In panchina

Sedersi su una panchina in un parco. Non lo facevo da non so quanto tempo. Lo fate mai? E’ un momento incredibilmente rilassante, e forse vagamente terapeutico.

Sabato scorso sono stata a Londra. Avevo appuntamento con amici diversi, per pranzo e per cena. Questo mi ha lasciato circa 3 ore di libertà nel mezzo. Avevo pensato di dedicarle allo shopping, ma – un po’ per il fatto che non ho ancora tendenze suicide, e un po’ perché era una bella giornata soleggiata e quasi mite – ho deciso di deviare da Oxford Street e dirigermi altrove.
Hampstead Heath è un bellissimo parco a pochi chilometri dal centro di Londra, nella prima periferia nord. Zona da soldi, per intenderci. Non si tratta del classico parco inglese con l’erbetta curata e le aiuole con i fiori di stagione, bensì di uno spazio verde ampio e vagamente selvaggio, un fazzoletto di campagna in città, con un paio di sentieri asfaltati e molti più sentieri fangosi tra i prati. Un paradiso di cani e bambini e fotografi, in particolare a ridosso del tramonto.

A Hampstead Heath sono stata tante volte, e dunque anche sabato sono scesa sicura alla fermata della metropolitana, e mi sono incamminata per la mia strada. Solo che evidentemente mi ero girata di spirito, e dopo qualche centinaio di metri, guardandomi attorno, mi sono resa conto di non aver mai visto quelle case, e di non sapere assolutamente dove mi trovavo. Il parco è grande e lo stavo costeggiando, ma da un lato a me sconosciuto.

Mi sono persa.

Perdermi evidentemente mi crea una lieve sensazione di ansia, ma in questo caso era controllata dal fatto che c’era talmente tanta gente in giro che non sarei rimasta da sola al buio a cercare la mia strada. Senza contare la disponibilità delle mappe di google (effettivamente utili sul finale, quando veramente cominciavo a preoccuparmi):
Perdermi, in questo caso, mi ha dato l’opportunità di esplorare zone del parco che non avevo mai visto prima, e di farlo nel periodo forse più bello: l’autunno. E sabato era la giornata d’autunno perfetta: sole, un leggero tepore, quei colori splendidi.

Dopo aver vagato un po’ senza meta, ho deciso di sedermi sulla famosa panchina. Erano giorni difficili, e sedermi lì a contemplare la natura mi ha aiutato a scaricare un po’ la tensione.
Mentre ero seduta a guardare gli alberi, e gli uccellini, e la gente che correva e che passeggiava, e i cani in delirio, un signore anziano, con incredibile gentilezza, mi ha chiesto se poteva sedersi anche lui. “May I sit here?”
Certo, gli ho risposto. L’educazione e il rispetto di certe persone anziane vorrei che si potesse confezionare e somministrare a certa gente che ancora non ha imparato a stare al mondo.
Per qualche minuto, io e questo signore siamo stati seduti sulla stessa panchina, con gli occhi persi nel vuoto di una bella giornata che volgeva al termine. Chissà cosa pensava, mentre io pensavo che lui mi ricordava un po’ mio nonno, e mi si inumidivano gli occhi.
[Che poi ultimamente gli occhi mi si inumidiscono anche guardando lo spot di un dentifricio, ma mio nonno è sempre un tasto dolente.]
Dopo qualche minuto (pochi? Molti? Boh), il signore si è alzato, mi ha detto “So long” con un sorriso amichevole, e ha ripreso la sua passeggiata. A quel punto i miei rubinetti oculari si sono aperti, ed ho cercato in ogni modo di ruotare la testa di 180° a mo’ di gufo, per cercare di non farmi notare dai passanti. Naturalmente questo trucchetto può fregare un comune umano, ma non un cane. E infatti, tempo pochi secondi un setter mi è venuto incontro, si è fermato vicino a me e mi ha fissato, come a dirmi: “Beh, che fai? Smettila di frignare e fammi due coccole!”.
E così ho fatto, finché il suo padrone non è venuto a reclamarlo. Stupido guastafeste.

Perdermi è stata l’idea migliore che ho avuto negli ultimi tempi. Sedersi in panchina? Bisognerebbe farlo più spesso.

2014-11-29 16.01.31

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5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Elena
    Dic 10, 2014 @ 19:57:08

    Anche io lo vorrei fare più spesso!

    Rispondi

  2. tommasosbakery
    Gen 04, 2015 @ 19:07:00

    Commovente. in alcuni momenti sembrava Carrol a scrivere e mi ero perso nel tuo Paese delle Meraviglie, complimenti!

    Rispondi

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