Fette di prosciutto

Ho appena dato un titolo che mi fa venire fame. Anche se ho appena pranzato, io due fette di prosciutto me le farei proprio.

Un’introduzione a cazzo proprio come la chiacchierata dell’altra sera. Sediamoci qua fuori a prendere una birra, parlando del nulla. Che alla fine è anche piacevole, ma poi non si arriva al dunque.
Peraltro, vista la durezza del messaggio di un paio di giorni prima (che se ce l’avessi avuto di fronte, si sarebbe preso un vaffanculo diretto e senza traduzione), e la freddezza del suo “Beviamo qualcosa al pub e poi vediamo”, per non parlare dell’ultima volta che ci eravamo visti per “chiarire”, non mi sarei aspettata che mi abbracciasse per salutarmi.
Per come è andata la serata, ho capito di avere io il coltello dalla parte del manico, per una volta. Tutta la sua acidità si è rivelata un bluff quando, a metà serata, mi ha detto: “Sta andando tutto molto bene, dobbiamo parlare di altro?”. Paraculo livello sensei, master of the universe, cintura nera.
Tutta quella rabbia che trasudava dal suo minaccioso messaggio che si chiudeva con un patetico: “la mia pazienza sta per finire” (vogliamo parlare della mia?) si è rivelata la proverbiale coda di paglia, di cui lui peraltro è dotatissimo, e che sfoggia e si liscia con molta regolarità. Gente che ha osato comportarsi come lui, in passato, è stata eliminata dalla mia vita senza passare dal via. Il fatto che io fossi lì era effettivamente un piccolo segnale di apertura (sul quale ancora rifletto e nutro dubbi e perplessità, e a giudicare da come ha abbassato la cresta e incassato il cazziatone, forse questo particolare lo ha anche capito.
Ovviamente per il resto non garantisco. In effetti sono ancora incerta sul fatto che la cosa funzionerà. Giusto ieri abbiamo litigato via messaggio per l’ennesima incomprensione.

Lo strappo è grande, profondo, e metterci una pezza non è semplice. La cosa preoccupante è che ormai non ci si capisce più, e non è un semplice problema linguistico.

Ho perso la capacità di inghiottire cazzate. Non riesco più a tenermi dentro le cose. Mi dici una stronzata? Aspettati un commento caustico.
Ieri avrei potuto lasciar perdere con un chissenefrega, ma ho cercato la rissa. Apposta. Poi alla fine mi sono incazzata il triplo e quasi non ho dormito. Se non è una roba malsana questa…
Ma ad ogni modo, se devo investire tempo ed energie riparando un rapporto, non lo farò a sorrisini e diplomazia. Inutile essere cortesi e lasciare cose non dette, perché il nocciolo del problema è proprio quello: non dirsi le cose. La situazione peraltro potrebbe essere aiutata dal fatto che in fondo non è rimasto praticamente nulla da dirsi. Torneremo ad essere quei due che pranzano assieme e si raccontano due cazzate per passare una mezz’ora. Il paragrafo sotto prevede il futuro.

La mia teoria è che, man mano che passa il tempo, è importante coltivare pochi legami, ma profondi, duraturi e di valore. Legami che richiedano impegno per essere mantenuti, ma non sforzo e fatica e nervoso. Rapporti bilanciati dove ognuno mette un po’ del suo, magari non in maniera esattamente uguale, ma quantomeno simile. Perché mai dovrei voler tirare una carretta con un peso morto, che mi da’ più ansie e grattacapi che gioia?
Alla fine dei conti, secondo me tutto si risolverà quando io leverò le tende. Per allora magari avremo ricostruito qualcosa di vagamente positivo, ci prometteremo di sentirci spesso e parlare su Skype, e vederci ogni tanto, che i voli costano poco. Ma ci staremo mentendo, perché alla fine ognuno andrà per la sua strada e ci dimenticheremo di ciò che eravamo. Ce lo stiamo già dimenticando ora.

Quello che ho fatto, per il momento, è stato togliermi le famose fette di prosciutto dagli occhi. Sto prosciutto, evidentemente, sta meglio dentro una piada, non piazzato lì ad oscurarci la vista e la percezione.
Le ho tolte e ho visto una persona molto meno attraente di quanto ricordassi, e un po’ più triste. Uno sguardo a volte infastidito e spesso fastidioso. Gli occhi di una persona molto, troppo egoista per rendersi conto del male che fa. Ma che non giustificherò più al grido di “non se ne rende conto”.

Perché poi, gira che ti rigira, mi sono rotta il cazzo.

On air: Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo (ovviamente)

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Capolinea

Siamo in arrivo a *inserire nome della stazione*, termine corsa del treno

E’ sorprendente vedere come certe relazioni tra persone possano logorarsi in un attimo. Come tutto stia andando per la sua strada quando all’improvviso arriva uno scossone, che, accompagnato da silenzi e incomprensioni, fa precipitare tutto in un secondo.
Immaginando la relazione come un viaggio, si potrebbe dire di essere arrivati al capolinea prima del previsto. Un po’ come quando nella metropolitana di New York, quando fanno qualche lavoro sui binari, ti spostano le linee e tu ti sbagli e prendi un treno espresso invece di un locale. Uno che fa tante fermate in meno e ti porta all’arrivo prima di quando avevi previsto (che nella maggior parte dei casi andrebbe anche bene, ma stavolta…). Sei distratto e le stazioni passano una dopo l’altra, e solo quando ormai è troppo tardi di accorgi dell’errore. Magari hai anche qualche borsa, e ti devi affrettare a scendere, prima che arrivi l’addetto a sbatterti fuori.

Ecco, io ero su questo treno espresso. Io ero distratta, lui no. Chissà, forse credeva che io fossi più attenta. O io credevo che lui avesse meno fretta. O magari ci siamo sbagliati entrambi, ma poi a lui effettivamente faceva comodo arrivare prima, perché durante il tragitto, all’ultima stazione prima del capolinea, un passeggero che era su un’altra carrozza si è spostato nella nostra.

Siamo scesi alla stessa stazione. Lui e lei sono subito saltati su un altro treno, mentre io sono rimasta lì sul binario, come una pirla. Quel treno in realtà è ancora al binario, con le porte aperte. Lui sta seduto con lei, ma guarda fuori dal finestrino, cercandomi. Pensa che dovrei salire con loro, sventola la mano e dice delle cose poco chiare, ma io mi volto dall’altra parte. Alla fine dei conti, non eravamo d’accordo così. E anche se i piani possono cambiare, c’è modo e modo di comunicarlo. Me la sono presa, non lo ascolto.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza. Io sono ancora lì sul binario, ma sto guardando i tabelloni con gli orari. Lui non si sbraccia più, mi manda un messaggio dicendo che mi vorrebbe sul treno, ma se non me ne frega niente posso anche andare affanculo, perché lui si sta facendo in quattro per tenermi un posto (anche se il treno è vuoto), e io neanche lo ringrazio.
“Non te ne frega niente”, pensa lui. Esattamente il contrario, dico io.
E’ quello che si dice un buon amico, uno che quando ci ripensi ti chiedi: ma come ho fatto a stare in treno con lui per così tante ore senza rendermi conto del fatto che teneva tanti posti occupati intorno a lui solo per stare più comodo, o alternativamente per farmici sedere quando fosse salito un passeggero che preferiva avere accanto?
Tappabuchi, si dice?

Il treno è ancora fermo al binario. Ho guardato il tragitto. Ci sono altri treni su tratte simili, che fermano in stazioni diverse. Magari ci vedremo ad un “interchange” (che ora non mi ricordo come si dice in italiano, chiedo venia). O a destinazione.

E’ ora che decida dove andare. Un treno lo trovo, ma ci salgo da sola.

[Disclaimer: questo post non è sponsorizzato da Trenitalia! Ma è decisamente alimentato dall’amore per la metafora del viaggio… anche in forma di trasporto pubblico]