Io viaggio da sola

Io sono una grande fan del viaggio in solitaria. A dirla tutta, sono una grande fan del fare un sacco di cose da sola. Recentemente è apparso sull’internet un articolo interessante sul tema delle attività svolte da soli. La ricerca che viene riportata parla di come spesso preferiamo stare a casa, se non abbiamo nessuno con cui uscire, per timore del giudizio degli altri. La nostra percezione è che gli altri ci giudichino come degli sfigati se siamo al ristorante da soli, quando invece le ricerche dimostrano che agli altri importa veramente poco di quello che facciamo noi.

«Le persone non fanno altro che rinunciare a fare qualcosa solo per il fatto che sono sole», spiega Rebecca Ratner, professoressa di marketing alla Robert H. Smith School of Business. Ratner ha passato quasi cinque anni a studiare perché le persone sono così riluttanti a divertirsi da sole e come, di conseguenza, si divertano meno in generale. «Il punto è che sarebbero probabilmente più felici a uscire e fare qualcosa». 

Lo trovo molto vero. Ho iniziato a viaggiare da sola una decina di anni fa, quando ho capito che a volte era inutile chiedere ad altri di unirsi a me ed aspettare una risposta. I “forse”, “magari”, “vediamo”, “si potrebbe fare” mi avevano sfrantumato i maroni, e di conseguenza ho iniziato a muovermi per i fatti miei. Perché negare a me stessa la possibilità di fare qualcosa che voglio fare, solo perché è qualcun altro a non volerla fare?
Il resto è venuto da sé. Cinema, concerti, ristoranti, musei, gallerie d’arte. Il mondo sembra progettato per gruppi di due o più, ma è perfettamente fruibile anche da chi si sposta da solo. Tra l’altro, certi tipi di esperienze, a mio avviso, spesso si fanno meglio da soli.
Per quanto riguarda il viaggio, capisco le perplessità che possa suscitare una partenza in solitaria. Una giovane donna sola è potenzialmente a rischio, ed evidentemente le destinazioni vanno scelte con cura. E poi ci sono le piccole difficoltà che si incontrano nei viaggi, i problemi di orientamento, le potenziali barriere linguistiche. Ho sempre visto tutto ciò come una bella sfida, un provare, soprattutto a me stessa, che me la posso cavare da sola. E una maniera di ricordarmi che, dovessi anche restare sola per la vita, non mi priverò mai del piacere di un viaggio.

Lo scorso fine settimana l’ho trascorso nei Paesi Baschi. Doveva essere la Croazia, ma dati i costi un po’ proibitivi, mi son messa in cerca di altro. E British Airways mi è venuta in aiuto pubblicizzando sul suo sito un volo veramente a buon mercato per Bilbao. Comprato subito, 3 notti. E poi che faccio? Un’occhiata alla mappa e scorgo a est San Sebastian, gioiellino della costa basca, di cui avevo sentito parlare come un bel posto per fare surf (non che la cosa mi interessi direttamente). Tutto pronto e organizzato, mappe e guida stampate, hotel prenotati. Non vedo l’ora di lasciare la valle di lacrime per qualche giorno, di lasciarmi alle spalle – anche solo per poco – la montagna di merda di cui ho parlato nei post precedenti.

Da un po’ non facevo un viaggio per i cazzi miei, e mi ero equipaggiata per eventuali attacchi di noia: libro, iPod, tanti MB sul cellulare. Ma per annoiarsi, anche se ero da sola non c’è stato tempo.
Bilbao è una città dal passato industriale e un po’ difficile. Esteticamente non molto attraente, se non per la parte vecchia, ma con carattere. Il suo punto di forza è senz’altro il Guggenheim, un edificio di incredibile bellezza. Sinuose pareti di acciaio all’esterno, curve eleganti all’interno. In tutta onestà, ho preferito l’architettura alle opere esposte all’interno. E due ore mi sono volate.

San Sebastian… Mi ha lasciata senza fiato. Sono arrivata all’hotel dalla stazione dei pullman, notoriamente non uno dei luoghi più belli in qualunque città. La strada per arrivare in centro costeggiava il fiume – mi ha ricordato subito Rimini (la bella città, non la spiaggia un po’ pacchiana), col suo ponte di Tiberio a ridosso del mare, e un po’ anche quelle cittadine della costa romagnola, quelle col porto canale. Poi ho iniziato a vedere i bei palazzi dell’800, e a sentire l’odore del mare. Ed è stato amore a prima vista. Dopo aver appoggiato i bagagli e studiato un attimo qualche aspetto logistico, mi sono lanciata alla Playa Zurriola, la spiaggia dei surfisti, a far due passi e guardare quella brava gioventù che cavalcava le onde. Zurriola è una spiaggia di città, una baia di medie dimensioni chiusa a est da un bel promontorio verdeggiante. Mi ha ricordato subito la mia Maroubra. Una Maroubra più piccola ed urbanizzata, ma pur sempre bella.
Per la sera avevo prenotato un Pintxo Hunting Tour, una visita guidata a piedi per provare vari locali e piatti della cucina tradizionale basca. Essendo da sola, ho pensato di investire un po’ di soldini in questa attività di cui avevo letto recensioni stupende, e ho capito di aver avuto davvero una fantastica idea. La guida, super in gamba, alternava informazioni sulla storia di San Sebastian a curiosità sulla cultura e la cucina. E quanto si è mangiato! La cucina basca è incredibile, e arrivare nella capitale gastronomica del mondo da un paese come l’Inghilterra, con tradizione culinaria imbarazzante, è stato come arrivare in paradiso.
Come a Bilbao, anche a San Sebastian non c’è stato tempo di annoiarsi. Il giorno seguente l’ho passando salendo e scendendo dai due monti che incorniciano la baia de la Concha, arrampicandomi sulle mura di vecchi castelli e torrioni in cerca della vista perfetta. Tanta fatica salire, ma lo spettacolo della vista di San Sebastian dall’alto ne valeva la pena. Continuavo a ripetermi che era ora di scendere in spiaggia, ma mi fermavo a sbirciare ad ogni angolo durante la discesa.
La Concha è una splendida spiaggia cittadina, anche questa una bella baia chiusa dai monti Urgull e Igeldo, con un bel passeggio a separarla dai palazzi costruiti dietro, e con una elegante ringhiera di ferro battuto dipinta di bianco. Mentre la percorrevo, in cerca del punto perfetto dove stendermi sotto il sole, pensavo che mi ricordava un po’ una Bondi più raffinata. E immaginavo come sarebbe stato vivere li. La Concha è una spiaggia di città, il che vuol dire che chi lavora in centro può farsi tranquillamente la pausa pranzo al mare, e uscire dal lavoro e travasarsi direttamente in acqua. Col sole che al picco dell’estate tramonta alle 22, è veramente il paradiso. E poi pensavo a Oxford e mi veniva il magone.

Non c’è niente di più bello e rilassante per me di stare sdraiata sulla spiaggia ad occhi chiusi ad ascoltare le onde. E ho sempre trovato molto vere, almeno per quanto mi riguarda, le parole del Che nel suo “Diarios de motocicleta”:
“para mí fue siempre el mar un confidente, un amigo que absorbe todo lo que le cuentan sin revelar jamás el secreto confiado y que da el mejor de los consejos: un ruido cuyo significado cada uno interpreta como puede”.

Non potevo indovinare periodo migliore per sparire dalla circolazione per qualche giorno, per ricaricarmi le batterie con i piedi nell’oceano. Ma il rovescio della medaglia è che, come tanti prima di me, ho lasciato il cuore a San Sebastian, e lasciarla me lo ha spezzato. Era da tanto che non mi capitava di perdere la testa per un luogo nel quale ho trascorso pochissimo tempo.
Anni fa, feci un interrail in Spagna e Portogallo con una cara amica. Avevamo pianificato tutte le tappe, prenotato tutti gli ostelli. Super organizzate. Avevamo prenotato un paio di notti a Lagos, una località dell’Algarve della quale avevo semplicemente letto belle cose sulla guida. Ricordo che eravamo sul vecchio treno cigolante che costeggiava la baia, era già buio e tutto quello che potevamo vedere erano le stelle e le luci del paese che si riflettevano nel mare. Ricordo che, dopo aver staccato gli occhi dal finestrino, ci siamo guardate e abbiamo istantaneamente deciso di restare lì più del previsto. E non eravamo nemmeno ancora arrivate!
San Sebastian mi ha fatto un effetto simile. Poche ore mi son bastate per rivederci Sydney, Barcellona, Rimini… Per sentirmi a casa, per sognare di viverci, per esser triste al momento della partenza.
E non mi sono sentita mai sola, triste o annoiata, perché mi sono riempita di così tanta bellezza che da sola mi sono bastata.

 

San Sebastian

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Tempo perso

Sono giorni che vengo in ufficio a scaldare la sedia. Che tra l’altro è anche un eufemismo, considerando che si gela, pur essendo ormai giugno.
La mia motivazione a fare qualunque cosa è ormai inesistente, mentre sale senza sosta il malumore. Ormai mi da noia tutto: la risata fastidiosa di quella che fa pausa pranzo a pochi metri da me, e mi costringe all’ormai quotidiano uso delle cuffiette; quell’altra che rompe il cazzo perché non sono arrivate le buste paga, semplici pezzi di carta che evidentemente valgono più dei soldi che ha già sul conto corrente; le battute di chi non fa ridere; mi infastidiscono i falsi sorrisi e le false cortesie di questo paese, la maniera stupida di complicare cose semplici. Per dirla con gli amici dello Stato Sociale: mi sono rotta il cazzo.

Evidentemente c’entra molto anche la persona evocata nel mio precedente post. Quello per il quale sono (ero) l’alternativa. Certi legami sono problematici nella migliore delle ipotesi, ma se ci metti dentro il contesto (il lavoro, gli amici comuni), diventano vere e proprie bombe a orologeria. Bene, la bomba è esplosa. E, per dirla con eleganza, ora son proprio cazzi amari. Almeno per me, diciamo. A lui, dati alla mano, non è mai importato poi tanto di nulla se non di se stesso.

Da un mese gli rivolgo la parola a stento, la sua faccia mi innervosisce e penso continuamente a quanto vorrei prenderlo a schiaffoni a due a due finché non diventano dispari (!). Abbastanza drastico come passaggio, considerando che lui era la persona con cui scambiavo chiacchiere e messaggi giornalieri su qualunque cazzatella (quello che si fa con gli amici, diciamo). Lui, per tutta risposta, ha reagito nelle seguenti tre maniere: 1. “sono in difficoltà ad organizzarmi, visto che non mi parli” (relativamente ad una cosa che abbiamo in programma tra qualche mese – insomma, non ti chiedo perché non mi parli, ma ti faccio presente che mi stai rovinando i piani); 2. “Andiamo a bere qualcosa domani?” – al mio “non ho tempo, magari settimana prossima”, ha risposto “certo! 🙂 “, e poi il nulla; 3. “Ho un biglietto in più per una serata sull’ebola, vuoi venire?” – 0_o.

In un ultimo tentativo (beh, come vedete, si era già sbattuto tantissimo!), mi ha chiesto cosa deve fare per sistemare la nostra amicizia – perché naturalmente non sei in grado neanche di farti venire un’idea. Seguito dal patetico “si ma poi funzionerà? Mi sembra che tu abbia già deciso tutto”. E a me invece sembra che non te ne freghi una cippa, ma oh, son punti di vista.

Ora, a parti invertite, e se fossi io la vittima del trattamento che gli sto riservando, un paio di domande me le farei. D’altra parte, stiamo parlando del campione mondiale di combinata “paraculeggio/rigiro della frittata”, e dunque, la settimana prossima, quando spero finalmente di essermi un po’ calmata e arriverà la resa dei conti (che ho suggerito io, perché, come al solito, lui fa il casino e io ci metto la pezza), potrei scommettere oro sulla seguente combinazione di risposte/affermazioni: “io ti avevo sempre detto che…”; “mi hai ferito trattandomi cosi, non capisco perché te la sei presa tanto”. Per questo serve calma. Molta calma.

Sto prendendo tempo perché la rabbia mi fa sragionare, e per avere un effetto più efficace bisogna avere la mente fredda e lucida. Bisogna mettere in ordine i pensieri, e recuperare dall’archivio mentale tutti quei dettagli che ho apparentemente trascurato per quieto vivere, ma che sono stati tutti accuratamente registrati. Sto prendendo tempo perché è doloroso dover comunicare ad una persona quanto ci ha deluso. E’ doloroso soprattutto per me che ci ho investito tempo ed energie. Sto prendendo tempo per resettare tutto, ripartire da zero, e ritornare ad un cordiale rapporto tra colleghi che si scambiano due parole a pranzo e non sanno molto sulle rispettive vite. Un taglio necessario e che spero sia aiutato da un mio probabile trasloco altrove.

Ma quanto tempo perso. Quanto. Tempo perso, come quello che trascorro qui.