Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. bachelorette
    Ago 01, 2016 @ 15:10:55

    “Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare.”
    Una volta avevo anche io degli amici. Ora meno. Però non è che sono io che non vengo invitata: sono loro che sono degli asociali.

    Rispondi

    • boccis
      Ago 01, 2016 @ 15:24:42

      Sono due facce della stessa medaglia. Penso sia fisiologico che qualcuno ogni tanto cominci a sparire e diventare asociale, per vari motivi. Mi infastidisce pero’ se questi “qualcuno” si lamentano di essere tagliati fuori, quando e’ evidente che sono loro i primi a rifiutare certe compagnie.

      Rispondi

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