Innamorarsi a Milano (part 2)

A poco più di un anno fa risale uno dei miei ultimi post, che parlava, tra le altre cose, delle mie scorribande in giro per Milano. Si intitolava “Innamorarsi a Milano“, e riassumeva il mio rapporto di amore-odio con la città. Un rapporto che cominciava più a propendere verso l’amore, o quantomeno l’apprezzamento (“io ti amo, e poi ti odio, e poi ti amo, e poi ti odio, e poi ti apprezzo” come cantavano gli Elii).

La mia personale guida milanese è forse la ragione principale che mi spinge a cercare di trovarmi spesso in area meneghina, per le più disparate ragioni (lavoro, matrimoni organizzati a centinaia di km di distanza – ma per arrivarci devo passare da lì… – concerti, treni in coincidenza…).
La mia personale guida milanese è il classico “ragazzo da sposare”: intelligente, gentile e cortese con tutti, disponibile anche con i miei amici a rimorchio, sempre sul pezzo se c’è da organizzare qualcosa per la mia permanenza, dal trasporto alla cena alla visita culturale. Devi raggiungerlo a casa? Ti viene a prendere in stazione. Si deve uscire presto la mattina e non ti può fare il caffè? Ti paga la colazione al bar.
Mi sento di affermare con un 98.7% di sicurezza che quasi qualsiasi donna che abbia avuto a che fare con lui se ne sia innamorata. E’ il sogno proibito delle mie amiche che l’hanno conosciuto quando l’ho conosciuto io, e ha fatto innamorare le mie amiche che non lo conoscevano fino a poco tempo fa. Nella mia classifica degli uomini da sposare si trova al terzo posto, dietro a Hugh Jackman (foto mia!) e Keanu Reeves. E sento di avere molte più probabilità di sposare Keanu Reeves.
Perché lui non ha bisogno di nessuno. O almeno, questa è la teoria delle sue fans. Non gioca nell’altra squadra. Semplicemente, non gioca. Il ché è un vero peccato, ma, allo stesso tempo, una consolazione. Al grido di “mal comune mezzo gaudio”, penso che, se non posso averlo io, è giusto che non possa averlo nessuna. Tiè!

A parlarne così, forse sembro davvero innamorata. Non lo sono. Nella mia testa è tutto ordinato in maniera razionale. Mi piacerebbe illudermi, ma mi sa che sono troppo vecchia e indurita. Per il momento, mi basta qualche serata insieme. Un aperitivo a casa e lavare i piatti, ascoltare musica di merda, chiacchierare. Gingillarsi col pensiero di ciò che non sarà mai, senza perdere il controllo.

Side note: a seguito dei miei ultimi scritti, che risalgono al viaggio a New York dell’anno scorso, segnalo poco.
1. Ho finalmente friendzonato una persona che mi stava addosso da mesi. Non sapevo bene come fare, dato che di solito in friendzone ci finisco io, ed è stato un processo lungo e complesso. Il risultato è che l’amicizia a mio avviso è compromessa (e vorrei sottolineare che io ero sempre stata piuttosto chiara sul fatto di non essere interessata a lui se non come amico… o almeno così pensavo). Ma direi che l’ha presa meglio del previsto, dato che i miei agenti segreti mi dicono che si è già trovato un rimpiazzo. Se questo fosse vero amore… Teniamo però conto che questa persona secondo me odia(va) la mia guida milanese (essendosi fatto dei viaggi sicuramente più grossi dei miei), quindi… Ma va va va va.
2. Sto per prenotare un viaggetto qui… Se esistesse davvero la serendipity, sul volo interno dovrei ritrovare il bel pilota di 4 anni fa… Quasi quasi prenoto di nuovo in business.

On air: The John Butler Trio – Tahitian Blue

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Bright lights, big city

New York non è ospitale. E’ molto grande e non ha cuore. Non è incantevole, non è amichevole. E’ frenetica, rumorosa e caotica, un luogo difficile, avido, incerto. New York non fa nulla per chi come noi è incline ad amarla, tranne far entrare dentro il nostro cuore una nostalgia di casa che ci sconcerta quando ci allontaniamo e ci domandiamo perché siamo inquieti. A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

– Maeve Brennan

 

Un paio di settimane fa sono tornata a New York. Mancavo da ben 6 anni.
E pensare che per tanto tempo l’ho snobbata, ritenendola un luogo che sì, forse poteva essere interessante, ma sicuramente l’America poteva offrire di meglio. 
New York è esattamente come descritto in questo trafiletto, ripreso da un libro che mi è arrivato poco dopo essere tornata dal viaggio (che tempismo!). E’ grande, incasinata, per certi versi minacciosa – coi suoi palazzi altissimi, i tombini fumanti, i tunnel scuri della metropolitana – ha un clima strano, estremo. Viverci non è semplice, ti porta via tanta energia. Eppure… Eppure, quando te ne vai, ti manca. 
Tornandoci, ho notato con piacere di ricordare ancora molto, di sapermi muovere bene.
Ho notato molti cambiamenti, come ad esempio nella zona del World Trade Center. L’ultima volta che ci ero stata, era un grande cantiere. Ora lo è ancora, ma qualcosa è stato terminato. One World Trade Centre, l’edificio più alto, l’osservatorio su tutta la città. L’ascensore più veloce, il più del più… E, ovviamente, il centro commerciale poco distante. Quello che ha catturato l’attenzione di metà del mio gruppo, quella venuta per lo shopping selvaggio e il pendolarismo Times Square – 5th Avenue.
Se c’è un posto che detesto a New York è Times Square. Le luci al neon sono belle viste una volta. Poi però i miei occhi si focalizzano sui ristoranti turistici, i negozietti di souvenir brutti, la troppa gente. Quando abitavo a New York, ogni tanto andavo al cinema da queste parti. Diversamente, Times Square era solo la stazione di scambio della metro che prendevo per andare a lavorare. 
A metà vacanza, ho cambiato hotel. Avevo prenotato un posticino in Upper West Side, e finalmente ho iniziato a respirare. Strade ampie, case bellissime e ancora addobbate per Halloween, caffè e ristoranti finalmente uno diverso dall’altro. Era come essere in un’altra città.
Ed era come non essere in città il Giardino Botanico del Bronx. Un’oasi di natura a poca distanza da Manhattan. Il regno del foliage, che tanto attira i viaggiatori in questa parte del mondo. Mentre nel resto della città si correva la maratona, io passeggiavo in un fazzoletto di foresta nativa, conservata uguale a prima dell’arrivo europeo in nord America. 

Foliage

L’East Village non è cambiato per nulla, invece. I suoi murales al loro posto, i negozi, i miei ristoranti preferiti, le avenues larghe e poco trafficate, le strade alberate. Tutto lì, dove lo avevo lasciato. E dove avevo lasciato un frammentino di cuore.

Oggi compio l’ennesima rivoluzione attorno al sole. Comincio ad abituarmi all’idea che Firenze sia casa.

Ma resta il fatto che
A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

Innamorarsi a Milano

Le ultime due settimane le ho trascorse in un piccolo universo parallelo, fatto di festival estivi e piccole esplorazioni cittadine. Inutile dire che il ritorno alla realtà mi ha gettato nello sconforto, specie alla luce del fatto che, fino ad ottobre, non ci saranno altri concerti in vista (forse).

Firenze ci ha regalato una 3 giorni rock metal un po’ nostalgica. I più giovani partecipanti erano i Foo Fighters, che sono poi anche stati gli unici che ho deciso di vedere. La mia coinquilina di Sydney era perdutamente innamorata di Dave Grohl (forse lo è ancora?). Una mia cara amica detesta Dave Grohl perché parla male di Bono. Per questa ragione, lo dovrei detestare anche io. Ma è bravo, e quindi ignoro gli insulti al mio unico dio.
I FF sono un bel gruppo, ottimi musicisti polistrumentisti, evidentemente amano molto esibirsi dal vivo (credo li abbiano rimossi dal palco con la forza), e fanno molto ridere. Nel loro momento cover band, hanno cantato le parole di Jump di Van Halen sulla musica di Imagine (una delle canzoni dei Beatles che mi piacciono meno in assoluto): il risultato è stato esilarante. Jump, una canzone di speranza.
Ci hanno anche regalato un breve momento in compagnia dei Guns’n’Roses (headliner del giorno dopo), portando sul palco un imbolsito Axl Rose al quale non avrei mai dato i miei soldi.

La settimana scorsa è stata la volta del concerto che aspettavo da anni: una persona normale direbbe Pearl Jam, io dico The Killers. Come già annunciato qualche tempo fa, amo molto questi giovanotti di Las Vegas. Che avevo colpevolmente ammirato dal vivo solo una volta nella vita (una volta fatta di mille peripezie), e che non vedevo l’ora di riabbracciare.
Prima di loro, sul palco allestito in mezzo alle campagne dell’hinterland milanese, il fratello Gallagher più antipatico – c’è chi dice però il più bello, ma secondo me Noel sta invecchiando meglio del previsto. Liam, vestito del suo classico k-way, ha praticamente cantato un 75% di scaletta degli Oasis, e quindi l’ho tollerato.
Ma io ero lì per i lustrini, le luci al neon, i coriandoli, e le stelle filanti, e Brandon Flowers fasciato in un completo dorato. È stata una bellissima festa, nel vero senso della parola (il golden boy compiva gli anni quella sera). Durata troppo poco, ma sufficiente a riaccendere definitivamente la scintilla del vero amore.
“Ora vi canto l’ultima canzone” – ci ha detto Brandon a un certo punto
“NO!” – ha risposto in coro il pubblico che non aveva alcuna voglia di andarsene
“Ma io devo tornare alla mia vita, e voi dovete tornare alla vostra!” – ha ribattuto lui.
Eh no, caro. La mia vita fa schifo. Tornaci tu alla mia!
Mi sono incamminata verso la metropolitana pensando che vorrei diventare una loro groupie. Sì, voglio andare in tour con i Killers.
In attesa di poter avverare il mio sogno, tiro avanti a colpi di interviste, videoclip, video di concerti, playlist di Spotify. Io e Brandon Flowers siamo coetanei, ma ultimamente mi sembra di avere circa 20 anni in meno di quelli che ho. Grazie, BF.

Venerdì è stata la volta dei Pearl Jam. Non li avevo mai visti, e mi sentivo un po’ in soggezione, perché ero gravemente impreparata rispetto ai loro fan di vecchia data (diciamo il 98% del pubblico). Ma ne è valsa la pena. Eddie Vedder è l’unico sopravvissuto di quel famoso trio di Seattle che includeva Nirvana e Soundgarden – decisamente mi sembra in forma, e invecchiato molto meglio di Axl Rose, però insomma, non si sa mai… La musica splendida, lui che si era preparato i fogli per parlarci in italiano, il festeggiamento per l’anniversario di matrimonio, una voce fantastica. Peccato solo per quei testi incomprensibili, che poi culminano con questa spettacolare travisata.
Che, tra l’altro, è stata la chiusura del concerto. E io l’ho cantata col testo travisato. Perdonami, Eddie, ma ho riso tantissimo.

Ho infine trascorso il sabato portata in giro per Milano da un amico al quale proporrei un secondo lavoro come guida turistica. Non era la prima volta che succedeva. È evidente che lui ami la sua città, e girare con lui la sta facendo apprezzare (amare forse è un po’ esagerato) anche a me. È bello sentirsi raccontare storie, perché quella strada si chiama così, com’erano i navigli una volta, e come potrebbero essere in futuro. Intrufolarsi nei cortili per sbirciare le case di ringhiera, che da fuori sembrano anonimi palazzi cittadini, e dentro sono piccoli mondi colorati fatti di balconi di ferro e piante e fiori. Entrare negli spazi creativi della Milano del design (!) e giocare sui dondoli.

Smetto di sognare ad occhi aperti e vado a chiudere lo zaino, ché stasera si va in Inghilterra. Giusto per non perdere il vizio.

On air: The Killers – Shot At The Night

Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

La casa è dov’è il cuore

I lettori più attenti (!) avranno notato che qualche settimana fa sono stata in Australia. Beh, più che qualche settimana ormai mi sembra che sia passato qualche secolo, ma non è questo il punto.
I lettori ancora più attenti (!!) avranno anche notato/dedotto che in Australia ci ero già stata, in passato, trascorrendovi parecchio tempo. L’ho adorata come mai nessun posto al mondo, e a posteriori ritengo di averla lasciata al momento giusto, quando stava cominciando a perdere quell’aura di magia che l’aveva resa speciale. E’ stato un po’ come quando si dice che è meglio che uno sportivo molli quando è ancora all’apice, per chiudere la carriera da campione e lasciare un bel ricordo. Ho fatto i bagagli quando ancora amavo quella terra, sapevo che era ora di andarsene e volevo partire con la nostalgia. Mi sono maledetta per mesi, ma sapevo che, sotto sotto, era giusto così.

Quando sono tornata, a novembre, erano passati oltre 3 anni dalla mia partenza. Da quando mi ero alzata per riempirmi gli occhi di un’alba invernale a Coogee, e avevo salutato il mio chauffeur personale Danny e il sempre sorprendente Justin che era venuto apposta all’aeroporto perché sapeva che c’era una vetrata attraverso la quale i passeggeri potevano salutare famigliari e amici che restavano a terra.

Tornare in un luogo che un tempo è stato casa è strano.
A Perth ero già stata varie volte, e la conoscevo, ma ero sempre stata una turista. Aveva semplicemente l’aria familiare di un posto visto in precedenza.
Port Lincoln è stata una novità, e uno stop solo a fini pratici.
Phillip Island è stata una piacevole sorpresa, nonostante il freddo. Tanta natura, tanti animali, tanto relax.

Sydney… Beh, Sydney è casa. Quando il bellissimo pilota che sedeva accanto a me sul volo da Melbourne mi chiese: “Stai tornando a casa?”,  gli risposi che sì, in un certo senso era proprio così.
Mentre l’aereo scendeva ho visto luoghi familiari. Il palazzone brutto della mia università, e poi la spiaggia di La Perouse. E quella skyline che conoscevo bene.

Forse quello che più è strano è tornare da turista nella tua vecchia casa. Sapevo come muovermi ma al contempo avevo ovviamente dimenticato alcune cose, tipo le posizioni di certe fermate degli autobus, o i miei piatti preferiti in alcuni ristoranti che frequentavo spesso (quale orrore essersi dimenticati degli involtini di manzo e asparagi con maionese wasabi! Ne avrei mangiati a quintali). Tante cose sono cambiate, tanti palazzi nuovi, e le stazioni dei treni in centro tutte rinnovate (con grande confusione mia, che mi ci sono addirittura persa in un paio di occasioni). Tanto di nuovo, ma anche tanto di familiare.
Quando, scesa dal 353, mi si è aperto davanti agli occhi l’oceano a Maroubra, in un attimo sono tornata ai pomeriggi nei quali fingevo di studiare, e alle giornate di sole passate a leggere, o a guardare le onde (e chi le cavalcava), e alle passeggiate che mi schiarivano la mente e mi calmavano i pensieri. Quanto bisogno avevo di respirare l’aria di mare, di quel mare, dopo mesi di buio. E quanto bene mi ha fatto.

Che cosa bella e bizzarra rivedere gli amici che non vedevo da tanto, che magari sento pochissimo, e provare la sensazione di non esser mai andati via.

Ritrovare questa vista:

Milsons Point

Sentirsi a casa. Essere a casa.

Autunno

E’ l’equinozio di autunno. Lascio che sia l’amico John Keats a parlarcene in maniera più accurata.

 

TO AUTUMN.

1.

SEASON of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For Summer has o’er-brimm’d their clammy cells.

2.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

3.

Where are the songs of Spring? Ay, where are they?
        Think not of them, thou hast thy music too,—
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.

Il suono più bello del mondo

“Questo è il suono più bello del mondo!” ha urlato l’altra sera Bono mentre aggrediva il palco del PalaAlpitour di Torino all’inizio della serie di concerti europei dell’ Innocence + Experience Tour. E ha ragione. L’atmosfera è elettrizzante, di quelle da pelle d’oca per 2 ore.

Gli U2 si fanno vedere generalmente a cadenza quadri-quinquennale. Il tempo tra un tour e l’altro è sufficiente a dimenticare parzialmente quanto ti sei divertito la volta prima, e, di conseguenza, ogni volta che devi litigare con le code (ora virtuali e assai fastidiose) per accaparrarti un biglietto ti domandi chi diavolo te lo fa fare. Poi questi quattro ormai anzianotti e con un po’ di panza saltano sul palco con l’energia dei punk che erano 30 anni fa e ti ricordano immediatamente perché ti sei sbattuto tanto quasi un anno prima per essere tra i fortunati a presenziare a quella megafesta.

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La tempistica peraltro è stata involontariamente straordinaria. Il bisogno di trovarmi in un grande spazio dove poter ascoltare la musica che amo e cantare a squarciagola le canzoni che mi hanno accompagnata per tutta la vita era immenso. E’ stato liberatorio ed emozionante e semplicemente bello. Mi ha ricordato che sono viva, che sto bene, che c’è tanta energia qui dentro, e che bisogna capire solo come liberarla. (Ulteriori spunti di riflessione si trovano nel post di rO, che quando l’ho letto ho sorriso perché penso esattamente le stesse cose).

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Lo scemo causa attuale di tutti i miei mali ovviamente alla fine non è venuto. Qualche settimana fa, quando ancora ci raccontavamo la favola che prima o poi le cose si sarebbero sistemate, mi aveva detto che comunque non sarebbe venuto, non se la sentiva. “Niente di personale”, mi disse. Che poi non si capisce cosa volesse dire: aveva forse avuto qualche diverbio con Bono relativamente al nuovo album? Divergenze artistiche? O magari era solo una cagata pazzesca?
“Vengo al concerto grosso di Londra!”, aveva aggiunto. Povero pirla. Vedere gli U2 è un’esperienza esaltante. Vederli in Italia è un’esperienza mistica. Siamo notoriamente i fans più infoiati della terra, quelli che cantano più forte di tutti, quelli che cantano così forte che i tecnici devono ricalibrare i suoni. L’O2 sarà anche più figo del’ex palasport olimpico di Torino, ma per quanto riguarda l’atmosfera non ho proprio dubbi.
Alla luce degli ultimi avvenimenti, dubito anche che lo vedremo al “concerto grosso di Londra”. Ci pensavo fugacemente mentre uscivo dal palasport sabato, dopo la seconda data. Ci pensavo e mi muovevo a compassione, e mi dicevo che anche se lui è una persona orribile che difficilmente perdonerò, io sarei ancora più orribile se gli impedissi di vedere questo spettacolo.
La musica, l’arte e la bellezza vanno oltre me e lui, i nostri litigi e le nostre rotture. Ma chissà se arriverà a capirlo.
Di sicuro io il 30 ottobre so già dove mi troverò.

 

Are we so… Are we so helpless against the tide?

Io viaggio da sola

Io sono una grande fan del viaggio in solitaria. A dirla tutta, sono una grande fan del fare un sacco di cose da sola. Recentemente è apparso sull’internet un articolo interessante sul tema delle attività svolte da soli. La ricerca che viene riportata parla di come spesso preferiamo stare a casa, se non abbiamo nessuno con cui uscire, per timore del giudizio degli altri. La nostra percezione è che gli altri ci giudichino come degli sfigati se siamo al ristorante da soli, quando invece le ricerche dimostrano che agli altri importa veramente poco di quello che facciamo noi.

«Le persone non fanno altro che rinunciare a fare qualcosa solo per il fatto che sono sole», spiega Rebecca Ratner, professoressa di marketing alla Robert H. Smith School of Business. Ratner ha passato quasi cinque anni a studiare perché le persone sono così riluttanti a divertirsi da sole e come, di conseguenza, si divertano meno in generale. «Il punto è che sarebbero probabilmente più felici a uscire e fare qualcosa». 

Lo trovo molto vero. Ho iniziato a viaggiare da sola una decina di anni fa, quando ho capito che a volte era inutile chiedere ad altri di unirsi a me ed aspettare una risposta. I “forse”, “magari”, “vediamo”, “si potrebbe fare” mi avevano sfrantumato i maroni, e di conseguenza ho iniziato a muovermi per i fatti miei. Perché negare a me stessa la possibilità di fare qualcosa che voglio fare, solo perché è qualcun altro a non volerla fare?
Il resto è venuto da sé. Cinema, concerti, ristoranti, musei, gallerie d’arte. Il mondo sembra progettato per gruppi di due o più, ma è perfettamente fruibile anche da chi si sposta da solo. Tra l’altro, certi tipi di esperienze, a mio avviso, spesso si fanno meglio da soli.
Per quanto riguarda il viaggio, capisco le perplessità che possa suscitare una partenza in solitaria. Una giovane donna sola è potenzialmente a rischio, ed evidentemente le destinazioni vanno scelte con cura. E poi ci sono le piccole difficoltà che si incontrano nei viaggi, i problemi di orientamento, le potenziali barriere linguistiche. Ho sempre visto tutto ciò come una bella sfida, un provare, soprattutto a me stessa, che me la posso cavare da sola. E una maniera di ricordarmi che, dovessi anche restare sola per la vita, non mi priverò mai del piacere di un viaggio.

Lo scorso fine settimana l’ho trascorso nei Paesi Baschi. Doveva essere la Croazia, ma dati i costi un po’ proibitivi, mi son messa in cerca di altro. E British Airways mi è venuta in aiuto pubblicizzando sul suo sito un volo veramente a buon mercato per Bilbao. Comprato subito, 3 notti. E poi che faccio? Un’occhiata alla mappa e scorgo a est San Sebastian, gioiellino della costa basca, di cui avevo sentito parlare come un bel posto per fare surf (non che la cosa mi interessi direttamente). Tutto pronto e organizzato, mappe e guida stampate, hotel prenotati. Non vedo l’ora di lasciare la valle di lacrime per qualche giorno, di lasciarmi alle spalle – anche solo per poco – la montagna di merda di cui ho parlato nei post precedenti.

Da un po’ non facevo un viaggio per i cazzi miei, e mi ero equipaggiata per eventuali attacchi di noia: libro, iPod, tanti MB sul cellulare. Ma per annoiarsi, anche se ero da sola non c’è stato tempo.
Bilbao è una città dal passato industriale e un po’ difficile. Esteticamente non molto attraente, se non per la parte vecchia, ma con carattere. Il suo punto di forza è senz’altro il Guggenheim, un edificio di incredibile bellezza. Sinuose pareti di acciaio all’esterno, curve eleganti all’interno. In tutta onestà, ho preferito l’architettura alle opere esposte all’interno. E due ore mi sono volate.

San Sebastian… Mi ha lasciata senza fiato. Sono arrivata all’hotel dalla stazione dei pullman, notoriamente non uno dei luoghi più belli in qualunque città. La strada per arrivare in centro costeggiava il fiume – mi ha ricordato subito Rimini (la bella città, non la spiaggia un po’ pacchiana), col suo ponte di Tiberio a ridosso del mare, e un po’ anche quelle cittadine della costa romagnola, quelle col porto canale. Poi ho iniziato a vedere i bei palazzi dell’800, e a sentire l’odore del mare. Ed è stato amore a prima vista. Dopo aver appoggiato i bagagli e studiato un attimo qualche aspetto logistico, mi sono lanciata alla Playa Zurriola, la spiaggia dei surfisti, a far due passi e guardare quella brava gioventù che cavalcava le onde. Zurriola è una spiaggia di città, una baia di medie dimensioni chiusa a est da un bel promontorio verdeggiante. Mi ha ricordato subito la mia Maroubra. Una Maroubra più piccola ed urbanizzata, ma pur sempre bella.
Per la sera avevo prenotato un Pintxo Hunting Tour, una visita guidata a piedi per provare vari locali e piatti della cucina tradizionale basca. Essendo da sola, ho pensato di investire un po’ di soldini in questa attività di cui avevo letto recensioni stupende, e ho capito di aver avuto davvero una fantastica idea. La guida, super in gamba, alternava informazioni sulla storia di San Sebastian a curiosità sulla cultura e la cucina. E quanto si è mangiato! La cucina basca è incredibile, e arrivare nella capitale gastronomica del mondo da un paese come l’Inghilterra, con tradizione culinaria imbarazzante, è stato come arrivare in paradiso.
Come a Bilbao, anche a San Sebastian non c’è stato tempo di annoiarsi. Il giorno seguente l’ho passando salendo e scendendo dai due monti che incorniciano la baia de la Concha, arrampicandomi sulle mura di vecchi castelli e torrioni in cerca della vista perfetta. Tanta fatica salire, ma lo spettacolo della vista di San Sebastian dall’alto ne valeva la pena. Continuavo a ripetermi che era ora di scendere in spiaggia, ma mi fermavo a sbirciare ad ogni angolo durante la discesa.
La Concha è una splendida spiaggia cittadina, anche questa una bella baia chiusa dai monti Urgull e Igeldo, con un bel passeggio a separarla dai palazzi costruiti dietro, e con una elegante ringhiera di ferro battuto dipinta di bianco. Mentre la percorrevo, in cerca del punto perfetto dove stendermi sotto il sole, pensavo che mi ricordava un po’ una Bondi più raffinata. E immaginavo come sarebbe stato vivere li. La Concha è una spiaggia di città, il che vuol dire che chi lavora in centro può farsi tranquillamente la pausa pranzo al mare, e uscire dal lavoro e travasarsi direttamente in acqua. Col sole che al picco dell’estate tramonta alle 22, è veramente il paradiso. E poi pensavo a Oxford e mi veniva il magone.

Non c’è niente di più bello e rilassante per me di stare sdraiata sulla spiaggia ad occhi chiusi ad ascoltare le onde. E ho sempre trovato molto vere, almeno per quanto mi riguarda, le parole del Che nel suo “Diarios de motocicleta”:
“para mí fue siempre el mar un confidente, un amigo que absorbe todo lo que le cuentan sin revelar jamás el secreto confiado y que da el mejor de los consejos: un ruido cuyo significado cada uno interpreta como puede”.

Non potevo indovinare periodo migliore per sparire dalla circolazione per qualche giorno, per ricaricarmi le batterie con i piedi nell’oceano. Ma il rovescio della medaglia è che, come tanti prima di me, ho lasciato il cuore a San Sebastian, e lasciarla me lo ha spezzato. Era da tanto che non mi capitava di perdere la testa per un luogo nel quale ho trascorso pochissimo tempo.
Anni fa, feci un interrail in Spagna e Portogallo con una cara amica. Avevamo pianificato tutte le tappe, prenotato tutti gli ostelli. Super organizzate. Avevamo prenotato un paio di notti a Lagos, una località dell’Algarve della quale avevo semplicemente letto belle cose sulla guida. Ricordo che eravamo sul vecchio treno cigolante che costeggiava la baia, era già buio e tutto quello che potevamo vedere erano le stelle e le luci del paese che si riflettevano nel mare. Ricordo che, dopo aver staccato gli occhi dal finestrino, ci siamo guardate e abbiamo istantaneamente deciso di restare lì più del previsto. E non eravamo nemmeno ancora arrivate!
San Sebastian mi ha fatto un effetto simile. Poche ore mi son bastate per rivederci Sydney, Barcellona, Rimini… Per sentirmi a casa, per sognare di viverci, per esser triste al momento della partenza.
E non mi sono sentita mai sola, triste o annoiata, perché mi sono riempita di così tanta bellezza che da sola mi sono bastata.

 

San Sebastian

In panchina

Sedersi su una panchina in un parco. Non lo facevo da non so quanto tempo. Lo fate mai? E’ un momento incredibilmente rilassante, e forse vagamente terapeutico.

Sabato scorso sono stata a Londra. Avevo appuntamento con amici diversi, per pranzo e per cena. Questo mi ha lasciato circa 3 ore di libertà nel mezzo. Avevo pensato di dedicarle allo shopping, ma – un po’ per il fatto che non ho ancora tendenze suicide, e un po’ perché era una bella giornata soleggiata e quasi mite – ho deciso di deviare da Oxford Street e dirigermi altrove.
Hampstead Heath è un bellissimo parco a pochi chilometri dal centro di Londra, nella prima periferia nord. Zona da soldi, per intenderci. Non si tratta del classico parco inglese con l’erbetta curata e le aiuole con i fiori di stagione, bensì di uno spazio verde ampio e vagamente selvaggio, un fazzoletto di campagna in città, con un paio di sentieri asfaltati e molti più sentieri fangosi tra i prati. Un paradiso di cani e bambini e fotografi, in particolare a ridosso del tramonto.

A Hampstead Heath sono stata tante volte, e dunque anche sabato sono scesa sicura alla fermata della metropolitana, e mi sono incamminata per la mia strada. Solo che evidentemente mi ero girata di spirito, e dopo qualche centinaio di metri, guardandomi attorno, mi sono resa conto di non aver mai visto quelle case, e di non sapere assolutamente dove mi trovavo. Il parco è grande e lo stavo costeggiando, ma da un lato a me sconosciuto.

Mi sono persa.

Perdermi evidentemente mi crea una lieve sensazione di ansia, ma in questo caso era controllata dal fatto che c’era talmente tanta gente in giro che non sarei rimasta da sola al buio a cercare la mia strada. Senza contare la disponibilità delle mappe di google (effettivamente utili sul finale, quando veramente cominciavo a preoccuparmi):
Perdermi, in questo caso, mi ha dato l’opportunità di esplorare zone del parco che non avevo mai visto prima, e di farlo nel periodo forse più bello: l’autunno. E sabato era la giornata d’autunno perfetta: sole, un leggero tepore, quei colori splendidi.

Dopo aver vagato un po’ senza meta, ho deciso di sedermi sulla famosa panchina. Erano giorni difficili, e sedermi lì a contemplare la natura mi ha aiutato a scaricare un po’ la tensione.
Mentre ero seduta a guardare gli alberi, e gli uccellini, e la gente che correva e che passeggiava, e i cani in delirio, un signore anziano, con incredibile gentilezza, mi ha chiesto se poteva sedersi anche lui. “May I sit here?”
Certo, gli ho risposto. L’educazione e il rispetto di certe persone anziane vorrei che si potesse confezionare e somministrare a certa gente che ancora non ha imparato a stare al mondo.
Per qualche minuto, io e questo signore siamo stati seduti sulla stessa panchina, con gli occhi persi nel vuoto di una bella giornata che volgeva al termine. Chissà cosa pensava, mentre io pensavo che lui mi ricordava un po’ mio nonno, e mi si inumidivano gli occhi.
[Che poi ultimamente gli occhi mi si inumidiscono anche guardando lo spot di un dentifricio, ma mio nonno è sempre un tasto dolente.]
Dopo qualche minuto (pochi? Molti? Boh), il signore si è alzato, mi ha detto “So long” con un sorriso amichevole, e ha ripreso la sua passeggiata. A quel punto i miei rubinetti oculari si sono aperti, ed ho cercato in ogni modo di ruotare la testa di 180° a mo’ di gufo, per cercare di non farmi notare dai passanti. Naturalmente questo trucchetto può fregare un comune umano, ma non un cane. E infatti, tempo pochi secondi un setter mi è venuto incontro, si è fermato vicino a me e mi ha fissato, come a dirmi: “Beh, che fai? Smettila di frignare e fammi due coccole!”.
E così ho fatto, finché il suo padrone non è venuto a reclamarlo. Stupido guastafeste.

Perdermi è stata l’idea migliore che ho avuto negli ultimi tempi. Sedersi in panchina? Bisognerebbe farlo più spesso.

2014-11-29 16.01.31

Vorrei essere qui

Raramente nella mia vita (anzi, oserei dire mai) mi sono entusiasmata tanto per un film. La scorsa settimana, quel momento magico è arrivato.

“Wish I Was Here” è il nuovo film di Zach Braff, meglio noto ai più come J.D. di Scrubs. Una serie TV che ho visto e rivisto, e continuo a rivedere volentieri, e che non mi stanca mai.

Questo film ha una storia particolare: l’anno scorso ZB ha lanciato una campagna di raccolta fondi su Kickstarter, per mettere insieme il budget necessario per girare e produrre il film. L’obiettivo dichiarato era avere soldi sufficienti per non doversi rivolgere ai grandi produttori, e quindi per girare un film indipendente e non sottomesso alle oscure logiche di Hollywood. In pochissimo tempo, oltre 40mila persone (tra cui io) hanno dato il loro contributo, piccolo o grande che fosse. E il sogno si è avverato.

C’erano vari livelli di partecipazione, ed io, che all’epoca avevo appena cominciato un lavoro, mi sono limitata al minimo. Non ero particolarmente interessata al merchandising, ma piuttosto al prodotto finale, ed è stato molto bello seguire il processo di creazione del film attraverso i regolari aggiornamenti di ZB. La scelta delle location, il cast, la musica, i costumi, le riprese, il montaggio. E poi il gran lavoro di promozione, per trovare un distributore che accettasse di portare in giro per il mondo il film. Chi avrebbe mai immaginato che un film si potesse girare in 26 giorni? Un film così bello, tra l’altro.

La musica, dicevo. Come già in Garden State (e anche Scrubs, a dire il vero), ZB ha dimostrato di avere ottimi gusti. Durante la creazione del film, ha reso disponibili varie playlist contenenti alcuni dei suoi brani preferiti. E la colonna sonora, uscita poco prima del film, è un concentrato di piccole perle. La cosa interessante è stata ascoltare la musica prima di vedere il film, e poi scoprire dove le varie canzoni fossero state posizionate.

Un paio di settimane fa, dando un’occhiata veloce su Twitter, ho scoperto che era stata organizzata una proiezione speciale il giorno prima dell’uscita del film in Inghilterra, con tanto di “cineforum” con ZB in un cinema di Londra. Avendo preventivamente scoperto che comunque qui in città il film non sarebbe uscito (uff), mi sono tuffata sul sito del cinema per accaparrarmi un biglietto.
Grande sorpresa nel fatto che ci fossero ancora biglietti, soprattutto per via delle dimensioni della sala: un cinema da un centinaio di posti, forse meno. In buona sostanza, mi sono ritrovata praticamente in prima fila.

Il film mi è piaciuto molto. Mi ha fatto ridere, e piangere, e pensare. Il tema forse un po’ scontato dei 30enni in crisi esistenziale è affrontato con grande abilità, saltando dal dramma personale alla comicità assurda. Tocca le corde del cuore. Ti fa riflettere sul fatto che, ad una certa età, devi davvero cominciare a fare i conti con responsabilità che non vorresti. Ti fa riflettere sul fatto che i tuoi sogni possono avverarsi lo stesso, anche se magari non nel modo in cui pensavi. Ti ricorda che dovresti smetterla di rivangare il passato o preoccuparti per il futuro – che dovresti, vorresti essere qui, nel presente (Wish I Was Here).
E’ piacevole, ben fatto, e – come era ovvio – farcito di musica perfetta per ogni momento. Oltre che di piccoli camei di personaggi di Scrubs, con ruoli più o meno importanti. E anche il sempre magnifico Jim Parsons/Sheldon Cooper. Un omaggio a chi continua a seguire ZB, e la sua crescita come attore e regista.

La sessione di domande è risposte è stata molto interessante. Abbiamo scoperto come la campagna di Kickstarter sia stata affrontata con terrore da tutti i coinvolti, che in effetti non si aspettavano un risultato del genere, e hanno dovuto imparare a gestire tutto il baraccone del merchandising, inventandosi spedizionieri senza avere idea di come fare (“non lo voglio fare mai più!”). Abbiamo scoperto l’importanza del nostro contributo, che ha permesso ad esempio di scritturare gli attori giusti e non quelli imposti dai grandi produttori di Hollywood, mantenendo pieno controllo del film.
La cosa che ho trovato più interessante è stata la creazione della colonna sonora. A parte un paio di brani originali, scritti apposta per il film, ZB ha attinto a musica già esistente. E ha spiegato come la scelta sia a volte insolita. “Puoi cercare di infilare una delle tue canzoni preferite in una determinata scena, ma non è detto che funzioni. A volte una canzone che non ti aspetteresti, se messa nella scena giusta, ti fa venire la pelle d’oca. Quando succede, vuol dire che hai trovato la canzone giusta”. L’effetto pelle d’oca è la prova del nove. E devo dire che in questo film di pelle d’oca ce n’è stata tanta.

Lo so, sembra che stia facendo spietata pubblicità al film. No, ZB non mi paga per scrivere questo sul mio blog (e comunque mi presterei gratis, se sapessi che posso dare una mano a far sì che i film venga distribuito anche in Italia). Ma è stato talmente bello seguire la creazione di questo film, da una scenografia in un cassetto alla pellicola in sala, che ho voluto condividerlo col mondo (quei 2 o 3 che passeranno di qui per caso, diciamo). Rientra sempre nel discorso dell’arte che emoziona. Ogni volta che succede, me ne sorprendo. E sono felice.

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