Capolinea

Siamo in arrivo a *inserire nome della stazione*, termine corsa del treno

E’ sorprendente vedere come certe relazioni tra persone possano logorarsi in un attimo. Come tutto stia andando per la sua strada quando all’improvviso arriva uno scossone, che, accompagnato da silenzi e incomprensioni, fa precipitare tutto in un secondo.
Immaginando la relazione come un viaggio, si potrebbe dire di essere arrivati al capolinea prima del previsto. Un po’ come quando nella metropolitana di New York, quando fanno qualche lavoro sui binari, ti spostano le linee e tu ti sbagli e prendi un treno espresso invece di un locale. Uno che fa tante fermate in meno e ti porta all’arrivo prima di quando avevi previsto (che nella maggior parte dei casi andrebbe anche bene, ma stavolta…). Sei distratto e le stazioni passano una dopo l’altra, e solo quando ormai è troppo tardi di accorgi dell’errore. Magari hai anche qualche borsa, e ti devi affrettare a scendere, prima che arrivi l’addetto a sbatterti fuori.

Ecco, io ero su questo treno espresso. Io ero distratta, lui no. Chissà, forse credeva che io fossi più attenta. O io credevo che lui avesse meno fretta. O magari ci siamo sbagliati entrambi, ma poi a lui effettivamente faceva comodo arrivare prima, perché durante il tragitto, all’ultima stazione prima del capolinea, un passeggero che era su un’altra carrozza si è spostato nella nostra.

Siamo scesi alla stessa stazione. Lui e lei sono subito saltati su un altro treno, mentre io sono rimasta lì sul binario, come una pirla. Quel treno in realtà è ancora al binario, con le porte aperte. Lui sta seduto con lei, ma guarda fuori dal finestrino, cercandomi. Pensa che dovrei salire con loro, sventola la mano e dice delle cose poco chiare, ma io mi volto dall’altra parte. Alla fine dei conti, non eravamo d’accordo così. E anche se i piani possono cambiare, c’è modo e modo di comunicarlo. Me la sono presa, non lo ascolto.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza. Io sono ancora lì sul binario, ma sto guardando i tabelloni con gli orari. Lui non si sbraccia più, mi manda un messaggio dicendo che mi vorrebbe sul treno, ma se non me ne frega niente posso anche andare affanculo, perché lui si sta facendo in quattro per tenermi un posto (anche se il treno è vuoto), e io neanche lo ringrazio.
“Non te ne frega niente”, pensa lui. Esattamente il contrario, dico io.
E’ quello che si dice un buon amico, uno che quando ci ripensi ti chiedi: ma come ho fatto a stare in treno con lui per così tante ore senza rendermi conto del fatto che teneva tanti posti occupati intorno a lui solo per stare più comodo, o alternativamente per farmici sedere quando fosse salito un passeggero che preferiva avere accanto?
Tappabuchi, si dice?

Il treno è ancora fermo al binario. Ho guardato il tragitto. Ci sono altri treni su tratte simili, che fermano in stazioni diverse. Magari ci vedremo ad un “interchange” (che ora non mi ricordo come si dice in italiano, chiedo venia). O a destinazione.

E’ ora che decida dove andare. Un treno lo trovo, ma ci salgo da sola.

[Disclaimer: questo post non è sponsorizzato da Trenitalia! Ma è decisamente alimentato dall’amore per la metafora del viaggio… anche in forma di trasporto pubblico]

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