Agostunno

Nella ridente Inghilterra, che ci crediate o no, è già iniziato l’autunno.
Partiamo dal presupposto che, per quanto mi riguarda, l’estate finisce quando inizia, ovverosia quando, circa dal 21 giugno in avanti, le giornate iniziano ad accorciarsi. Credo di aver adottato questa filosofia appunto da quando sono qui. Perché, innanzitutto, in questo paese l’estate non esiste. E dunque sono solo contenta quando scatta il solstizio, e so che questa pena di stagione farlocca si avvia lentamente al termine. Ma anche perché le stagioni procedono in maniera diversa rispetto al Mediterraneo. Qui si nota in maniera molto chiara come si allunghino le giornate fino a culminare a giugno. E si nota altrettanto chiaramente come, in maniera repentina, comincino ad accorciarsi dopo il solstizio. La luce, ad agosto, è già quella che in Italia vedremmo a settembre.

Accolgo questo passaggio con un misto di malinconia e speranza. Malinconia perché mi rendo conto che, come cantavano i Righeira (!): “L’estate sta finendo, e un anno se ne va”. Ed è vero. Ho già detto che per me (e presumo per molti) settembre è come l’inizio dell’anno, ed evidentemente agosto diventa quello spartiacque tra il prima e il dopo. Un momento per riflettere su quello che ho combinato durante l’anno. Che alla fine non è molto (salvo stabilire il mio nuovo record di numero di paesi visitati in un anno).
Speranza perché, come sempre, voglio credere che inizierà qualcosa di nuovo, che cambieranno cose, che la vita diventerà migliore.

Vorrei avere lo spirito di love2lie, che dice: “Per una volta ho deciso di fregarmene e vivere qualche cosa che fosse buono solo per me, senza spiegare niente a nessuno, per autogratificarmi”.
Ecco, io non ci riesco. Che non vuol dire che un atteggiamento sia giusto o sbagliato. Semplicemente non ce la faccio. Se ci riuscissi, forse starei meno incastrata nella mia testa e vivrei un po’ più serena. Forse. Ma forse non sarei io.

Che ci crediate o no, non mi sono ancora scrollata di dosso il p.d.m. C’è una specie di connessione malata e malsana che ci impedisce di liberarci definitivamente l’uno dell’altra. Io ho fatto del mio meglio, eh. Ho smesso di contattarlo, l’ho rimosso da tutti i social esistenti sul pianeta, lo escludo da ogni evento che coinvolga i nostri amici comuni, e quando è coinvolto lo tratto male. Salvo poi pensare che un po’ mi manca, e oddiononsaròstatatroppocattiva e vabbè ma vaffanculo. Un rapporto evidentemente molto sano.
Prima di partire per un weekend fuori porta, due settimane fa, me lo sono ritrovato tra i piedi con consorte. Ho fatto del mio meglio per ridurre al minimo le interazioni, e ho pensato di far bene, visto anche che lei ogni tanto mi lanciava certi sguardi affilati che neanche la scimitarra del Califfo. Ovviamente mi è anche salito il nervoso, e quindi a un certo punto ho levato le tende, e, con un messaggio che forse avrei potuto evitarmi, gli ho detto che la situazione era ridicola e non poteva funzionare. Scambio di opinioni abbastanza acido, ma niente. Nessuno dei due vuole tagliare.
A volte penso che in tutto questo tempo siamo sempre stati troppo diplomatici ed educati. Spiegazioni su spiegazioni su spiegazioni… Ci sarebbe materiale a sufficienza per un dibattito strutturato, col moderatore e il pubblico. Quando, forse, ci sarebbe solo voluta una bella litigata come Dio comanda. Con insulti, urla ed eventualmente qualche calcio in culo. C’è ancora troppa rabbia repressa qui in giro, e la diplomazia non è la maniera per sfogarla.
Quanto tempo perso.

L’altro giorno ho letto l’oroscopo (eh, cosa volete che vi dica… son tempi duri). Questo passaggio mi ha colpito, perché io l’ho letto in una maniera, e l’amica a cui l’ho passato mi ha dato un’altra opinione:
“Sta cambiando lo scenario, non fare resistenze. Soprattutto chi non riesce a trovare un amore da tempo, deve rompere il sortilegio del “non mi vuole nessuno” con la consapevolezza che forse a        volte sei troppo esigente o troppo sfiduciata dalle relazioni. Le giornate di Ferragosto e quelle del fine settimana dal 19 al 21 possono portare un incontro importante, basta che metti da parte gli      ideali e accogli una diversità che non è limite ma arricchimento di ciò che già sei”.

Ora, io ci ho letto una cosa tipo mia madre che si rammarica del fatto che io sia, appunto, troppo esigente (sfiduciata non lo sa, ma anche quello è molto vero). Il classico “non ti va bene nessuno! Rimarrai zitella!” (eh, pazienza. C’è troppa gente in giro che non sa il congiuntivo, o la differenza tra you’re/your).
L’amica con cui l’ho condiviso ha invece offerto la sua interpretazione: “Sta dicendo di smetterla di pensare a un coglione che hai idealizzato e di rapportarti con la realtà in modo positivo”.

E come cazzo si fa??? [a rapportarsi alla realtà in modo positivo, intendo. Quando l’estate è già autunno].

Tra 10 giorni vado alle Azzorre. Magari in una caldera nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico troverò la risposta.

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Bologna

L’altro giorno era il 2 agosto, che a Bologna, da 36 anni, non è un giorno qualunque d’estate. E’ il giorno in cui, come ho letto ieri da qualche parte, sono finiti i sogni.

Come sempre, come ogni anno dal 1980 in poi, il 2 agosto Bologna si ferma, e ricorda le sue vittime. Gli 85 morti, gli oltre 200 feriti, ma anche i famigliari, i soccorritori, la città intera. L’Italia.
Come sempre, come ogni danno dal 1980 in poi, chiediamo risposte, e giustizia. Ogni maledetto anno, governi di qualunque colore vengono coperti di fischi, perché non è possibile che dopo 36 anni ancora non siamo considerati degni di sapere com’è veramente andata. Che valga sempre la regola tutta italica del non dire nulla per non pestare i piedi sbagliati.
Che poi, mi domando: al di là degli esecutori materiali (ovviamente ignobili criminali), quelli che sanno come sono andate le cose come fanno a vivere con loro stessi? A portarsi appresso il peso di centinaia di vite distrutte? Lo so, la risposta è semplice: se non hai una coscienza, vivi sereno.

Io non c’ero ancora, quel 2 agosto, eppure mi sembra di aver vissuto quel giorno. Ogni volta mi si stringe il cuore, per il dolore e la rabbia, vedendo le immagini, leggendo i racconti, leggendo le storie delle vittime. Sentendo le storie degli amici che l’hanno scampata per un pelo (un treno in ritardo, un cambio di programma… Quanto è potente il destino). Sentendo mio padre che racconta di un tizio incontrato sotto i portici in paese, un soldato che stava tornando a casa, e anche lui l’aveva scampata, ma correva coperto di sangue dicendo che era esplosa la stazione, che era saltata per aria una caldaia (la prima versione ufficiale).
Sarà che Bologna è casa, che sono entrata ed uscita da quella stazione ogni giorno per anni, e forse quel pensiero c’è sempre stato, di cosa era successo in quel luogo, qualche anno prima. Che poi speri sempre che non succeda di nuovo.

Ieri leggevo questo articolo, che parla di una mostra fotografica intitolata “Due Minuti Dopo”, organizzata dal Collegio bolognese degli Infermieri. La mostra raccoglie scatti che raccontano la strage dal punto di vista dei soccorritori: le decine di medici ed infermieri, tra cui anche molti rientrati di corsa dalle ferie per dare una mano nell’emergenza, ma anche i tanti cittadini volontari.
“C’è l’autobus 37 – recita l’articolo – che divenne un’ambulanza quando i mezzi di soccorso si rivelarono insufficienti a caricare morti e feriti, e ci sono gli infermieri che si fanno largo tra le macerie. Ma c’è anche il dolore e lo sgomento impresso sui volti di chi, quel giorno, lavorava in ospedale, e fece fatica a dormire per mesi, poi, al ricordo delle famiglie disperate che piangevano i propri cari uccisi nella strage”.
Guardavo le foto, e mi veniva da piangere. Vedendo il caos, e la tanta gente coinvolta, un dilagare di umanità ferita, di gente che senza esitazione si aiutava.
Pensavo a cosa avrei fatto io. Realisticamente, pensavo a cosa farei io.

Possibile che non abbiamo imparato nulla? Che per far uscire la compassione e il senso di unità dobbiamo prima ammazzarci tra di noi?

 

Bologna panorama

 

[Prometto che il prossimo post affronterà argomenti meno impegnativi!]