Bologna

L’altro giorno era il 2 agosto, che a Bologna, da 36 anni, non è un giorno qualunque d’estate. E’ il giorno in cui, come ho letto ieri da qualche parte, sono finiti i sogni.

Come sempre, come ogni anno dal 1980 in poi, il 2 agosto Bologna si ferma, e ricorda le sue vittime. Gli 85 morti, gli oltre 200 feriti, ma anche i famigliari, i soccorritori, la città intera. L’Italia.
Come sempre, come ogni danno dal 1980 in poi, chiediamo risposte, e giustizia. Ogni maledetto anno, governi di qualunque colore vengono coperti di fischi, perché non è possibile che dopo 36 anni ancora non siamo considerati degni di sapere com’è veramente andata. Che valga sempre la regola tutta italica del non dire nulla per non pestare i piedi sbagliati.
Che poi, mi domando: al di là degli esecutori materiali (ovviamente ignobili criminali), quelli che sanno come sono andate le cose come fanno a vivere con loro stessi? A portarsi appresso il peso di centinaia di vite distrutte? Lo so, la risposta è semplice: se non hai una coscienza, vivi sereno.

Io non c’ero ancora, quel 2 agosto, eppure mi sembra di aver vissuto quel giorno. Ogni volta mi si stringe il cuore, per il dolore e la rabbia, vedendo le immagini, leggendo i racconti, leggendo le storie delle vittime. Sentendo le storie degli amici che l’hanno scampata per un pelo (un treno in ritardo, un cambio di programma… Quanto è potente il destino). Sentendo mio padre che racconta di un tizio incontrato sotto i portici in paese, un soldato che stava tornando a casa, e anche lui l’aveva scampata, ma correva coperto di sangue dicendo che era esplosa la stazione, che era saltata per aria una caldaia (la prima versione ufficiale).
Sarà che Bologna è casa, che sono entrata ed uscita da quella stazione ogni giorno per anni, e forse quel pensiero c’è sempre stato, di cosa era successo in quel luogo, qualche anno prima. Che poi speri sempre che non succeda di nuovo.

Ieri leggevo questo articolo, che parla di una mostra fotografica intitolata “Due Minuti Dopo”, organizzata dal Collegio bolognese degli Infermieri. La mostra raccoglie scatti che raccontano la strage dal punto di vista dei soccorritori: le decine di medici ed infermieri, tra cui anche molti rientrati di corsa dalle ferie per dare una mano nell’emergenza, ma anche i tanti cittadini volontari.
“C’è l’autobus 37 – recita l’articolo – che divenne un’ambulanza quando i mezzi di soccorso si rivelarono insufficienti a caricare morti e feriti, e ci sono gli infermieri che si fanno largo tra le macerie. Ma c’è anche il dolore e lo sgomento impresso sui volti di chi, quel giorno, lavorava in ospedale, e fece fatica a dormire per mesi, poi, al ricordo delle famiglie disperate che piangevano i propri cari uccisi nella strage”.
Guardavo le foto, e mi veniva da piangere. Vedendo il caos, e la tanta gente coinvolta, un dilagare di umanità ferita, di gente che senza esitazione si aiutava.
Pensavo a cosa avrei fatto io. Realisticamente, pensavo a cosa farei io.

Possibile che non abbiamo imparato nulla? Che per far uscire la compassione e il senso di unità dobbiamo prima ammazzarci tra di noi?

 

Bologna panorama

 

[Prometto che il prossimo post affronterà argomenti meno impegnativi!]

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