Autunno

E’ l’equinozio di autunno. Lascio che sia l’amico John Keats a parlarcene in maniera più accurata.

 

TO AUTUMN.

1.

SEASON of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For Summer has o’er-brimm’d their clammy cells.

2.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

3.

Where are the songs of Spring? Ay, where are they?
        Think not of them, thou hast thy music too,—
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.

Il suono più bello del mondo

“Questo è il suono più bello del mondo!” ha urlato l’altra sera Bono mentre aggrediva il palco del PalaAlpitour di Torino all’inizio della serie di concerti europei dell’ Innocence + Experience Tour. E ha ragione. L’atmosfera è elettrizzante, di quelle da pelle d’oca per 2 ore.

Gli U2 si fanno vedere generalmente a cadenza quadri-quinquennale. Il tempo tra un tour e l’altro è sufficiente a dimenticare parzialmente quanto ti sei divertito la volta prima, e, di conseguenza, ogni volta che devi litigare con le code (ora virtuali e assai fastidiose) per accaparrarti un biglietto ti domandi chi diavolo te lo fa fare. Poi questi quattro ormai anzianotti e con un po’ di panza saltano sul palco con l’energia dei punk che erano 30 anni fa e ti ricordano immediatamente perché ti sei sbattuto tanto quasi un anno prima per essere tra i fortunati a presenziare a quella megafesta.

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La tempistica peraltro è stata involontariamente straordinaria. Il bisogno di trovarmi in un grande spazio dove poter ascoltare la musica che amo e cantare a squarciagola le canzoni che mi hanno accompagnata per tutta la vita era immenso. E’ stato liberatorio ed emozionante e semplicemente bello. Mi ha ricordato che sono viva, che sto bene, che c’è tanta energia qui dentro, e che bisogna capire solo come liberarla. (Ulteriori spunti di riflessione si trovano nel post di rO, che quando l’ho letto ho sorriso perché penso esattamente le stesse cose).

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Lo scemo causa attuale di tutti i miei mali ovviamente alla fine non è venuto. Qualche settimana fa, quando ancora ci raccontavamo la favola che prima o poi le cose si sarebbero sistemate, mi aveva detto che comunque non sarebbe venuto, non se la sentiva. “Niente di personale”, mi disse. Che poi non si capisce cosa volesse dire: aveva forse avuto qualche diverbio con Bono relativamente al nuovo album? Divergenze artistiche? O magari era solo una cagata pazzesca?
“Vengo al concerto grosso di Londra!”, aveva aggiunto. Povero pirla. Vedere gli U2 è un’esperienza esaltante. Vederli in Italia è un’esperienza mistica. Siamo notoriamente i fans più infoiati della terra, quelli che cantano più forte di tutti, quelli che cantano così forte che i tecnici devono ricalibrare i suoni. L’O2 sarà anche più figo del’ex palasport olimpico di Torino, ma per quanto riguarda l’atmosfera non ho proprio dubbi.
Alla luce degli ultimi avvenimenti, dubito anche che lo vedremo al “concerto grosso di Londra”. Ci pensavo fugacemente mentre uscivo dal palasport sabato, dopo la seconda data. Ci pensavo e mi muovevo a compassione, e mi dicevo che anche se lui è una persona orribile che difficilmente perdonerò, io sarei ancora più orribile se gli impedissi di vedere questo spettacolo.
La musica, l’arte e la bellezza vanno oltre me e lui, i nostri litigi e le nostre rotture. Ma chissà se arriverà a capirlo.
Di sicuro io il 30 ottobre so già dove mi troverò.

 

Are we so… Are we so helpless against the tide?

Vorrei essere qui

Raramente nella mia vita (anzi, oserei dire mai) mi sono entusiasmata tanto per un film. La scorsa settimana, quel momento magico è arrivato.

“Wish I Was Here” è il nuovo film di Zach Braff, meglio noto ai più come J.D. di Scrubs. Una serie TV che ho visto e rivisto, e continuo a rivedere volentieri, e che non mi stanca mai.

Questo film ha una storia particolare: l’anno scorso ZB ha lanciato una campagna di raccolta fondi su Kickstarter, per mettere insieme il budget necessario per girare e produrre il film. L’obiettivo dichiarato era avere soldi sufficienti per non doversi rivolgere ai grandi produttori, e quindi per girare un film indipendente e non sottomesso alle oscure logiche di Hollywood. In pochissimo tempo, oltre 40mila persone (tra cui io) hanno dato il loro contributo, piccolo o grande che fosse. E il sogno si è avverato.

C’erano vari livelli di partecipazione, ed io, che all’epoca avevo appena cominciato un lavoro, mi sono limitata al minimo. Non ero particolarmente interessata al merchandising, ma piuttosto al prodotto finale, ed è stato molto bello seguire il processo di creazione del film attraverso i regolari aggiornamenti di ZB. La scelta delle location, il cast, la musica, i costumi, le riprese, il montaggio. E poi il gran lavoro di promozione, per trovare un distributore che accettasse di portare in giro per il mondo il film. Chi avrebbe mai immaginato che un film si potesse girare in 26 giorni? Un film così bello, tra l’altro.

La musica, dicevo. Come già in Garden State (e anche Scrubs, a dire il vero), ZB ha dimostrato di avere ottimi gusti. Durante la creazione del film, ha reso disponibili varie playlist contenenti alcuni dei suoi brani preferiti. E la colonna sonora, uscita poco prima del film, è un concentrato di piccole perle. La cosa interessante è stata ascoltare la musica prima di vedere il film, e poi scoprire dove le varie canzoni fossero state posizionate.

Un paio di settimane fa, dando un’occhiata veloce su Twitter, ho scoperto che era stata organizzata una proiezione speciale il giorno prima dell’uscita del film in Inghilterra, con tanto di “cineforum” con ZB in un cinema di Londra. Avendo preventivamente scoperto che comunque qui in città il film non sarebbe uscito (uff), mi sono tuffata sul sito del cinema per accaparrarmi un biglietto.
Grande sorpresa nel fatto che ci fossero ancora biglietti, soprattutto per via delle dimensioni della sala: un cinema da un centinaio di posti, forse meno. In buona sostanza, mi sono ritrovata praticamente in prima fila.

Il film mi è piaciuto molto. Mi ha fatto ridere, e piangere, e pensare. Il tema forse un po’ scontato dei 30enni in crisi esistenziale è affrontato con grande abilità, saltando dal dramma personale alla comicità assurda. Tocca le corde del cuore. Ti fa riflettere sul fatto che, ad una certa età, devi davvero cominciare a fare i conti con responsabilità che non vorresti. Ti fa riflettere sul fatto che i tuoi sogni possono avverarsi lo stesso, anche se magari non nel modo in cui pensavi. Ti ricorda che dovresti smetterla di rivangare il passato o preoccuparti per il futuro – che dovresti, vorresti essere qui, nel presente (Wish I Was Here).
E’ piacevole, ben fatto, e – come era ovvio – farcito di musica perfetta per ogni momento. Oltre che di piccoli camei di personaggi di Scrubs, con ruoli più o meno importanti. E anche il sempre magnifico Jim Parsons/Sheldon Cooper. Un omaggio a chi continua a seguire ZB, e la sua crescita come attore e regista.

La sessione di domande è risposte è stata molto interessante. Abbiamo scoperto come la campagna di Kickstarter sia stata affrontata con terrore da tutti i coinvolti, che in effetti non si aspettavano un risultato del genere, e hanno dovuto imparare a gestire tutto il baraccone del merchandising, inventandosi spedizionieri senza avere idea di come fare (“non lo voglio fare mai più!”). Abbiamo scoperto l’importanza del nostro contributo, che ha permesso ad esempio di scritturare gli attori giusti e non quelli imposti dai grandi produttori di Hollywood, mantenendo pieno controllo del film.
La cosa che ho trovato più interessante è stata la creazione della colonna sonora. A parte un paio di brani originali, scritti apposta per il film, ZB ha attinto a musica già esistente. E ha spiegato come la scelta sia a volte insolita. “Puoi cercare di infilare una delle tue canzoni preferite in una determinata scena, ma non è detto che funzioni. A volte una canzone che non ti aspetteresti, se messa nella scena giusta, ti fa venire la pelle d’oca. Quando succede, vuol dire che hai trovato la canzone giusta”. L’effetto pelle d’oca è la prova del nove. E devo dire che in questo film di pelle d’oca ce n’è stata tanta.

Lo so, sembra che stia facendo spietata pubblicità al film. No, ZB non mi paga per scrivere questo sul mio blog (e comunque mi presterei gratis, se sapessi che posso dare una mano a far sì che i film venga distribuito anche in Italia). Ma è stato talmente bello seguire la creazione di questo film, da una scenografia in un cassetto alla pellicola in sala, che ho voluto condividerlo col mondo (quei 2 o 3 che passeranno di qui per caso, diciamo). Rientra sempre nel discorso dell’arte che emoziona. Ogni volta che succede, me ne sorprendo. E sono felice.

Di Amore, Psiche e altri pensieri (più o meno artistici)

Sabato e domenica sono stata a Parigi. E’ un viaggio facile da Londra, un treno comodo, un paio d’ore per attraversare la Manica, ed eccomi nella Ville Lumière.
Non visitavo Parigi dal 1989. Ci ero passata un paio di volte l’anno scorso, sulla via per qualche altro posto – una corsa in taxi, una corsa in metro per vedere la Tour Eiffel, e subito in treno per tornare in Inghilterra. Ammetto anche di non trovarla questa città incredibile e romantica che tutti esaltano come la più bella del mondo, e per questo ho sempre preferito altre mete. Ma questo e’ un altro discorso.

Nelle poco più di 24 ore a mia disposizione, ho visitato il Louvre. Della mia visita di tanti anni fa ricordo giusto la ressa per fotografare la Gioconda, e la fila di sfingi nella sezione egizia. Non ricordavo invece la massa di visitatori, e la struttura labirintica nella quale mi son persa più volte. Non ricordavo nemmeno di aver visto Amore e Psiche.

Amore e Psiche. E’ forse la scultura più celebre di Antonio Canova. In una interpretazione del mito di Apuleio, Canova rappresenta nel marmo il dio Amore appena dopo aver svegliato la sua sposa Psiche con un bacio. La storia e’ un grande classico della mitologia greco-romana: amore, tragedia, prove da superare, dei malvagi, dei comprensivi, creature magiche, e in questo caso un lieto fine.
La scultura l’ho vista in foto centinaia di volte. Forse proprio per il fatto di averla vista e rivista, spesso abusata nel suo ruolo di icona romantica, non pensavo che vederla dal vivo mi avrebbe provocato qualche reazione. E invece sono rimasta pietrificata (esatto, come una scultura).
L’ho guardata e riguardata, ci ho girato attorno, l’ho fotografata e, una volta tornata a casa, ho continuato a guardare la foto (che, per fortuna, era venuta bene). Una bellezza sconcertante. Cosi’ perfetta che mi aspettavo da un momento all’altro che quel blocco di marmo prendesse vita, che Cupido e Psiche, ormai in carne ed ossa, tornassero ad abbracciarsi.

Mi piace molto la scultura, in particolare la scultura greca e la sua perfezione – la preferisco a quella romana, più realistica. L’arte greca utilizza canoni estetici particolari, difficilmente esistenti nella realtà, o quantomeno rari da trovare in giro. Il realismo ed i suoi difetti sono per la vita vera: l’arte e’ il regno di una perfezione cosi’ unica che non può che suscitare emozioni.
Per forza di cose, anche la scultura neoclassica mi piace molto. Vedere un’opera come Amore e Psiche con i miei occhi di oggi e’ stato incredibile. Incredibile apprezzare la maestria con cui un artista con uno scalpello riesce a far vibrare un freddo blocco di marmo e a farne uscire emozioni.
Più ci penso, più riguardo la foto, più mi sorprendo. Quanta tenerezza nelle braccia di Cupido che dolcemente reggono Psiche, e quanto trasporto nelle braccia di Psiche che ne sfiora i capelli. Quanto amore nei loro sguardi, quanta tensione in quel momento che sta per compiersi.

C’e’ una certa, irrazionale invidia celata nelle mie parole, perché in fin dei conti anche io vorrei essere bellissima e svegliata da un marito altrettanto bello e con le ali (!). Ma e’ un’invidia associata ad un senso di sollievo: la visione di questa scultura mi ha emozionato e mi sta facendo sognare, e questo e’ un buon segno. Non tutto e’ perduto.

Amore e Psiche