Innamorarsi a Milano

Le ultime due settimane le ho trascorse in un piccolo universo parallelo, fatto di festival estivi e piccole esplorazioni cittadine. Inutile dire che il ritorno alla realtà mi ha gettato nello sconforto, specie alla luce del fatto che, fino ad ottobre, non ci saranno altri concerti in vista (forse).

Firenze ci ha regalato una 3 giorni rock metal un po’ nostalgica. I più giovani partecipanti erano i Foo Fighters, che sono poi anche stati gli unici che ho deciso di vedere. La mia coinquilina di Sydney era perdutamente innamorata di Dave Grohl (forse lo è ancora?). Una mia cara amica detesta Dave Grohl perché parla male di Bono. Per questa ragione, lo dovrei detestare anche io. Ma è bravo, e quindi ignoro gli insulti al mio unico dio.
I FF sono un bel gruppo, ottimi musicisti polistrumentisti, evidentemente amano molto esibirsi dal vivo (credo li abbiano rimossi dal palco con la forza), e fanno molto ridere. Nel loro momento cover band, hanno cantato le parole di Jump di Van Halen sulla musica di Imagine (una delle canzoni dei Beatles che mi piacciono meno in assoluto): il risultato è stato esilarante. Jump, una canzone di speranza.
Ci hanno anche regalato un breve momento in compagnia dei Guns’n’Roses (headliner del giorno dopo), portando sul palco un imbolsito Axl Rose al quale non avrei mai dato i miei soldi.

La settimana scorsa è stata la volta del concerto che aspettavo da anni: una persona normale direbbe Pearl Jam, io dico The Killers. Come già annunciato qualche tempo fa, amo molto questi giovanotti di Las Vegas. Che avevo colpevolmente ammirato dal vivo solo una volta nella vita (una volta fatta di mille peripezie), e che non vedevo l’ora di riabbracciare.
Prima di loro, sul palco allestito in mezzo alle campagne dell’hinterland milanese, il fratello Gallagher più antipatico – c’è chi dice però il più bello, ma secondo me Noel sta invecchiando meglio del previsto. Liam, vestito del suo classico k-way, ha praticamente cantato un 75% di scaletta degli Oasis, e quindi l’ho tollerato.
Ma io ero lì per i lustrini, le luci al neon, i coriandoli, e le stelle filanti, e Brandon Flowers fasciato in un completo dorato. È stata una bellissima festa, nel vero senso della parola (il golden boy compiva gli anni quella sera). Durata troppo poco, ma sufficiente a riaccendere definitivamente la scintilla del vero amore.
“Ora vi canto l’ultima canzone” – ci ha detto Brandon a un certo punto
“NO!” – ha risposto in coro il pubblico che non aveva alcuna voglia di andarsene
“Ma io devo tornare alla mia vita, e voi dovete tornare alla vostra!” – ha ribattuto lui.
Eh no, caro. La mia vita fa schifo. Tornaci tu alla mia!
Mi sono incamminata verso la metropolitana pensando che vorrei diventare una loro groupie. Sì, voglio andare in tour con i Killers.
In attesa di poter avverare il mio sogno, tiro avanti a colpi di interviste, videoclip, video di concerti, playlist di Spotify. Io e Brandon Flowers siamo coetanei, ma ultimamente mi sembra di avere circa 20 anni in meno di quelli che ho. Grazie, BF.

Venerdì è stata la volta dei Pearl Jam. Non li avevo mai visti, e mi sentivo un po’ in soggezione, perché ero gravemente impreparata rispetto ai loro fan di vecchia data (diciamo il 98% del pubblico). Ma ne è valsa la pena. Eddie Vedder è l’unico sopravvissuto di quel famoso trio di Seattle che includeva Nirvana e Soundgarden – decisamente mi sembra in forma, e invecchiato molto meglio di Axl Rose, però insomma, non si sa mai… La musica splendida, lui che si era preparato i fogli per parlarci in italiano, il festeggiamento per l’anniversario di matrimonio, una voce fantastica. Peccato solo per quei testi incomprensibili, che poi culminano con questa spettacolare travisata.
Che, tra l’altro, è stata la chiusura del concerto. E io l’ho cantata col testo travisato. Perdonami, Eddie, ma ho riso tantissimo.

Ho infine trascorso il sabato portata in giro per Milano da un amico al quale proporrei un secondo lavoro come guida turistica. Non era la prima volta che succedeva. È evidente che lui ami la sua città, e girare con lui la sta facendo apprezzare (amare forse è un po’ esagerato) anche a me. È bello sentirsi raccontare storie, perché quella strada si chiama così, com’erano i navigli una volta, e come potrebbero essere in futuro. Intrufolarsi nei cortili per sbirciare le case di ringhiera, che da fuori sembrano anonimi palazzi cittadini, e dentro sono piccoli mondi colorati fatti di balconi di ferro e piante e fiori. Entrare negli spazi creativi della Milano del design (!) e giocare sui dondoli.

Smetto di sognare ad occhi aperti e vado a chiudere lo zaino, ché stasera si va in Inghilterra. Giusto per non perdere il vizio.

On air: The Killers – Shot At The Night

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I miei amori

Per la rubrica “varie ed eventuali”, che poi e’ ormai l’unico fil rouge che lega i post di questo trascuratissimo blog, oggi si parla dei miei amori. Essendo il mese di San Valentino, il topic mi sembra d’uopo.

I miei amori sono tre: uno, a dire il vero, è duraturo; il secondo è un ritorno di fiamma; il terzo è la mia nuova passione.

L’amore duraturo – Hugh Jackman
Non sono il Dottor Cox, che lo odia.  Io Hugh Jackman lo amo. L’ho sempre amato, lo voglio sposare! Pensateci un attimo: quante storie di gossip avete letto su di lui, o su sua moglie? Io, che lo seguo con passione su tutti i canali social esistenti sul pianeta, ho scoperto solo qualche settimana fa che ha due figli. Hugh mi piace perché, oltre ovviamente ad essere molto bello, mi dà l’idea della brava persona. E poi è il famoso artista a tutto tondo: recita, canta, balla. Lo avete visto in The Greatest Showman?
Little known fact: abbiamo frequentato la stessa universita a Sydney.

Il ritorno di fiamma – The Killers
I Killers sono un gruppo con un posto speciale nel mio cuore, perché li ho scoperti io. Non fanno cioè parte dei gruppi/artisti suggeriti da altri: questi sono proprio miei. Ricordo che la loro prima hit mondiale, Somebody Told Me, passava continuamente in radio quando giravo per la Nuova Zelanda nel 2005. E mi piaceva un sacco. Amici meglio informati mi fecero sapere che questi andavano in giro per tour con gli U2, quindi qualcosa dovevano pur valere.
Qualche anno dopo, sono riuscita finalmente a vederli dal vivo, non senza difficoltà. Il loro concerto a Roma, in compagnia dei Franz Ferdinand, verrà per sempre ricordato per la mia performance, quando praticamente buttai fuori un tizio dal taxi che avevo prenotato IO per andare a Tiburtina (la Tiburtina di 10 anni fa, non quella sbrilluccicosa di oggi) a prendere il treno notte (sigh) per rientrare. Recentemente, ho fatto voto di darmi da fare per raggiungere un tenore di vita tale da consentirmi di viaggiare in sicurezza e comodità e permettermi un hotel ogni volta che vado a un concerto. Per ora ci sto riuscendo.
Ma tornando a noi: chi non avesse ancora ascoltato l’ultimo album di questo simpatico gruppo di Las Vegas, Wonderful Wonderful (uscito dopo troppi anni di silenzio), dovrebbe farlo quanto prima. È stupendo.
Dopo 9 anni di lunga attesa, li vedrò a Milano tra qualche mese. Sono emozionata come una non dovrebbe essere a 36 anni per un concerto.

La mia nuova passione – Antonino Cannavacciuolo
Tornare in Italia, in una situazione abitativa da persona normale, adulta e matura, ha comportato anche l’accesso ad un misterioso elettrodomestico che ignoravo da un po’: la televisione. Questo straordinario oggetto, ho scoperto, ha molti più canali di quanti ricordassi, e tra essi spicca il mio nuovo preferito: il NOVE. Oltre ad ospitare quello che segretamente è sempre stato il mio show preferito, Airport Security (!), è anche praticamente la casa di Cannavacciuolo, che in poche puntate di “Cucine da Incubo” è diventato il mio celebrity chef preferito. Manate sulla schiena ai partecipanti, veracità napoletana senza sfociare nell’esagerato. E poi io mi fido di un cuoco grande e grosso, perché evidentemente gli piace mangiare, ed altrettanto evidentemente ha scelto il mestiere giusto.
E va bene, lo confesso: sono diventata videodipendente, ed è quasi totalmente colpa sua.

Fioretti
Perché non è solo San Valentino, ma è anche il mercoledì delle ceneri.
Una decisione unica: digital detox. Niente più cellulare sulla scrivania in orario di lavoro. Da oggi è chiuso nel cassetto, dal quale uscirà solo occasionalmente. Potrei irrigidirmi ulteriormente, e specificare un numero di volte massimo in cui lo posso guardare, mattina e pomeriggio. Vediamo come va.

L’estate è finita

Lo dico senza particolare tristezza, perché quest’isola dimenticata da Dio ha messo in scena una inaspettata settimana di fine estate pressoché perfetta.
OK, metà settimana l’ho trascorsa tra le quattro mura di una vecchia scuola di Leeds, ma c’era il sole, e un bel caldo (un po’ troppo caldo in effetti, per un palazzo senza aria condizionata), e la semplice sorpresa di trovarsi con temperature vicine ai 30°C, in Inghilterra, in settembre. Cose mai viste.

Se le previsioni sono giuste, tutto finirà domani. E quindi oggi mi sono concessa un ultimo sfizio: un paio di birrette in un pub all’aperto, avvolta dalla luce tenue del sole d’autunno. Abbastanza caldo da poter stare all’aperto in maglietta, ma con la sensazione di poter scorgere la foschia di ottobre all’orizzonte. Ché, ve l’ho già detto, qui l’autunno arriva prima.

In questi giorni, ho cercato di mettere in pratica il mio buon proposito di capodanno: leggere di più. Dopo anni che se ne stava parcheggiato in libreria, ho preso in mano Oceano Mare di Baricco. Un libercolo apparentemente leggero, ma in effetti leggero solo di peso. Ho cominciato a fare orecchie qua e là per ricordare i passaggi che più mi sono piaciuti. Ad oggi il più toccante è sicuramente questo:

         Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate della corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

La vita sarebbe dolce.

Dolce come un ricordo.
L’altro giorno ascoltavo un podcast di Deejay Chiama Italia, e alla fine dell’intervento partiva una canzone. Immagino sia stata famosa l’anno scorso, ma per me è semplicemente la colonna sonora del mio viaggio in Australia.
Qantas ha questa bella abitudine (che sinceramente non ricordavo): creare delle playlist mensili, che suonano nella cabina durante l’imbarco e la discesa. Meglio di quella lagna alienante di British Airways, anche se devo dire che le canzoni datate di Sata Air Açores avevano un loro perché.
E allora questo pezzo, che forse era il primo della playlist, o semplicemente ha catturato la mia attenzione più di altri, per me ha il dolce ricordo di una fredda sera del novembre inglese, seguito da una calda notte del novembre di Perth. E ha l’agrodolce ricordo di un assolato pomeriggio di Sydney, e di una buia mattina di Londra. Quante cose, in pochi minuti di musica.

 

Il suono più bello del mondo

“Questo è il suono più bello del mondo!” ha urlato l’altra sera Bono mentre aggrediva il palco del PalaAlpitour di Torino all’inizio della serie di concerti europei dell’ Innocence + Experience Tour. E ha ragione. L’atmosfera è elettrizzante, di quelle da pelle d’oca per 2 ore.

Gli U2 si fanno vedere generalmente a cadenza quadri-quinquennale. Il tempo tra un tour e l’altro è sufficiente a dimenticare parzialmente quanto ti sei divertito la volta prima, e, di conseguenza, ogni volta che devi litigare con le code (ora virtuali e assai fastidiose) per accaparrarti un biglietto ti domandi chi diavolo te lo fa fare. Poi questi quattro ormai anzianotti e con un po’ di panza saltano sul palco con l’energia dei punk che erano 30 anni fa e ti ricordano immediatamente perché ti sei sbattuto tanto quasi un anno prima per essere tra i fortunati a presenziare a quella megafesta.

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La tempistica peraltro è stata involontariamente straordinaria. Il bisogno di trovarmi in un grande spazio dove poter ascoltare la musica che amo e cantare a squarciagola le canzoni che mi hanno accompagnata per tutta la vita era immenso. E’ stato liberatorio ed emozionante e semplicemente bello. Mi ha ricordato che sono viva, che sto bene, che c’è tanta energia qui dentro, e che bisogna capire solo come liberarla. (Ulteriori spunti di riflessione si trovano nel post di rO, che quando l’ho letto ho sorriso perché penso esattamente le stesse cose).

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Lo scemo causa attuale di tutti i miei mali ovviamente alla fine non è venuto. Qualche settimana fa, quando ancora ci raccontavamo la favola che prima o poi le cose si sarebbero sistemate, mi aveva detto che comunque non sarebbe venuto, non se la sentiva. “Niente di personale”, mi disse. Che poi non si capisce cosa volesse dire: aveva forse avuto qualche diverbio con Bono relativamente al nuovo album? Divergenze artistiche? O magari era solo una cagata pazzesca?
“Vengo al concerto grosso di Londra!”, aveva aggiunto. Povero pirla. Vedere gli U2 è un’esperienza esaltante. Vederli in Italia è un’esperienza mistica. Siamo notoriamente i fans più infoiati della terra, quelli che cantano più forte di tutti, quelli che cantano così forte che i tecnici devono ricalibrare i suoni. L’O2 sarà anche più figo del’ex palasport olimpico di Torino, ma per quanto riguarda l’atmosfera non ho proprio dubbi.
Alla luce degli ultimi avvenimenti, dubito anche che lo vedremo al “concerto grosso di Londra”. Ci pensavo fugacemente mentre uscivo dal palasport sabato, dopo la seconda data. Ci pensavo e mi muovevo a compassione, e mi dicevo che anche se lui è una persona orribile che difficilmente perdonerò, io sarei ancora più orribile se gli impedissi di vedere questo spettacolo.
La musica, l’arte e la bellezza vanno oltre me e lui, i nostri litigi e le nostre rotture. Ma chissà se arriverà a capirlo.
Di sicuro io il 30 ottobre so già dove mi troverò.

 

Are we so… Are we so helpless against the tide?