London calling (ma il mio telefono è occupato)

Per la prima volta, mi cimento in un post “su commissione” (!).
Farovale trascorrerà alcuni giorni a Londra, e giustamente mi dice che basta parlare di Milano, parliamo di Londra!
E quindi lo faccio, attingendo a piene mani dalla mia vita precedente.

Quando vivevo a Oxford, Londra era un po’ la mia ancora di salvezza. Il pullman che passava vicino a casa e funzionava quasi 24 ore al giorno era un’ottima maniera di scappare dalla campagna e raggiungere la metropoli, anche solo per una cena (hint hint: se c’è tempo, Oxford è un’ottima meta per una gita in giornata).

Nonostante resti in me la sensazione di non aver visto abbastanza, posso fare una lista essenziale di quei posti e quelle esperienze che sicuramente consiglierei ad un visitatore:

  • Hampstead: da sempre il mio quartiere londinese preferito, nonché quello dove mi trasferirei seduta stante (se fossi milionaria). Ne avevo già un po’ parlato in un mio vecchio post, elogiando le bellezze del suo parco più grande, Hampstead Heath (i più coraggiosi potrebbero anche voler fare un tuffo nei Ponds).
    Hampstead è anche il quartiere dove si trova la casa del mio poeta romantico preferito, John Keats. La Keats House è un luogo delizioso, e da non perdere per chi apprezza le sue opere. Passeggiando nel giardino, è facile immaginare come siano nate alcune delle sue poesie più celebri, come ad esempio la Ode To Autumn.
  • I grandi musei: sarò banale, ma British, National Gallery e Natural History Museum meritano una visita. Sempre. Il British, in particolare, viste le dimensioni, è la scusa perfetta per tornare a Londra. Un giorno ne visiti una sezione, al viaggio successivo ne visiti un’altra…
  • Torre di Londra: fino a 2 anni fa, ero una acerrima nemica di quella che ritenevo un’attrazione inutile e costosa. Sbagliavo, e sono felice di ricredermi. Costosa lo è senza dubbio, ma è anche un luogo dove è facile trascorrere una mezza giornata abbondante, essendoci un sacco di cose da fare e vedere. Senz’altro imperdibile il tour guidato da uno Yeoman (nel mio caso, l’unica donna Yeoman del regno – la cui foto appare anche nei manifesti di benvenuto arrivando a Heathrow), che dà una bella panoramica di questo edificio e della sua storia, complessa e spesso assai triste. All’interno, la chiesa di San Pietro ad Vincula ospita, tra le altre, le sepolture di un buon numero di persone che non stavano molto simpatiche a Henry VIII (Anne Boleyn, Catherine Howard, Thomas More, tanto per citarne qualcuno). Sì, ci sono anche da vedere i gioielli della corona. Ma forse sono la cosa meno interessante (almeno per me).
  • Spitafields Market: premesso che non sono una grande fan dei mercati, questo è forse uno dei più interessanti che ho visto. In zona Liverpool Street Station, è un vecchio mercato coperto vittoriano, risistemato per accogliere boutique di abbigliamento vintage e un sacco di posticini carini per rifocillarsi.
  • Brixton: è il classico esempio di gentrificazione. Fino a pochi anni fa, non era una zona raccomandabile (per info, chiedere ai Clash). Ora è un quartiere trendy, con un bel mercato coperto e una venue per concerti storica, la O2 Academy.
  • Silent Disco: una delle mie attività preferite a Londra. In cima allo Shard, tre DJ si sfidano a colpi di musica pop, rock e house. I partecipanti, muniti di cuffie, possono scegliere su che canale sintonizzarsi, e su quale musica ballare. Divertimento assicurato (soprattutto quando ti togli un attimo le cuffie e senti la gente che canta a squarciagola, oppure osservando i tuoi amici che ballano tutti in maniera diversa in base a cosa stanno ascoltando), e con in più il vantaggio della location panoramica. Biglietto un po’ caro, ma son soldi davvero spesi bene.
  • Supper club: non è una cosa squisitamente londinese, ma di sicuro Londra offre moltissime possibilità per queste cene “social” in compagnia di sconosciuti. Il concetto è semplice: uno chef decide di testare un menu, o di organizzare una piccola cena privata al di fuori del suo ristorante, posta l’evento sulla piattaforma dedicata (io usavo Eatwith), e gli affamati avventori si possono prenotare. Il menu è fisso, e si possono comunicare eventuali allergie per adattarlo, se necessario. Si può finire a casa dello chef stesso, o in un ristorante nel giorno di chiusura, o in un altro spazio, ad esempio in una galleria d’arte. Io ho provato una cena a base di zucca da uno chef mantovano (!), che ci ha ospitati a casa sua in zona Elephant & Castle (una di quelle zone che non avrei visitato per nessun altro motivo…), ed una cena gourmet in un pop up restaurant allestito all’interno di un caffè di Queens Park. Entrambe esperienze molto piacevoli, sia per il cibo sia per la compagnia. Ovviamente, trattandosi di cene con sconosciuti, c’è sempre un piccolo rischio di ritrovarsi a tavola con gente insopportabile o personaggi quantomeno bizzarri. Ma fa parte dell’avventura!

Nella speranza di fare cosa gradita, auguro buon viaggio (e attendo resoconto 🙂 )

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Innamorarsi a Milano (part 2)

A poco più di un anno fa risale uno dei miei ultimi post, che parlava, tra le altre cose, delle mie scorribande in giro per Milano. Si intitolava “Innamorarsi a Milano“, e riassumeva il mio rapporto di amore-odio con la città. Un rapporto che cominciava più a propendere verso l’amore, o quantomeno l’apprezzamento (“io ti amo, e poi ti odio, e poi ti amo, e poi ti odio, e poi ti apprezzo” come cantavano gli Elii).

La mia personale guida milanese è forse la ragione principale che mi spinge a cercare di trovarmi spesso in area meneghina, per le più disparate ragioni (lavoro, matrimoni organizzati a centinaia di km di distanza – ma per arrivarci devo passare da lì… – concerti, treni in coincidenza…).
La mia personale guida milanese è il classico “ragazzo da sposare”: intelligente, gentile e cortese con tutti, disponibile anche con i miei amici a rimorchio, sempre sul pezzo se c’è da organizzare qualcosa per la mia permanenza, dal trasporto alla cena alla visita culturale. Devi raggiungerlo a casa? Ti viene a prendere in stazione. Si deve uscire presto la mattina e non ti può fare il caffè? Ti paga la colazione al bar.
Mi sento di affermare con un 98.7% di sicurezza che quasi qualsiasi donna che abbia avuto a che fare con lui se ne sia innamorata. E’ il sogno proibito delle mie amiche che l’hanno conosciuto quando l’ho conosciuto io, e ha fatto innamorare le mie amiche che non lo conoscevano fino a poco tempo fa. Nella mia classifica degli uomini da sposare si trova al terzo posto, dietro a Hugh Jackman (foto mia!) e Keanu Reeves. E sento di avere molte più probabilità di sposare Keanu Reeves.
Perché lui non ha bisogno di nessuno. O almeno, questa è la teoria delle sue fans. Non gioca nell’altra squadra. Semplicemente, non gioca. Il ché è un vero peccato, ma, allo stesso tempo, una consolazione. Al grido di “mal comune mezzo gaudio”, penso che, se non posso averlo io, è giusto che non possa averlo nessuna. Tiè!

A parlarne così, forse sembro davvero innamorata. Non lo sono. Nella mia testa è tutto ordinato in maniera razionale. Mi piacerebbe illudermi, ma mi sa che sono troppo vecchia e indurita. Per il momento, mi basta qualche serata insieme. Un aperitivo a casa e lavare i piatti, ascoltare musica di merda, chiacchierare. Gingillarsi col pensiero di ciò che non sarà mai, senza perdere il controllo.

Side note: a seguito dei miei ultimi scritti, che risalgono al viaggio a New York dell’anno scorso, segnalo poco.
1. Ho finalmente friendzonato una persona che mi stava addosso da mesi. Non sapevo bene come fare, dato che di solito in friendzone ci finisco io, ed è stato un processo lungo e complesso. Il risultato è che l’amicizia a mio avviso è compromessa (e vorrei sottolineare che io ero sempre stata piuttosto chiara sul fatto di non essere interessata a lui se non come amico… o almeno così pensavo). Ma direi che l’ha presa meglio del previsto, dato che i miei agenti segreti mi dicono che si è già trovato un rimpiazzo. Se questo fosse vero amore… Teniamo però conto che questa persona secondo me odia(va) la mia guida milanese (essendosi fatto dei viaggi sicuramente più grossi dei miei), quindi… Ma va va va va.
2. Sto per prenotare un viaggetto qui… Se esistesse davvero la serendipity, sul volo interno dovrei ritrovare il bel pilota di 4 anni fa… Quasi quasi prenoto di nuovo in business.

On air: The John Butler Trio – Tahitian Blue

Bright lights, big city

New York non è ospitale. E’ molto grande e non ha cuore. Non è incantevole, non è amichevole. E’ frenetica, rumorosa e caotica, un luogo difficile, avido, incerto. New York non fa nulla per chi come noi è incline ad amarla, tranne far entrare dentro il nostro cuore una nostalgia di casa che ci sconcerta quando ci allontaniamo e ci domandiamo perché siamo inquieti. A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

– Maeve Brennan

 

Un paio di settimane fa sono tornata a New York. Mancavo da ben 6 anni.
E pensare che per tanto tempo l’ho snobbata, ritenendola un luogo che sì, forse poteva essere interessante, ma sicuramente l’America poteva offrire di meglio. 
New York è esattamente come descritto in questo trafiletto, ripreso da un libro che mi è arrivato poco dopo essere tornata dal viaggio (che tempismo!). E’ grande, incasinata, per certi versi minacciosa – coi suoi palazzi altissimi, i tombini fumanti, i tunnel scuri della metropolitana – ha un clima strano, estremo. Viverci non è semplice, ti porta via tanta energia. Eppure… Eppure, quando te ne vai, ti manca. 
Tornandoci, ho notato con piacere di ricordare ancora molto, di sapermi muovere bene.
Ho notato molti cambiamenti, come ad esempio nella zona del World Trade Center. L’ultima volta che ci ero stata, era un grande cantiere. Ora lo è ancora, ma qualcosa è stato terminato. One World Trade Centre, l’edificio più alto, l’osservatorio su tutta la città. L’ascensore più veloce, il più del più… E, ovviamente, il centro commerciale poco distante. Quello che ha catturato l’attenzione di metà del mio gruppo, quella venuta per lo shopping selvaggio e il pendolarismo Times Square – 5th Avenue.
Se c’è un posto che detesto a New York è Times Square. Le luci al neon sono belle viste una volta. Poi però i miei occhi si focalizzano sui ristoranti turistici, i negozietti di souvenir brutti, la troppa gente. Quando abitavo a New York, ogni tanto andavo al cinema da queste parti. Diversamente, Times Square era solo la stazione di scambio della metro che prendevo per andare a lavorare. 
A metà vacanza, ho cambiato hotel. Avevo prenotato un posticino in Upper West Side, e finalmente ho iniziato a respirare. Strade ampie, case bellissime e ancora addobbate per Halloween, caffè e ristoranti finalmente uno diverso dall’altro. Era come essere in un’altra città.
Ed era come non essere in città il Giardino Botanico del Bronx. Un’oasi di natura a poca distanza da Manhattan. Il regno del foliage, che tanto attira i viaggiatori in questa parte del mondo. Mentre nel resto della città si correva la maratona, io passeggiavo in un fazzoletto di foresta nativa, conservata uguale a prima dell’arrivo europeo in nord America. 

Foliage

L’East Village non è cambiato per nulla, invece. I suoi murales al loro posto, i negozi, i miei ristoranti preferiti, le avenues larghe e poco trafficate, le strade alberate. Tutto lì, dove lo avevo lasciato. E dove avevo lasciato un frammentino di cuore.

Oggi compio l’ennesima rivoluzione attorno al sole. Comincio ad abituarmi all’idea che Firenze sia casa.

Ma resta il fatto che
A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

L’ultima volta che ho pianto

E’ stato due domeniche fa. Ero sfinita. Il mio viaggio in Canada, che avevo passato mesi a progettare, mi era scivolato via dalle dita poco più di 24 ore prima. 24 ore che avevo passato prima a convincermi che sarei potuta comunque partire, e poi a convincermi che alla fine era meglio non partire. A convincere gli altri che non era un dramma, che il Canada sta lì, ci andrò l’anno prossimo. A fare la sportiva, per non far vedere quanto mi dispiaceva.

Un calcio male assestato al divano, un dito del piede fratturato, ed ecco che 20 giorni di ferie diventano 25 di malattia.
Ecco che le passeggiate sulle Montagne Rocciose si trasformano in brevi camminate zoppicate dalla camera da letto al soggiorno, nel cuore della Pianura Padana.

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L’ortopedico che mi ha visitato al pronto soccorso, una donna sulla cinquantina dall’aspetto apparentemente burbero, ha cercato di convincermi che sarei potuta tranquillamente partire. Anzi, si raccomandava di non rimanere a casa, sarebbe stato peggio! Poi sei incazzata e stai male. A suo avviso, fare le passeggiate in montagna con la calzatura Talus (di panno, aperta) non sarebbe stato assolutamente un problema (immagino che bello in caso di pioggia). Così come sarebbe stato agevole non farsi la doccia (o farsela con un sacchetto al piede e un panchetto nel box doccia, sicuramente facile da reperire in ostello), e viaggiare con 30 siringhe di eparina in borsa. Avrei tanto voluto crederle, ma vorrei anche conservare un bel ricordo di un viaggio, e non maledire ogni giorno che dio manda in terra.
E così, la valigia è stata rimessa via, le pive sono state messe nel sacco, e il mio agosto è iniziato.

L’unica spiegazione che riesco a darmi è che quel viaggio non fosse da fare.
Il motivo non lo so.
Ero sicuramente un po’ preoccupata dalla lunghezza del viaggio stesso, ma forse solo per il fatto di non essere più salita su un volo intercontinentale dall’ultima volta in Australia. Forse avevo messo troppa carne al fuoco, e il destino mi ha detto no, ti stancherai troppo, stai a casa.
Forse il tour di gruppo che avevo prenotato per un pezzo del viaggio sarebbe stato brutto. Forse il gruppo sarebbe stato brutto. E io che un po’ non vedevo l’ora di tornare a quei mini tour in ostello, che tante volte avevo fatto in Australia, e dove conosci gente svalvolata con cui passi una settimana, ti diverti un casino, e poi chi s’è visto s’è visto.

Qualunque sia la ragione, la sostanza è che me ne sono rimasta a casa con le pive nel sacco.
Aggiungiamo che il capo non si è nemmeno degnato di venire a dirmi ciao (ero in ufficio il giorno dopo la frattura, per completare del lavoro urgente), ma, per interposta persona, mi ha fatto sapere di essere preoccupato che io non torni in tempo per l’inizio dell’anno accademico. Facendomi venire una gran voglia di dare un altro bel calcio al divano, diciamo tra una settimana. Empatia, questa sconosciuta.

L’altro giorno sono andata a salutare la mia amica agente di viaggio che si era occupata delle mie prenotazioni. Anche lei fermamente convinta che questo viaggio non s’aveva da fare. Le ho detto che l’avrei posticipato all’anno prossimo, anche se questo andava in conflitto con il mio piano di tornare in Australia.
“Vai in Australia, non ci andare in Canada in agosto. Vedi com’è andata quest’anno!”
Mi sa che ha ragione.

Stupida foglia d’acero, perché non mi vuoi?!

Innamorarsi a Milano

Le ultime due settimane le ho trascorse in un piccolo universo parallelo, fatto di festival estivi e piccole esplorazioni cittadine. Inutile dire che il ritorno alla realtà mi ha gettato nello sconforto, specie alla luce del fatto che, fino ad ottobre, non ci saranno altri concerti in vista (forse).

Firenze ci ha regalato una 3 giorni rock metal un po’ nostalgica. I più giovani partecipanti erano i Foo Fighters, che sono poi anche stati gli unici che ho deciso di vedere. La mia coinquilina di Sydney era perdutamente innamorata di Dave Grohl (forse lo è ancora?). Una mia cara amica detesta Dave Grohl perché parla male di Bono. Per questa ragione, lo dovrei detestare anche io. Ma è bravo, e quindi ignoro gli insulti al mio unico dio.
I FF sono un bel gruppo, ottimi musicisti polistrumentisti, evidentemente amano molto esibirsi dal vivo (credo li abbiano rimossi dal palco con la forza), e fanno molto ridere. Nel loro momento cover band, hanno cantato le parole di Jump di Van Halen sulla musica di Imagine (una delle canzoni dei Beatles che mi piacciono meno in assoluto): il risultato è stato esilarante. Jump, una canzone di speranza.
Ci hanno anche regalato un breve momento in compagnia dei Guns’n’Roses (headliner del giorno dopo), portando sul palco un imbolsito Axl Rose al quale non avrei mai dato i miei soldi.

La settimana scorsa è stata la volta del concerto che aspettavo da anni: una persona normale direbbe Pearl Jam, io dico The Killers. Come già annunciato qualche tempo fa, amo molto questi giovanotti di Las Vegas. Che avevo colpevolmente ammirato dal vivo solo una volta nella vita (una volta fatta di mille peripezie), e che non vedevo l’ora di riabbracciare.
Prima di loro, sul palco allestito in mezzo alle campagne dell’hinterland milanese, il fratello Gallagher più antipatico – c’è chi dice però il più bello, ma secondo me Noel sta invecchiando meglio del previsto. Liam, vestito del suo classico k-way, ha praticamente cantato un 75% di scaletta degli Oasis, e quindi l’ho tollerato.
Ma io ero lì per i lustrini, le luci al neon, i coriandoli, e le stelle filanti, e Brandon Flowers fasciato in un completo dorato. È stata una bellissima festa, nel vero senso della parola (il golden boy compiva gli anni quella sera). Durata troppo poco, ma sufficiente a riaccendere definitivamente la scintilla del vero amore.
“Ora vi canto l’ultima canzone” – ci ha detto Brandon a un certo punto
“NO!” – ha risposto in coro il pubblico che non aveva alcuna voglia di andarsene
“Ma io devo tornare alla mia vita, e voi dovete tornare alla vostra!” – ha ribattuto lui.
Eh no, caro. La mia vita fa schifo. Tornaci tu alla mia!
Mi sono incamminata verso la metropolitana pensando che vorrei diventare una loro groupie. Sì, voglio andare in tour con i Killers.
In attesa di poter avverare il mio sogno, tiro avanti a colpi di interviste, videoclip, video di concerti, playlist di Spotify. Io e Brandon Flowers siamo coetanei, ma ultimamente mi sembra di avere circa 20 anni in meno di quelli che ho. Grazie, BF.

Venerdì è stata la volta dei Pearl Jam. Non li avevo mai visti, e mi sentivo un po’ in soggezione, perché ero gravemente impreparata rispetto ai loro fan di vecchia data (diciamo il 98% del pubblico). Ma ne è valsa la pena. Eddie Vedder è l’unico sopravvissuto di quel famoso trio di Seattle che includeva Nirvana e Soundgarden – decisamente mi sembra in forma, e invecchiato molto meglio di Axl Rose, però insomma, non si sa mai… La musica splendida, lui che si era preparato i fogli per parlarci in italiano, il festeggiamento per l’anniversario di matrimonio, una voce fantastica. Peccato solo per quei testi incomprensibili, che poi culminano con questa spettacolare travisata.
Che, tra l’altro, è stata la chiusura del concerto. E io l’ho cantata col testo travisato. Perdonami, Eddie, ma ho riso tantissimo.

Ho infine trascorso il sabato portata in giro per Milano da un amico al quale proporrei un secondo lavoro come guida turistica. Non era la prima volta che succedeva. È evidente che lui ami la sua città, e girare con lui la sta facendo apprezzare (amare forse è un po’ esagerato) anche a me. È bello sentirsi raccontare storie, perché quella strada si chiama così, com’erano i navigli una volta, e come potrebbero essere in futuro. Intrufolarsi nei cortili per sbirciare le case di ringhiera, che da fuori sembrano anonimi palazzi cittadini, e dentro sono piccoli mondi colorati fatti di balconi di ferro e piante e fiori. Entrare negli spazi creativi della Milano del design (!) e giocare sui dondoli.

Smetto di sognare ad occhi aperti e vado a chiudere lo zaino, ché stasera si va in Inghilterra. Giusto per non perdere il vizio.

On air: The Killers – Shot At The Night

Il mantra dell’autoguarigione

Da circa due mesi, sto frequentando una palestra che offre corsi di yoga e discipline analoghe.
Non vado pazza per lo yoga, devo ammetterlo, ma me lo impongo nella speranza che possa ammorbidire la mia marmorea persona, dal punto di vista fisico e mentale. Non sta funzionando, a mio avviso… Ma ho ancora solo una manciata di lezioni prima della fine del pass superscontato che ho acquistato, un’offerta che mi sembrava imperdibile.
A dire il vero, non mi piace molto questo centro. Prima di tutto, si trova in un seminterrato. Io odio i seminterrati. Sono umidi, non filtra la luce del sole, non c’è aria. Le sale sono piccole, e non ci sono limiti alle iscrizioni. Questo significa che, a volte, ci si trova accatastati e senza spazio per fare certi movimenti che lo richiederebbero.
E non mi piace nemmeno la titolare. La trovo spesso scortese, sia nei confronti dei clienti che dello staff. Ogni volta che arrivo o me ne vado, saluto tutti, anche gente che non conosco. Lei non saluta mai, e ti guarda spesso con aria di sufficienza.
Fortunatamente, insegna un corso che decisamente non fa per me.
L’unico elemento davvero positivo di quel centro è il ragazzo che lavora alla “reception”. È un brasiliano, credo poco più che ventenne, e fa parte di quella categoria di persone che, in una stanza affollata, tutti noterebbero.

Nella mia vita, ho avuto la fortuna di incontrare altre due persone come lui.
Matteo lavorava in un ostello di Sydney, dove io e il mio ex migliore amico passammo qualche giorno, ormai molti anni fa. Me ne innamorai al primo sguardo, e oltre a me, credo, praticamente qualunque persona avesse a che fare con lui. Ricordo che una sera ci ritrovammo con lui e un gruppo di ospiti dell’ostello sul tetto, una grande terrazza attrezzata. Birre e chiacchiere. O meglio, Matteo parlava, e noi tutti pendevamo dalle sue labbra. Avrebbe potuto parlarci di qualunque cosa, dalla critica della ragion pura alla ricetta del lampredotto, e noi saremmo stati lì ad adorarlo.
Credo che ora stia seguendo la sua vera vocazione: fare il cantautore. Gira per il mondo con la sua chitarra, ammaliando milioni di persone.

Dopo Matteo, un paio di anni più tardi, è stata la volta di Nish. Frequentavamo corsi diversi dello stesso master, quindi ci siamo conosciuti tramite altra gente del giro dei cooperatori allo sviluppo. A vederlo, non era particolarmente attraente. Eppure, come nel caso di Matteo, incantava chiunque. Era buddista (come Matteo, peraltro), e ci spiegava un sacco di cose sulla sua religione. Ricordo, durante il nostro viaggio in Thailandia, questa scena divertente: ci portarono a visitare un tempio, e Nish, passeggiando, ci spiegava gli elementi del buddismo. Un gruppetto di noi lo circondava, seguendolo, mentre lui, di bianco vestito, recitava il verbo. E anche lì, noi tutti pendevamo dalle sue labbra, novello Gesù del subcontinente.
Lo avrei sposato volentieri.

Il giovane receptionist della palestra di yoga ha molti tratti simili a questi due personaggi. È estremamente gentile, senza apparire falso, e quando ti parla ti guarda negli occhi sempre, ma non con fare serioso o minaccioso. Purtroppo, essendo la scema che sono, ho scoperto il suo nome solo dopo un accurato lavoro di detective/stalker. Purtroppo, ascoltando le sue conversazioni con altre clienti meno riservate, ho scoperto che tra un paio di settimane andrà altrove. Avevo pensato di non continuare a frequentare quella palestra, e lui mi ha dato veramente un’ottima ragione.

Tutto questo per dire che… Mi trovavo in una delle lezioni di yoga, condotta da una ragazza molto carina. La quale, chiacchierando con un allievo che era una specie di sosia di Fedez in versione edulcorata, spiegava di non poter al momento fare massaggi a causa di un problema alla mano. Diceva di essere stata operata, ma che i medici non riuscivano a capire quale fosse il problema.
“Devi recitare un mantra di autoguarigione” – ha consigliato Fedez.
Io ho tanta fiducia nel potere della mente, e sono consapevole del fatto che possiamo influenzare i nostri stati di salute coi nostri pensieri ed atteggiamenti. Cavolo, a volte mi rivolgo anche all’omeopatia, e sono una grandissima fan dell’effetto placebo (mi piace anche la band). Però non so quanto il mantra e il pensiero positivo possano aiutarmi a guarire se ho, ad esempio, un osso rotto.
È anche grazie a cialtroni come lui che poi ci ritroviamo gente che crede di poter curare i tumori mangiando peperoni.
Superata la forte tentazione di mandare tutti in mona, far su il tappetino e andarmene, mi sono concentrata sul mio corpo, sui miei movimenti, sul mio non rompermi l’anca. E alla fine sono corsa fuori cercando il faccino sorridente del receptionist.
La vita è fatta di priorità.

C’è un amico che non sento da tanto, e che dovrei chiamare. Me lo dico ogni giorno, da un po’ di giorni. Perché non trovo il tempo?

On air: Editors – Darnkess at the Door

Incontri ravvicinati del brutto tipo

A cavallo delle vacanze di Pasqua, sono tornata nella Perfida Albione. C’era un concerto (che poi non c’è stato), e mi è bastata come scusa per prenotare un aereo e andare a trovare gli amici.

Mentre ci accingevamo a scendere su Londra, mi sono ricordata vari motivi per cui quel paese non mi manca affatto: “It is a fine morning in London, light breeze, 5 degrees Celsius”. A Firenze ne avevo lasciati poco meno di 20. Dal finestrino, che vedevo poco, avendo il famigerato middle seat, ho iniziato a scorgere le file di casette tutte uguali della periferia londinese. Quanta tristezza, quanta bruttura. Quelle casette di mattoncini rossi della rivoluzione industriale, tutte uguali, piccole e umide.
Ben arrivata.
Mi avvio verso la campagna, inizia a piovere. Piove e smette, e ricomincia, e smette, e tira il vento. Grande classico.
Arrivo in paese. Ho un’oretta da perdere prima di incontrare gli amici per pranzo, così mi parcheggio in un caffè del mio vecchio quartiere. Prendo una tazza di Earl Grey a 200 gradi, leggo cose qua e là sul cellulare. Alzo un attimo lo sguardo, e vedo che sulla strada sta passando lui. Proprio lui.
Il p.d.m.
Oppebbacco.
Vederlo col sacchettino di un supermercato mi rassicura sul fatto che non sarà dei nostri a pranzo (non che avessi dubbi). Mi dico che ci sta, visto che il posto di lavoro è lì vicino. E poi poteva anche andare peggio, potevo proprio incontrarlo davvero, faccia a faccia.
Mi avvio verso il vecchio lavoro. Incontro gente che mi chiede se sono tornata (NO!). Si va al solito pub per un pranzo di due ore e più (è il giorno prima delle vacanze, e c’è molta gente dei dintorni che in vacanza praticamente c’è già). Conto che, poco più di due ore dopo, tornerò al pub, e avrò giusto il tempo di passare da casa di D. per lasciare la borsa e darmi una rinfrescata, prima di uscire di nuovo.
Rientrando verso l’ufficio, incontro di nuovo lui.
Il p.d.m.
Questa volta, si sta dirigendo verso un altro edificio del campus, in compagnia del suo capo. Sotto il mio ombrello si ripara una mia amica e sua collega – la quale, ovviamente, non vuol farsi vedere dal capo dopo una pausa di due ore. Ignoriamo entrambi con eleganza. Un altro proiettile schivato.
Saluto tutti, e decido di chiamare un taxi, perché piove, e ho la borsa, e me lo posso permettere. Il taxi ha altri piani, e mi dice di aspettare 20 minuti.
20 minuti!
L’ansia comincia a salire, perché il p.d.m. prima o poi dovrà tornare indietro, e io dovrò attendere lì per un bel po’. Andrà tutto bene?
No.
Lui e il suo capo tornano, io sono ancora lì come un barbagianni ad attendere. Per educazione, soprattutto nei confronti del suo capo, faccio un cenno di saluto. Penso di essermela cavata con poco.
No.
No, questo buffone, che quasi un anno prima avevo preso a male parole, al quale avevo promesso che non l’avrei mai più contattato in vita mia, si è fermato a chiacchierare.
Hello, stranger!
Hi.
Paralizzata e allibita, l’ho sentito parlare del più e del meno, del suo recente viaggio in Australia, della bimba dei suoi amici che avevo conosciuto anche io.
Vai a Barcellona, eh? (non ti parlo da un anno e sai i miei programmi?!)
Scusate, ma io ho le prove della nostra ultima discussione, e del punto che ho messo. È stata un’illusione, tipo Fight Club?
Keep in touch!
(KEEP IN TOUCH?!?)
Il mio contributo alla conversazione è stato una sinfonia di eh… mmm… ah… ehm… Nice… OK… See you.
Avrei voluto essere un’altra persona, o quantomeno una me più preparata per questo tipo di incontro. Una che gli avrebbe detto: “scusa, chi cazzo ti conosce?”
Non è andata così. Io non ho MAI la risposta pronta, quando serve.

Fortunatamente, il resto della permanenza è stato migliore. Ho incontrato ex capo, che mi ha dedicato un’ora del suo tempo nonostante il braccio rotto (!), e gli amici a cui tenevo di più.
A chi mi fa notare che dico tanto che l’Inghilterra mi fa schifo ma son sempre là (che, per inciso, non è assolutamente vero), rispondo che sì, l’Inghilterra mi fa assai schifo. Mi fa schifo il clima, la qualità della vita. Ma i miei amici no. Quelli mi mancano ogni giorno.

     

      Si abbandona Albione (e il brutto tipo) e si torna in Toscana

La settimana scorsa sono uscita a cena con un gruppetto di persone. A un certo punto, quando ormai tutti hanno finito di mangiare, l’oste (chiamiamolo così) ci porta tre personaggi passati di lì per caso, e che – a suo avviso – si sarebbero trovati bene a fare due chiacchiere con noi davanti a un bicchiere di vino.
C’erano una volta una ragazza indiana, e un signore di Liverpool con il nipote.

E poi c’ero io, seduta di fronte al ragazzino di Liverpool.

Ora, chi non avesse dimestichezza col cosiddetto accento “scouse” mi creda sulla parola: è pressoché incomprensibile. Aggiungiamo che il protagonista è un ragazzo giovane e molto timido. E un po’ balbuziente.
Nonostante tutto, e nonostante le mie continue e imbarazzate richieste di ripetere (perché non capivo un cazzo, diciamolo), ci siamo intesi. Mi ha raccontato che avrebbe iniziato l’università a settembre. Io gli ho dato un po’ di consigli turistici su Bologna, che avrebbero visitato l’indomani.
Quando è stata ora, per me, di andare a casa, mi ha voluto abbracciare, lasciando di stucco lo zio.
Mi ha fatto sorridere. Chiaramente avevo di fronte un ragazzo, diciamo così, socially awkward, quasi sicuramente oscurato dallo zio chiassoso (il classico signore inglese di mezza età che incontreresti al bancone di un pub, rosso in volto dopo la sesta pinta), che trova interesse e attenzione da parte di una persona che forse gli piaceva un po’.
Ho fatto una fatica atroce per conversare, ma ne è valsa la pena.
Sembra una cazzata, ma essere gentili con gli altri fa bene.
(anche se non tutti se lo meritano).

I miei amori

Per la rubrica “varie ed eventuali”, che poi e’ ormai l’unico fil rouge che lega i post di questo trascuratissimo blog, oggi si parla dei miei amori. Essendo il mese di San Valentino, il topic mi sembra d’uopo.

I miei amori sono tre: uno, a dire il vero, è duraturo; il secondo è un ritorno di fiamma; il terzo è la mia nuova passione.

L’amore duraturo – Hugh Jackman
Non sono il Dottor Cox, che lo odia.  Io Hugh Jackman lo amo. L’ho sempre amato, lo voglio sposare! Pensateci un attimo: quante storie di gossip avete letto su di lui, o su sua moglie? Io, che lo seguo con passione su tutti i canali social esistenti sul pianeta, ho scoperto solo qualche settimana fa che ha due figli. Hugh mi piace perché, oltre ovviamente ad essere molto bello, mi dà l’idea della brava persona. E poi è il famoso artista a tutto tondo: recita, canta, balla. Lo avete visto in The Greatest Showman?
Little known fact: abbiamo frequentato la stessa universita a Sydney.

Il ritorno di fiamma – The Killers
I Killers sono un gruppo con un posto speciale nel mio cuore, perché li ho scoperti io. Non fanno cioè parte dei gruppi/artisti suggeriti da altri: questi sono proprio miei. Ricordo che la loro prima hit mondiale, Somebody Told Me, passava continuamente in radio quando giravo per la Nuova Zelanda nel 2005. E mi piaceva un sacco. Amici meglio informati mi fecero sapere che questi andavano in giro per tour con gli U2, quindi qualcosa dovevano pur valere.
Qualche anno dopo, sono riuscita finalmente a vederli dal vivo, non senza difficoltà. Il loro concerto a Roma, in compagnia dei Franz Ferdinand, verrà per sempre ricordato per la mia performance, quando praticamente buttai fuori un tizio dal taxi che avevo prenotato IO per andare a Tiburtina (la Tiburtina di 10 anni fa, non quella sbrilluccicosa di oggi) a prendere il treno notte (sigh) per rientrare. Recentemente, ho fatto voto di darmi da fare per raggiungere un tenore di vita tale da consentirmi di viaggiare in sicurezza e comodità e permettermi un hotel ogni volta che vado a un concerto. Per ora ci sto riuscendo.
Ma tornando a noi: chi non avesse ancora ascoltato l’ultimo album di questo simpatico gruppo di Las Vegas, Wonderful Wonderful (uscito dopo troppi anni di silenzio), dovrebbe farlo quanto prima. È stupendo.
Dopo 9 anni di lunga attesa, li vedrò a Milano tra qualche mese. Sono emozionata come una non dovrebbe essere a 36 anni per un concerto.

La mia nuova passione – Antonino Cannavacciuolo
Tornare in Italia, in una situazione abitativa da persona normale, adulta e matura, ha comportato anche l’accesso ad un misterioso elettrodomestico che ignoravo da un po’: la televisione. Questo straordinario oggetto, ho scoperto, ha molti più canali di quanti ricordassi, e tra essi spicca il mio nuovo preferito: il NOVE. Oltre ad ospitare quello che segretamente è sempre stato il mio show preferito, Airport Security (!), è anche praticamente la casa di Cannavacciuolo, che in poche puntate di “Cucine da Incubo” è diventato il mio celebrity chef preferito. Manate sulla schiena ai partecipanti, veracità napoletana senza sfociare nell’esagerato. E poi io mi fido di un cuoco grande e grosso, perché evidentemente gli piace mangiare, ed altrettanto evidentemente ha scelto il mestiere giusto.
E va bene, lo confesso: sono diventata videodipendente, ed è quasi totalmente colpa sua.

Fioretti
Perché non è solo San Valentino, ma è anche il mercoledì delle ceneri.
Una decisione unica: digital detox. Niente più cellulare sulla scrivania in orario di lavoro. Da oggi è chiuso nel cassetto, dal quale uscirà solo occasionalmente. Potrei irrigidirmi ulteriormente, e specificare un numero di volte massimo in cui lo posso guardare, mattina e pomeriggio. Vediamo come va.

A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

I sogni son desideri

Beh, speriamo non tutti.

Da quando sono a Firenze sto sognando molto. Ci sono spiegazioni razionali e scientifiche, immagino. Ad esempio il fatto di essere in un posto nuovo, di dover imparare cose nuove, di doversi rapportare con persone nuove. Tutto questo stimola il cervello, che probabilmente elabora i nuovi apprendimenti e li mischia col passato.
Ho sognato molti dei miei amici di Oxford.
Ho sognato che, di punto in bianco, mi ritrovavo con dei coinquilini in questa casa in cui mi è stato promesso che sarei stata da sola fino alla fine della mia permanenza. La paura atavica del coinquilino…
Ho sognato la fidanzata di M. Che non credo che esista, ed è forse (spero) stata solo la mia rielaborazione di quello che ci ha detto lui riguardo ad un evento al quale avrebbe partecipato con questa tizia di cui non avevo mai sentito parlare. Sì, la cosa mi ha messo di malumore. Sì, è ora di prendere atto che avevo/ho una cottarella per M. E forse lui per me, ma è impossibile a dirsi, essendo lui naturalmente privo di emozioni. Si possono cogliere piccoli segnali, volendo. Tipo quando l’altro giorno ho detto che un giorno di luglio sarò in Inghilterra, e lui – che normalmente su WhatsApp latita – è stato il primo a rispondere e a chiedere quanto mi fermerò.
Tipo che è uscito dal lavoro per venire a salutarmi, il mio ultimo giorno.
Tipo che mi ha scritto un messaggio molto carino sul retro del foglio con le domande dell’ultimo quiz che abbiamo vinto insieme.

Vabbè.

Con tutto questo tempo libero, penso molto. Penso che accampo un sacco di scuse. A Oxford, a un certo punto, avevo deciso che la mia permanenza sarebbe presto giunta a conclusione. E allora mi dicevo: perché traslocare? Perché cercare di incontrare qualcuno? Il problema è che non conoscevo la data di scadenza. Mi sono messa in attesa per così tanto tempo.
Lo faccio anche adesso. Quando mi sarò trasferita vicino al centro, la mia vita inizierà. Ma dovrei darmi un po’ più da fare, perché i mesi iniziali in un posto nuovo sono importanti per costruirsi una vita.
Mi sento sola e mi mancano gli amici di Oxford.

Con tutto questo tempo libero, faccio anche cose che non dovrei fare. Tipo sbirciare il profilo del p.d.m. Assurdo, dato che mi ero imposta regole molto rigide, quando ancora eravamo connessi: divieto assoluto di visitarlo, e non ho mai sgarrato. Ora che l’ho eliminato, vado a sbirciare. Credo anche che non sia casuale il fatto che lui metta molti post pubblici… Ad ogni modo, il motivo è ovvio: vorrei saperlo triste e infelice. Ma so bene che i social esistono per proiettare solo la nostra immagine migliore. Sto perdendo altro tempo.
Che poi, cos’altro voglio? Lo conosco per quello che è. E col cazzo che gli auguro la felicità: gli auguro semplicemente di vivere la vita che si merita, e di perdere qualche minuto, ogni tanto, a ricordarsi cos’ha gettato al vento.

Sto iniziando la mia nuova vita riguardando per l’ennesima volta Scrubs. Ricordo di averlo fatto appena trasferita ad Oxford, e forse è il mio rituale di inizio vita. Lo riguardo, e per forza di cose rivedo me e il p.d.m. in JD e Elliott. Com’è possibile che abbia lasciato accadere tutto, ben sapendo come sarebbe andata? Riguardandolo, mi sono ricordata di quanto sia stronza Elliott (molla più volte JD, lo costringe a starle accanto anche quando lei è fidanzata e lui soffre tantissimo; molla Keith 2 giorni prima del matrimonio!). E ho pensato “questo dovrebbero fare gli amici. Dovrebbero essere come JD”. Poi però, prima di farmi prendere dal senso di colpa, mi sono ricordata di un paio di cosette: un amico per il quale sacrificarmi in questo modo dovrebbe quantomeno dimostrare di non vergognarsi di me, ed eventualmente ritenermi degna di essere informata di certe cose.
Fine del senso di colpa.
Mi passerà tutto, ma il conteggio inizia purtroppo di recente, non due anni fa, quando avrei dovuto chiudere tutto.

Perdo altro tempo. Intanto i Chris Cornell se ne vanno, e io rimango con un ricordo sbiadito di una sera all’Opera House.
E una bottiglia di birra dimenticata a casa dei miei da quasi 3 anni.

Chissà cosa sognerò stanotte.

On air: Beck – Dreams

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