Tempo perso

Sono giorni che vengo in ufficio a scaldare la sedia. Che tra l’altro è anche un eufemismo, considerando che si gela, pur essendo ormai giugno.
La mia motivazione a fare qualunque cosa è ormai inesistente, mentre sale senza sosta il malumore. Ormai mi da noia tutto: la risata fastidiosa di quella che fa pausa pranzo a pochi metri da me, e mi costringe all’ormai quotidiano uso delle cuffiette; quell’altra che rompe il cazzo perché non sono arrivate le buste paga, semplici pezzi di carta che evidentemente valgono più dei soldi che ha già sul conto corrente; le battute di chi non fa ridere; mi infastidiscono i falsi sorrisi e le false cortesie di questo paese, la maniera stupida di complicare cose semplici. Per dirla con gli amici dello Stato Sociale: mi sono rotta il cazzo.

Evidentemente c’entra molto anche la persona evocata nel mio precedente post. Quello per il quale sono (ero) l’alternativa. Certi legami sono problematici nella migliore delle ipotesi, ma se ci metti dentro il contesto (il lavoro, gli amici comuni), diventano vere e proprie bombe a orologeria. Bene, la bomba è esplosa. E, per dirla con eleganza, ora son proprio cazzi amari. Almeno per me, diciamo. A lui, dati alla mano, non è mai importato poi tanto di nulla se non di se stesso.

Da un mese gli rivolgo la parola a stento, la sua faccia mi innervosisce e penso continuamente a quanto vorrei prenderlo a schiaffoni a due a due finché non diventano dispari (!). Abbastanza drastico come passaggio, considerando che lui era la persona con cui scambiavo chiacchiere e messaggi giornalieri su qualunque cazzatella (quello che si fa con gli amici, diciamo). Lui, per tutta risposta, ha reagito nelle seguenti tre maniere: 1. “sono in difficoltà ad organizzarmi, visto che non mi parli” (relativamente ad una cosa che abbiamo in programma tra qualche mese – insomma, non ti chiedo perché non mi parli, ma ti faccio presente che mi stai rovinando i piani); 2. “Andiamo a bere qualcosa domani?” – al mio “non ho tempo, magari settimana prossima”, ha risposto “certo! 🙂 “, e poi il nulla; 3. “Ho un biglietto in più per una serata sull’ebola, vuoi venire?” – 0_o.

In un ultimo tentativo (beh, come vedete, si era già sbattuto tantissimo!), mi ha chiesto cosa deve fare per sistemare la nostra amicizia – perché naturalmente non sei in grado neanche di farti venire un’idea. Seguito dal patetico “si ma poi funzionerà? Mi sembra che tu abbia già deciso tutto”. E a me invece sembra che non te ne freghi una cippa, ma oh, son punti di vista.

Ora, a parti invertite, e se fossi io la vittima del trattamento che gli sto riservando, un paio di domande me le farei. D’altra parte, stiamo parlando del campione mondiale di combinata “paraculeggio/rigiro della frittata”, e dunque, la settimana prossima, quando spero finalmente di essermi un po’ calmata e arriverà la resa dei conti (che ho suggerito io, perché, come al solito, lui fa il casino e io ci metto la pezza), potrei scommettere oro sulla seguente combinazione di risposte/affermazioni: “io ti avevo sempre detto che…”; “mi hai ferito trattandomi cosi, non capisco perché te la sei presa tanto”. Per questo serve calma. Molta calma.

Sto prendendo tempo perché la rabbia mi fa sragionare, e per avere un effetto più efficace bisogna avere la mente fredda e lucida. Bisogna mettere in ordine i pensieri, e recuperare dall’archivio mentale tutti quei dettagli che ho apparentemente trascurato per quieto vivere, ma che sono stati tutti accuratamente registrati. Sto prendendo tempo perché è doloroso dover comunicare ad una persona quanto ci ha deluso. E’ doloroso soprattutto per me che ci ho investito tempo ed energie. Sto prendendo tempo per resettare tutto, ripartire da zero, e ritornare ad un cordiale rapporto tra colleghi che si scambiano due parole a pranzo e non sanno molto sulle rispettive vite. Un taglio necessario e che spero sia aiutato da un mio probabile trasloco altrove.

Ma quanto tempo perso. Quanto. Tempo perso, come quello che trascorro qui.

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