Chi la spunta? (parte 2)

Qualche tempo fa ho scritto un post riguardante le famigerate doppie spunte di Whatsapp. Dopotutto, ho una laurea in scienze della comunicazione, e, anche se di mestiere faccio tutt’altro, un po’ mi interessano ancora le tematiche legate appunto alla comunicazione, ed in particolare ai nuovi media che ancora stavano nascendo mentre mi laureavo.

Quando sono spuntate (!) le spunte blu, quelle che ti dicono se il destinatario ha letto il messaggio, ho letto in giro opinioni di gente inviperita per la “violazione della privacy”, che poi in realtà vuol dire che questa aggiunta ci rende meno liberi di fare quel che dovremmo fare tranquillamente e senza preoccupazioni: i cazzi nostri. Nel mio post, sostenevo che la messaggistica istantanea crea delle ansie che non c’erano al tempo dei semplici SMS: quando non c’era modo di controllare se il destinatario avesse ricevuto e/o letto il messaggio, ce ne stavamo più o meno tranquilli ad aspettare una eventuale risposta, che poteva arrivare nel giro di un minuto, o un’ora, o un paio di giorni. O anche mai. C’era chi si dimenticava di rispondere e chi non voleva farlo. Ci si poteva ignorare con tutta la naturalezza del caso, ed era giusto cosi.

Mi sono domandata il perché di tutto questo nervosismo generale, e poi, l’altro giorno, ho trovato la risposta: e’ anche perché c’e’ chi scrive queste cose qui. Questo post parla della possibilità che da’ Whatsapp di nascondere l’ultimo accesso all’applicazione. L’utente sceglie questa opzione e nasconde il suo ultimo accesso, allo stesso tempo impedendo a se stesso di vedere l’ultimo accesso dei propri contatti. Questo post, soprattutto, esprime un giudizio negativo su chi osa fare ciò, e sottinende una superiorità dell’utente “onesto” e “libero” che sceglie di mostrare al mondo che non ha vergogna del fatto che magari controlla Whatsapp 200 volte al giorno, o e’ sempre connesso, o e’ connesso ma ha deciso di non rispondere a un messaggio.
Sono solo io che vedo una lieve follia alla base di un ragionamento del genere? Cioè, essenzialmente, devo lasciare che la gente si faccia i fatti miei per essere giudicata come donna davvero libera, che vive “serenamente le relazioni con amici, parenti e conoscenti, sapendo gestire, a seconda dei casi, la giusta distanza, vicinanza o intimità, a chi mi chiede perché non rispondo, perché ci metto molto a rispondere, perché qualunque cosa, sarò capace di rispondere (o non rispondere) con serenità. Senza occultare un bel nulla a nessuno”. Siamo impazziti?
Qualcuno, nei commenti, ha giustamente fatto notare che sono proprio ragionamenti di questo tipo che ci stanno portando ad un disgregarsi della nostra sfera privata: vale a dire che ora ragioniamo al contrario, che pensiamo che non ci sia nulla di male nel fatto che tutti possano sapere dove siamo, quando siamo connessi, cosa ci piace e cosa no, cosa stiamo facendo e con chi. E, di conseguenza, una scelta legittima come quella di non condividere le informazioni sul nostro ultimo accesso (che in sostanza ci riporta semplicemente a una forma di comunicazione più simile a quella dei tradizionali SMS), fa passare chi lo fa per un paranoico che ha qualcosa da nascondere.

Questo post contiene giudizi pseudo-morali discutibilissimi, e non prende in considerazione tanti altri motivi per cui una persona preferisce nascondere il suo ultimo accesso. Mettiamo ad esempio che io utilizzi il mio smartphone per lavoro, e che il mio capo sia un piantagrane che mi controlla via Whatsapp, che mi tiene d’occhio per vedere quante volte controllo il cellulare quando invece dovrei avere la testa fissa al computer a fare cose utili. Vai a farti un giro capo, io disabilito la visualizzazione dell’ultimo accesso. Cosi’ impari a farti i fatti tuoi mentre io mi faccio i miei.

La mia opinione onesta? Io non ho disabilitato questa funzione, non mi fa ne caldo ne freddo, ma capisco come possa creare ansia e preoccupazione in certe persone. Anche in me, a volte. Il fastidio di un messaggio senza risposta, ad esempio, quando il destinatario ha tutto il diritto di ignorarmi, se lo ritiene opportuno. Ci siamo costruiti un mondo fatto di immediatezza, vogliamo tutto e subito, vogliamo sapere tutto di tutti, e, come ho detto prima, ci siamo stravolti il concetto di privacy. Ma nessuno dovrebbe demonizzare un comportamento essenzialmente banale come la scelta di mostrare o meno un dettaglio della nostra vita. Se ci sale l’ansia e’ anche perché c’e’ gente in giro che sospetta immediatamente di noi se osiamo andare controcorrente in nome della privacy, e ci accusa di nascondere qualcosa o non essere veramente liberi.
Sempre nei commenti a questo post, un utente ha scritto: “Magari il ricatto sociale della doppia spunta non provoca in lei alcun tipo di pressione, ma ciò non significa che il mio disagio sia ingiustificato e non vuol dire nemmeno che quest’ultimo sia una forma di autorappresentazione. Provi a immaginare l’ultimo accesso visibile o la doppia spunta applicata all’email. Immagini quali effetti possa generare in ambito scolastico o lavorativo e riporti questo caso estremo alla condizione attuale”. Ecco, provate a immaginarlo.

Mi sono stufata di leggere questi ragionamenti assurdi su come dovrei comportarmi per risultare un utente libero e onesto. Agli occhi di chi, poi?

E insomma, starei qui a blaterare per ore, ma devo andare a controllare l’ultimo accesso di un mio contatto. Perché io non ho disabilitato la funzione.

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