Sconosciuti

Vi e’ mai capitato ti trovarvi a confidare segreti e pensieri a perfetti sconosciuti?

In passato ho viaggiato parecchio, spesso da sola. Mi sono trovata a cena o a bere birre con gente a caso conosciuta in ostello, o a chiacchierare di questo e quello con perfetti estranei.
Ricordo quando anni fa, a Darwin (uno dei posti più brutti dell’Australia, nonché del mondo), finii a parlare di tutto con una conosciuta su una panchina mentre cercavo un po’ di refrigerio e ombra durante la mia passeggiata. Mi aveva approcciata per chiedermi indicazioni per raggiungere una fantomatica galleria d’arte. Le dissi che non ero del posto, e mi stavo solo riposando dal mio “estenuante” tour a piedi. Non ricordo bene come e perché, ma cominciammo a chiacchierare. Lei era una ragazza inglese che stava con una guida turistica che avrebbe avuto come base proprio Darwin per i successivi 3 mesi (la cosa buffa e’ che poi io il suo fidanzato l’ho anche visto, la mattina dopo, mentre partivo. E’ un mondo piccolo). Era un po’ preoccupata perché avrebbe dovuto appunto trascorrere 3 mesi li, e non le piaceva tanto. Io facevo i salti di gioia al pensiero di prendere il primo volo del mattino successivo…
Non ricordo precisamente di cosa abbiamo parlato, ma evidentemente di cose da dire ne avevamo tante, perché siamo state a blaterare per ore, praticamente fino a sera. Lei, appena all’inizio di una nuova avventura. Io, a meta’ di una vacanza premio prima di tornare nel mondo reale del “e mo’ che faccio della mia vita?”.

Mi son sempre domandata per quale motivo spesso mi sia trovata – come del resto molte altre persone – a condividere i fatti miei con perfetti sconosciuti. In realtà, non ci ho mai pensato a sufficienza.
Questo breve articolo di Oliver Burkeman (la sua rubrica, molto interessante, si trova su Internazionale) mette nero su bianco alcune semplici riflessioni su questa pratica molto diffusa.

“[In fact,] we often avoid using people who are close to us as confidants,” Small explains, “exactly because they are important to us.” For one thing, a troublesome issue might concern that potential listener directly: one classic case is an extramarital affair. Another obstacle can arise if the discussion would worry the confidant: “A graduate student running short of money might not talk about this with his parents, out of fear of worrying them,” says Small. Third, people have more at stake in how important others see them. “If you are close to your sister, you don’t want to talk with her about some borderline-unethical action you are considering,” he explains. “You care a lot about her opinion of you.” And fourth, people avoid confiding in others because, inevitably, word gets around to someone else: in Small’s formulation, “Amy won’t talk to Bob about this, because then it will get to Charles.”

Ovvio, non e’ vero? Senza contare che, a volte, parlare con un amico o una persona cara può risultare in una serie di interruzioni per dispensare consigli spesso non richiesti, o giudizi anche totalmente innocenti ma abbastanza fastidiosi. Raccontarsi ad un estraneo, sottolinea Brukeman, ci consente anche di riflettere di più su quello che stiamo dicendo, e di ascoltarci con attenzione. A pensarci bene, e’ come scrivere su un diario. Ed e’ molto liberatorio.

Ora che ci penso, l’ho fatto di recente. Avevo bisogno di sfogare i casini che ancora mi porto appresso, ma avevo bisogno di farlo con qualcuno che non fossero le amiche storiche, con le quali avevo già sviscerato (e lo sto ancora facendo) la faccenda in ogni maniera possibile. Prima di Natale ho visto un’amica per cena. Diciamo più una conoscente, per essere precisi. Ci siamo conosciute tramite un’altra mia amica, che pero’ con lei ha tagliato i ponti per motivi che non conosco – quindi era la prima volta che ci vedevamo io e lei senza l’altra. Chiacchierando, pian piano ho snocciolato tutta la mia storia. E lei ha ascoltato paziente, e mi ha detto la sua di storia, e non ci siamo date consigli sul da farsi, e non ci siamo vicendevolmente giudicate. E io alla fine mi sentivo almeno un pochino alleggerita.
E’ la forza dei legami deboli, dicono i sociologi.

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