Il mantra dell’autoguarigione

Da circa due mesi, sto frequentando una palestra che offre corsi di yoga e discipline analoghe.
Non vado pazza per lo yoga, devo ammetterlo, ma me lo impongo nella speranza che possa ammorbidire la mia marmorea persona, dal punto di vista fisico e mentale. Non sta funzionando, a mio avviso… Ma ho ancora solo una manciata di lezioni prima della fine del pass superscontato che ho acquistato, un’offerta che mi sembrava imperdibile.
A dire il vero, non mi piace molto questo centro. Prima di tutto, si trova in un seminterrato. Io odio i seminterrati. Sono umidi, non filtra la luce del sole, non c’è aria. Le sale sono piccole, e non ci sono limiti alle iscrizioni. Questo significa che, a volte, ci si trova accatastati e senza spazio per fare certi movimenti che lo richiederebbero.
E non mi piace nemmeno la titolare. La trovo spesso scortese, sia nei confronti dei clienti che dello staff. Ogni volta che arrivo o me ne vado, saluto tutti, anche gente che non conosco. Lei non saluta mai, e ti guarda spesso con aria di sufficienza.
Fortunatamente, insegna un corso che decisamente non fa per me.
L’unico elemento davvero positivo di quel centro è il ragazzo che lavora alla “reception”. È un brasiliano, credo poco più che ventenne, e fa parte di quella categoria di persone che, in una stanza affollata, tutti noterebbero.

Nella mia vita, ho avuto la fortuna di incontrare altre due persone come lui.
Matteo lavorava in un ostello di Sydney, dove io e il mio ex migliore amico passammo qualche giorno, ormai molti anni fa. Me ne innamorai al primo sguardo, e oltre a me, credo, praticamente qualunque persona avesse a che fare con lui. Ricordo che una sera ci ritrovammo con lui e un gruppo di ospiti dell’ostello sul tetto, una grande terrazza attrezzata. Birre e chiacchiere. O meglio, Matteo parlava, e noi tutti pendevamo dalle sue labbra. Avrebbe potuto parlarci di qualunque cosa, dalla critica della ragion pura alla ricetta del lampredotto, e noi saremmo stati lì ad adorarlo.
Credo che ora stia seguendo la sua vera vocazione: fare il cantautore. Gira per il mondo con la sua chitarra, ammaliando milioni di persone.

Dopo Matteo, un paio di anni più tardi, è stata la volta di Nish. Frequentavamo corsi diversi dello stesso master, quindi ci siamo conosciuti tramite altra gente del giro dei cooperatori allo sviluppo. A vederlo, non era particolarmente attraente. Eppure, come nel caso di Matteo, incantava chiunque. Era buddista (come Matteo, peraltro), e ci spiegava un sacco di cose sulla sua religione. Ricordo, durante il nostro viaggio in Thailandia, questa scena divertente: ci portarono a visitare un tempio, e Nish, passeggiando, ci spiegava gli elementi del buddismo. Un gruppetto di noi lo circondava, seguendolo, mentre lui, di bianco vestito, recitava il verbo. E anche lì, noi tutti pendevamo dalle sue labbra, novello Gesù del subcontinente.
Lo avrei sposato volentieri.

Il giovane receptionist della palestra di yoga ha molti tratti simili a questi due personaggi. È estremamente gentile, senza apparire falso, e quando ti parla ti guarda negli occhi sempre, ma non con fare serioso o minaccioso. Purtroppo, essendo la scema che sono, ho scoperto il suo nome solo dopo un accurato lavoro di detective/stalker. Purtroppo, ascoltando le sue conversazioni con altre clienti meno riservate, ho scoperto che tra un paio di settimane andrà altrove. Avevo pensato di non continuare a frequentare quella palestra, e lui mi ha dato veramente un’ottima ragione.

Tutto questo per dire che… Mi trovavo in una delle lezioni di yoga, condotta da una ragazza molto carina. La quale, chiacchierando con un allievo che era una specie di sosia di Fedez in versione edulcorata, spiegava di non poter al momento fare massaggi a causa di un problema alla mano. Diceva di essere stata operata, ma che i medici non riuscivano a capire quale fosse il problema.
“Devi recitare un mantra di autoguarigione” – ha consigliato Fedez.
Io ho tanta fiducia nel potere della mente, e sono consapevole del fatto che possiamo influenzare i nostri stati di salute coi nostri pensieri ed atteggiamenti. Cavolo, a volte mi rivolgo anche all’omeopatia, e sono una grandissima fan dell’effetto placebo (mi piace anche la band). Però non so quanto il mantra e il pensiero positivo possano aiutarmi a guarire se ho, ad esempio, un osso rotto.
È anche grazie a cialtroni come lui che poi ci ritroviamo gente che crede di poter curare i tumori mangiando peperoni.
Superata la forte tentazione di mandare tutti in mona, far su il tappetino e andarmene, mi sono concentrata sul mio corpo, sui miei movimenti, sul mio non rompermi l’anca. E alla fine sono corsa fuori cercando il faccino sorridente del receptionist.
La vita è fatta di priorità.

C’è un amico che non sento da tanto, e che dovrei chiamare. Me lo dico ogni giorno, da un po’ di giorni. Perché non trovo il tempo?

On air: Editors – Darnkess at the Door

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Incontri ravvicinati del brutto tipo

A cavallo delle vacanze di Pasqua, sono tornata nella Perfida Albione. C’era un concerto (che poi non c’è stato), e mi è bastata come scusa per prenotare un aereo e andare a trovare gli amici.

Mentre ci accingevamo a scendere su Londra, mi sono ricordata vari motivi per cui quel paese non mi manca affatto: “It is a fine morning in London, light breeze, 5 degrees Celsius”. A Firenze ne avevo lasciati poco meno di 20. Dal finestrino, che vedevo poco, avendo il famigerato middle seat, ho iniziato a scorgere le file di casette tutte uguali della periferia londinese. Quanta tristezza, quanta bruttura. Quelle casette di mattoncini rossi della rivoluzione industriale, tutte uguali, piccole e umide.
Ben arrivata.
Mi avvio verso la campagna, inizia a piovere. Piove e smette, e ricomincia, e smette, e tira il vento. Grande classico.
Arrivo in paese. Ho un’oretta da perdere prima di incontrare gli amici per pranzo, così mi parcheggio in un caffè del mio vecchio quartiere. Prendo una tazza di Earl Grey a 200 gradi, leggo cose qua e là sul cellulare. Alzo un attimo lo sguardo, e vedo che sulla strada sta passando lui. Proprio lui.
Il p.d.m.
Oppebbacco.
Vederlo col sacchettino di un supermercato mi rassicura sul fatto che non sarà dei nostri a pranzo (non che avessi dubbi). Mi dico che ci sta, visto che il posto di lavoro è lì vicino. E poi poteva anche andare peggio, potevo proprio incontrarlo davvero, faccia a faccia.
Mi avvio verso il vecchio lavoro. Incontro gente che mi chiede se sono tornata (NO!). Si va al solito pub per un pranzo di due ore e più (è il giorno prima delle vacanze, e c’è molta gente dei dintorni che in vacanza praticamente c’è già). Conto che, poco più di due ore dopo, tornerò al pub, e avrò giusto il tempo di passare da casa di D. per lasciare la borsa e darmi una rinfrescata, prima di uscire di nuovo.
Rientrando verso l’ufficio, incontro di nuovo lui.
Il p.d.m.
Questa volta, si sta dirigendo verso un altro edificio del campus, in compagnia del suo capo. Sotto il mio ombrello si ripara una mia amica e sua collega – la quale, ovviamente, non vuol farsi vedere dal capo dopo una pausa di due ore. Ignoriamo entrambi con eleganza. Un altro proiettile schivato.
Saluto tutti, e decido di chiamare un taxi, perché piove, e ho la borsa, e me lo posso permettere. Il taxi ha altri piani, e mi dice di aspettare 20 minuti.
20 minuti!
L’ansia comincia a salire, perché il p.d.m. prima o poi dovrà tornare indietro, e io dovrò attendere lì per un bel po’. Andrà tutto bene?
No.
Lui e il suo capo tornano, io sono ancora lì come un barbagianni ad attendere. Per educazione, soprattutto nei confronti del suo capo, faccio un cenno di saluto. Penso di essermela cavata con poco.
No.
No, questo buffone, che quasi un anno prima avevo preso a male parole, al quale avevo promesso che non l’avrei mai più contattato in vita mia, si è fermato a chiacchierare.
Hello, stranger!
Hi.
Paralizzata e allibita, l’ho sentito parlare del più e del meno, del suo recente viaggio in Australia, della bimba dei suoi amici che avevo conosciuto anche io.
Vai a Barcellona, eh? (non ti parlo da un anno e sai i miei programmi?!)
Scusate, ma io ho le prove della nostra ultima discussione, e del punto che ho messo. È stata un’illusione, tipo Fight Club?
Keep in touch!
(KEEP IN TOUCH?!?)
Il mio contributo alla conversazione è stato una sinfonia di eh… mmm… ah… ehm… Nice… OK… See you.
Avrei voluto essere un’altra persona, o quantomeno una me più preparata per questo tipo di incontro. Una che gli avrebbe detto: “scusa, chi cazzo ti conosce?”
Non è andata così. Io non ho MAI la risposta pronta, quando serve.

Fortunatamente, il resto della permanenza è stato migliore. Ho incontrato ex capo, che mi ha dedicato un’ora del suo tempo nonostante il braccio rotto (!), e gli amici a cui tenevo di più.
A chi mi fa notare che dico tanto che l’Inghilterra mi fa schifo ma son sempre là (che, per inciso, non è assolutamente vero), rispondo che sì, l’Inghilterra mi fa assai schifo. Mi fa schifo il clima, la qualità della vita. Ma i miei amici no. Quelli mi mancano ogni giorno.

     

      Si abbandona Albione (e il brutto tipo) e si torna in Toscana

La settimana scorsa sono uscita a cena con un gruppetto di persone. A un certo punto, quando ormai tutti hanno finito di mangiare, l’oste (chiamiamolo così) ci porta tre personaggi passati di lì per caso, e che – a suo avviso – si sarebbero trovati bene a fare due chiacchiere con noi davanti a un bicchiere di vino.
C’erano una volta una ragazza indiana, e un signore di Liverpool con il nipote.

E poi c’ero io, seduta di fronte al ragazzino di Liverpool.

Ora, chi non avesse dimestichezza col cosiddetto accento “scouse” mi creda sulla parola: è pressoché incomprensibile. Aggiungiamo che il protagonista è un ragazzo giovane e molto timido. E un po’ balbuziente.
Nonostante tutto, e nonostante le mie continue e imbarazzate richieste di ripetere (perché non capivo un cazzo, diciamolo), ci siamo intesi. Mi ha raccontato che avrebbe iniziato l’università a settembre. Io gli ho dato un po’ di consigli turistici su Bologna, che avrebbero visitato l’indomani.
Quando è stata ora, per me, di andare a casa, mi ha voluto abbracciare, lasciando di stucco lo zio.
Mi ha fatto sorridere. Chiaramente avevo di fronte un ragazzo, diciamo così, socially awkward, quasi sicuramente oscurato dallo zio chiassoso (il classico signore inglese di mezza età che incontreresti al bancone di un pub, rosso in volto dopo la sesta pinta), che trova interesse e attenzione da parte di una persona che forse gli piaceva un po’.
Ho fatto una fatica atroce per conversare, ma ne è valsa la pena.
Sembra una cazzata, ma essere gentili con gli altri fa bene.
(anche se non tutti se lo meritano).