta blu” di WhatsApp. In pratica, con questa nuova, diabolica funzione, potremo scoprire non solo se il messaggio e’ stato consegnato, ma anche se/quando e’ stato letto dal destinatario.

Sara’ che non ho 15 anni, sara’ che sono tutto sommato abbastanza disillusa, ma non riesco a capire dove stia il dramma. Come ho letto da qualche parte, persino in tribunale si ha la facoltà di non rispondere. Perché WhatsApp dovrebbe essere diverso?

Lo so, lo so. La verità fa male. Quando mandiamo un messaggio, specialmente a qualcuno che ci “interessa”, vorremmo avere subito la risposta, o almeno immaginare che ci sia stata qualche causa di forza maggiore che ha impedito di leggere e/o di rispondere. Cellulare scarico, attacco degli alieni, attacco di squaraus…
Molto semplicemente, potrebbe esserci l’incognita lavoro. Per quanto sia incredibile da pensare, specie in Italia, c’e’ gente che effettivamente lavora e non ha tempo di stare a smanettare al cellulare. Magari da’ un’occhiata veloce, legge il messaggio e dice “rispondo dopo” (ma magari non lo fa). In uno dei lavori che ho avuto in Italia, ero diventata una di quelle persone: io, nota per essere sempre sul pezzo, avevo a malapena qualche attimo per dare uno sguardo veloce al display, figuriamoci mandare messaggi. E cosi’, numerose domande sono rimaste senza risposta. Ma la gente era più comprensiva, perché tanto non aveva modo di verificare, salvo mandare fastidiosi messaggi tipo “ehi, ma hai ricevuto il mio messaggio? Forse non ti e’ arrivato?”… Certo.
Oggi sarei tacciata di essere una stronza che ignora la gente. Ha letto ma non risponde, che maleducata.

Lo ripeto: la verità fa male. Essere ignorati fa male, ma la gente lo fa. E non sara’ una spunta blu a cambiare questa cosa. Del resto, l’abbinamento “ultimo accesso alle + non risposta” bastava già a farci capire di essere stati ignorati (per qualsivoglia ragione). Semplicemente, ora potremo avere la certezza di ciò che sotto sotto già sapevamo.

E’ un po’ la deriva di una forma “codarda” di comunicazione, nata con gli SMS. Che magari son stati creati proprio con l’intento di fornire un sistema di comunicazione rapido, andando pero’ pian piano a sostituirsi alle vere interazioni verbali, quelle per le quali era stato creato il telefono. Vi ricordate quando si chiamavano gli amici per mettersi d’accordo per uscire? O solo per chiacchierare? Onestamente non mi mancano i tempi in cui mio padre smadonnava per le bollette astronomiche, e non sono neanche una grande fan dell’utilizzo del telefono per il suo scopo principale (infatti ho parlato di forma di comunicazione “codarda” a ragion veduta, essendo io per prima un’utilizzatrice seriale di messaggi), ma anche questa assuefazione alla messaggistica più o meno istantanea non mi sembra particolarmente sana. OK, c’e’ l’emozione dell’attesa di una risposta, come c’era ad esempio per una lettera, ma la risposta la vogliamo subito. E se non ci arriva, scatta la paranoia, l’ansia e l’incazzatura.

Ci siamo dotati di tutti gli strumenti possibili per farci violare la privacy e permetterci di ignorare la gente (identificativo di chiamata?), e ora l’argomentazione principale contro la spunta blu e’ la violazione della privacy, e avere la conferma che la gente continua a poterci e volerci ignorare. Evidentemente qualcosa non quadra.

Mentre rileggevo queste righe, e giusto per confermare che anche io sono pesantemente inserita in questa spirale di follia comunicativa, ho guardato il cellulare. Ho mandato un messaggio a una persona, qualche ora fa. La spunta blu non c’era, ma l’accesso, pochi istanti prima che io aprissi WhatsApp, c’era eccome. Si’, mi ha ignorata. Come e’ sempre successo, anche prima della spunta blu. A volte ti leggo e ti rispondo, a volte no. Abbiamo scoperto l’acqua calda. Per tutta risposta, e come piccolo segno di protesta, ho spento il cellulare bisbigliando un bel “ma vaffanculo”. A te che non mi hai risposto, e a me che magari mi pongo anche il problema. Mi cambia la vita questa spunta? No. Non la dovrebbe cambiare nessuno.

E poi, basta leggere il messaggio dall’anteprima per non cadere in trappola! 😉