Paraculi, fughe, parolai

Qua oggi di tutto un po’. Sono state un paio di settimane abbastanza movimentate. Per esempio, ho un nuovo lavoro.  Una volta che il mio capo ha deciso di aprire le gabbie, è iniziata la fuga. Ora, tutto è compiuto. Che poi, volendo vedere, avrei avuto ottimi motivi per andarmene molto prima, ma la mia indiscussa fedeltà al capo mi ha trattenuto qui. Forse anche lo stato di assoluta depressione e mancanza di energia. Mai fare mosse azzardate quando si è disperati. Purtroppo non sono riuscita a cambiare città (non ancora), ma almeno cambio aria.

Ho tentato invece una mossa paracula, l’altro giorno. Paraculi nella maggior parte dei casi si nasce (e io, modestamente, non lo nacqui), ma a volte ci si può calare nella parte. Dalla nostra ultima chiacchierata, ormai oltre un mese fa, non si è più mosso nulla. Ci siamo probabilmente raccontati a vicenda la cazzata che ci avremmo riprovato e bla bla bla. La cosa era per me molto frustrante, e per qualche tempo ho accarezzato la sadica idea di invitare fuori lui e lei per una birra, per vedere prima di tutto se avrebbe accettato (oh, le condizioni son le sue), e cosa sarebbe accaduto in seguito. Insomma, una provocazione da scorpione incazzato.
Poi ho ritrovato il lume della ragione, mi sono parata il culo con le mani (!), e la scorsa settimana gli ho mandato un messaggio: “Sabato vado a vedere il rugby con amici, vuoi venire?”. 99% di probabilità che dicesse di no, e comunque un contesto abbastanza sicuro per incontrarsi. Ovviamente ha detto no.
“Ma dovremmo vederci presto”
“Certo – ho detto – sarebbe fantastico”.
Palla a lui. Cosa succederà? Nulla.

Ovviamente, come da copione, la mia cortesia è stata interpretata da lui come un’autorizzazione a venire a pranzo con noi il lunedì (abbiamo ormai stabilito che io ho il controllo assoluto dei colleghi, come una specie di burattinaio, e IO decido chi pranza con noi o no). Altrettanto ovviamente, non avendogli dedicato sufficienti attenzioni, non si è presentato nei giorni successivi.
Durante quella breve apparizione, ci ha informati che la sua bella paranoica ha avuto un lavoro in Asia, e che quindi andrà via in aprile per un po’ di tempo. La cosa mi ha fatto quasi ridere, perché dubito che questa abbia speranze di tornare senza un mazzo di corna tanto in testa. Soprattutto, mi ha dato da pensare. Io per prima sono quella che in passato non ha avuto problemi a spostarsi di paese in paese, per lavorare e fare esperienze nuove. Ma allo stesso tempo, alla mia (e sua) età, trovo difficile da capire la spinta a trasferirsi dall’altra parte del mondo. Io, se avessi un fidanzato (cosa che ovviamente non accadrà mai), soprattutto uno come lui (cosa anche questa che non accadrà mai), farei fatica ad immaginarmi incline ad un trasloco. Al contrario, farei il possibile per tenermi stretto quello che ho, perché gli anni aumentano invece di calare, e certe lontananze non sono una buona idea. Ma comunque, per dirla con un vecchio amico: cazzi suoi (loro).

I parolai? Mi hanno stufato. Quelli che ti dicono “certo, ho in programma di venire per il weekend a inizio mese!” e poi rimandano, e poi rimandano ancora, e poi non hanno soldi, e poi “dovremmo vederci presto”, e poi spariscono. Ne ho piene le palle. Siate onesti con gli altri, e prima di tutto con voi stessi. Smettetela di dire cazzate. Io tempo a questa gente non ne do più.

 

Ho perso le parole

Non è da me citare Ligabue, ma questo verso calza a pennello in questo momento.
A tre settimane dal piacevole scambio di idee di cui al mio ultimo post, cosa si è risolto? Un bel cazzo di niente.
Del resto, la sua richiesta molto umana era che io e la sua bella paranoica diventassimo amicones (certo!), ma se non abbiamo modo di incontrarci… Come si fa? Che era poi la domanda che avrei dovuto fargli, ma ovviamente non ho fatto perché ci ho pensato troppo tardi. Fino al momento in cui Iddio deciderà che le nostre strade si incrocino, io e lui che si fa? Do la soluzione: ci si ignora come e peggio di prima.

Un paio di giorni dopo la chiacchierata, siamo usciti per il compleanno di una comune amica. O forse solo amica mia e conoscente di lui, perché io gli ho rubato tutti gli amici. Semantica a parte, ci troviamo seduti di fianco ed è come essere in una landa desolata, con un vento freddo che ci avvolge. Non riusciamo a dirci niente. Talmente imbarazzante che, per scalfire il ghiaccio (romperlo sarebbe stato impossibile), gli ho chiesto robe di lavoro di cui non mi importava nulla. Oltre che imbarazzante, era molto, molto triste. Questo episodio, abbinato ai pianeti avversi che circolavano nel mio segno nelle scorse settimane (ma io l’oroscopo lo leggo dopo, solo per trovare conferme), mi ha fatto passare un paio di settimane orribili. Quel pensiero fisso, che credevo di essermi tolta dalla testa, era tornato a martellare. Quello che mi faceva esplodere il cervello era il pensiero di non aver risolto la questione in nessuna maniera. Sapere di aver avuto in mente un itinerario con due sole vie percorribili, ed averne scelta una terza inesistente che lasciava tutto nella confusione più totale. Persa nella giungla, senza un machete per farmi strada.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un sito chiamato The Unsent Project. Qui, una tizia che non saprei ben definire (blogger?) ha iniziato a raccogliere presunti SMS che le persone vorrebbero inviare (ma non lo fanno) ai loro primi amori. Lei li prende, li stampa sullo sfondo del colore indicato dal mittente, e li pubblica su Instagram. Principalmente una galleria del dolore, anche se non mancano messaggi sarcastici, acidi, cattivelli. Personalmente, e non è difficile capire il perché, quello che mi ha colpito di più è stato il seguente:

Unsent

Mi si è proprio stretto il cuore. Si litiga, si discute. Ma è deprimente arrivare al punto in cui si è talmente barricati dietro i propri muri difensivi che non si riesce neanche più a dirsi ciao.

Ma poi, in questo caso, è vera anche questa affermazione (dove “rapinatori” sta per “rapitori”, credo):

Rapitori

Do ragione a Joker, perché mi fa ridere.