Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

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And the winner is…

Avevo questo post pronto a partire più o meno un mesetto fa, ma poi la vita si è messa in mezzo, la noia l’ha fatta da padrone, ed eccomi qui, 25 giorni dopo, a riprenderlo in mano.
In origine, doveva essere dedicato alla vittoria al pub quiz, con breve riflessione sull’importanza del pub quiz stesso a livello sociale. Voleva anche essere una celebrazione di questo evento, la prima vittoria da che abito in UK. Che, a voler vedere, è un bello schifo. A Sydney avevo uno squadrone e vincevo di continuo, e i premi erano anche più interessanti (generalmente più soldi da spendere al pub). Qui ci son voluti 3 anni di tentativi. E non mi son neanche goduta il premio, ma poi non mi posso lamentare: sono andata in vacanza a ripetizione.

Ad ogni modo, il titolo del post si presta bene anche al resto delle riflessioni che ho accumulato in queste settimane. Ci sono tanti vincitori a cui deve essere riconosciuto il giusto merito. Andando in ordine più o meno cronologico:

  • Il tizio della telefonata: chi ha letto il post precedente ricorderà il personaggio di dubbia qualità col quale avevo avuto un altrettanto dubbio appuntamento telefonico. Dopo un mio ultimo messaggio di risposta ad una sua qualche domanda inutile, lui non aveva più scritto. Io nemmeno, e per me era finita lì. Naturalmente, mentre sono in giro per Nizza a farmi i cavoli miei, mi arriva un messaggio da lui, che diceva più o meno: “Ciao, volevo sapere come va e com’è andato il weekend in Italia [di due settimane prima, n.d.r.], e se avevi ancora voglia di incontrarci per bere una cosa. Non c’è problema se non sei più interessata!” – gli avrei voluto rispondere con una cosa a metà tra l’emoji che piange dal ridere e un “macheccazz?”, e poi ho pensato che non avevo tempo da perdere. Silence treatment.
  • Gary: trattasi non della lumaca amica di Spongebob, bensì di un tizio trovato sempre sulla terribile Happn, e che avevo erroneamente etichettato come “normale”. Uno col quale scambiavo un paio di messaggi al giorno, e del quale elogiavo l’atteggiamento da non rompiballe. Mi chiede un paio di volte di uscire, e io declino per altri impegni (ragazzi, ho anche la mia vita da vivere, abbiate pazienza). Finalmente ci accordiamo per quando sarei tornata da Nizza. Non lo sento per qualche giorno e avverto già le vibrazioni negative. La mattina del giorno dell’appuntamento, mi arriva un messaggio che dice: “Scusa, non posso uscire stasera, non sto bene e non sono neanche andato a lavorare”. Ovviamente il Fantozzi che è in me ha gridato alla cagata pazzesca, ma ho mangiato la foglia e gli ho augurato una pronta guarigione. Un paio di giorni dopo mi manda un messaggio chilometrico in cui mi spiega che in realtà aveva conosciuto un’altra, e che non sapeva cosa fare e un sacco di altre cagate. Grande Gary! 2 pagine di messaggio al quale ho risposto con un elegante: “OK, ciao”. Dai Gary, c’era davvero bisogno di scrivere quel messaggio da giustificazione delle medie?
  • Mrs J: chiameremo così una delle mirabolanti protagoniste del mio nuovo lavoro. Che insegna al corso in ambito di leadership, risorse umane, varie ed eventuali. Dopo la prima parte di corso, abbiamo fatto un debriefing per vedere com’erano andate le cose: per parte nostra (team che si occupava soprattutto di logistica) era andato tutto perfettamente, la gente era entusiasta, e tutti i piccoli problemi erano stati sistemati. Il responso degli accademici (inclusa Mrs J): “Sì, brave, ottimo lavoro. Però questo non andava, e questo, e questo, e quello, e quell’altro, e bla bla bla”. Ora, fin qui non me ne fregherebbe un cazzo, perché trattasi di gente che non ha una buona comprensione della realtà. Ma quando ti tocca di seguire una sessione, e finisci col sentire lei che spiega agli studenti che il feedback generico (es. “Bravo, ottimo lavoro”) deve essere evitato, in favore di feedback specifico sulle cose che si sono fatte bene… E ripensi a quel debriefing… Scappa un po’ da ridere.
  • Io: mi auto-assegno il premio di vacanziera dell’anno: in 2 settimane mi sono sparata Costa Azzurra e Croazia. Assaggini, ok, ma mi congratulo con me stessa perché le ho azzeccate tutte. Location, spostamenti, periodo, alloggi, cibo… Brava soprattutto sull’alloggio di Spalato, con annessa socializzazione con i proprietari e merenda con fettona di torta e in TV la Paperissima croata con i politici che cadevano da ogni dove.
  • Io (di nuovo): perché finalmente mi è riuscito il colpaccio. Quello vero. Finalmente il p.d.m. ha ammesso le sue colpe! E’ stata un’esperienza vagamente mistica e quantomeno surreale. Non ero neanche del tutto certa che stesse veramente dicendo quello che stava dicendo. Per farla breve, l’ho praticamente costretto a mantenere la sua parola rispetto al nostro rendez-vous dopo quello che avevo organizzato io un mesetto abbondante fa. Nel decidere le date, mi ha detto che a giugno la paranoica sarebbe tornata, e quindi non ci potevamo vedere, e avremmo dovuto parlare. Che palle! Ma vabbè, me la son cercata. Come sempre, la serata va bene, si ride, si scherza e si fa finta di niente, fino a che ovviamente bisogna arrivare al dunque. E io, a quel punto ormai stremata perché, cazzo, non so in quale altro modo spiegarti qual è il problema, resto sorpresa: mi sento dire cose tipo “Tutto questo gran casino è solo ed esclusivamente colpa mia, non sono stato un buon amico, e se non vorrai perdonarmi lo accetto e sarà una mia perdita, sei sempre stata molto meglio di me”. Eh? Cioè, mi stai dicendo che, dopo avermi accusato delle peggio cose, ora finalmente ammetti che in realtà le cose stavano un po’ diversamente? Santi numi!
    Ovviamente c’era anche il però: eh ma per restare amici, lei deve essere d’accordo, e quindi tipregotipregotipregotiscongiuro sii gentile con lei quando la vedi, o tutto andrà in fumo. La cosa che sono riuscita ad estrapolare è che lui non è che non si fa sentire perché non gliene frega (cosa che sospettavo, e che mi faceva anche un po’ girare i coglioni e mi faceva domandare che cazzo stessi ancora a perder tempo, come gli ho espressamente detto), ma perché sai, io abito con lei, e se sente il mio cellulare che suona poi mi chiede chi è, e se sei tu (io che magari dico: “Ciao, come va”)… “Però io sono libero di fare quello che voglio” – dì, parliamone! Ed è stato lì che ho avuto quel senso di deja-vu, del vecchio Andy di New York e la moglie che lo comandava e non potevamo essere amici (io, minaccia fantasma a un oceano di distanza). Questi son smidollati e vanno evitati come la peste, ecco tutto.
    Abbiamo continuato a parlare anche dopo che ci hanno sbattuto fuori dal pub, e nonostante gli dicessi di andare a casa, ché so badare a me stessa e l’autobus lo aspetto tranquillamente anche da sola, lui stava lì, e si scusava, e mi abbracciava e mi diceva quanto ero meglio di lui, e “sai vero che ti voglio bene”. No.
    Ovviamente resta aperta una questione: metti che per qualsivoglia motivo io e lei non ci incrociamo per chissà quanto (come del resto è già successo: se escludiamo la festa di Natale, dove mi sono smaterializzata, io lei l’ultima volta l’ho vista quasi un anno fa), noi due che si fa? E gliel’ho anche ripetuto via messaggio, e non ho avuto risposta. Eh, perché non c’è risposta. Se dev’essere una terza persona a decidere, io non so mica se ci voglio stare. Non gli piacerà ammetterlo, ma comanda lei, e a lui va da dio perché non deve decidere nulla. Lui è quella persona lì.
    Detto ciò, questa è una piccola soddisfazione e me la gusto. Come ha giustamente commentato Abe: “il suo riconoscimento delle proprie colpe ti farà assaporare il gusto della giustizia. Come se l’universo fosse tornato a combaciare. Ti sei tolta quello spiacevole senso di asimmetria e ingiustizia”.
    Cazzo, sì!

Onwards and upwards.

Soundtrack: Muse – Map of your head

Io viaggio da sola

Io sono una grande fan del viaggio in solitaria. A dirla tutta, sono una grande fan del fare un sacco di cose da sola. Recentemente è apparso sull’internet un articolo interessante sul tema delle attività svolte da soli. La ricerca che viene riportata parla di come spesso preferiamo stare a casa, se non abbiamo nessuno con cui uscire, per timore del giudizio degli altri. La nostra percezione è che gli altri ci giudichino come degli sfigati se siamo al ristorante da soli, quando invece le ricerche dimostrano che agli altri importa veramente poco di quello che facciamo noi.

«Le persone non fanno altro che rinunciare a fare qualcosa solo per il fatto che sono sole», spiega Rebecca Ratner, professoressa di marketing alla Robert H. Smith School of Business. Ratner ha passato quasi cinque anni a studiare perché le persone sono così riluttanti a divertirsi da sole e come, di conseguenza, si divertano meno in generale. «Il punto è che sarebbero probabilmente più felici a uscire e fare qualcosa». 

Lo trovo molto vero. Ho iniziato a viaggiare da sola una decina di anni fa, quando ho capito che a volte era inutile chiedere ad altri di unirsi a me ed aspettare una risposta. I “forse”, “magari”, “vediamo”, “si potrebbe fare” mi avevano sfrantumato i maroni, e di conseguenza ho iniziato a muovermi per i fatti miei. Perché negare a me stessa la possibilità di fare qualcosa che voglio fare, solo perché è qualcun altro a non volerla fare?
Il resto è venuto da sé. Cinema, concerti, ristoranti, musei, gallerie d’arte. Il mondo sembra progettato per gruppi di due o più, ma è perfettamente fruibile anche da chi si sposta da solo. Tra l’altro, certi tipi di esperienze, a mio avviso, spesso si fanno meglio da soli.
Per quanto riguarda il viaggio, capisco le perplessità che possa suscitare una partenza in solitaria. Una giovane donna sola è potenzialmente a rischio, ed evidentemente le destinazioni vanno scelte con cura. E poi ci sono le piccole difficoltà che si incontrano nei viaggi, i problemi di orientamento, le potenziali barriere linguistiche. Ho sempre visto tutto ciò come una bella sfida, un provare, soprattutto a me stessa, che me la posso cavare da sola. E una maniera di ricordarmi che, dovessi anche restare sola per la vita, non mi priverò mai del piacere di un viaggio.

Lo scorso fine settimana l’ho trascorso nei Paesi Baschi. Doveva essere la Croazia, ma dati i costi un po’ proibitivi, mi son messa in cerca di altro. E British Airways mi è venuta in aiuto pubblicizzando sul suo sito un volo veramente a buon mercato per Bilbao. Comprato subito, 3 notti. E poi che faccio? Un’occhiata alla mappa e scorgo a est San Sebastian, gioiellino della costa basca, di cui avevo sentito parlare come un bel posto per fare surf (non che la cosa mi interessi direttamente). Tutto pronto e organizzato, mappe e guida stampate, hotel prenotati. Non vedo l’ora di lasciare la valle di lacrime per qualche giorno, di lasciarmi alle spalle – anche solo per poco – la montagna di merda di cui ho parlato nei post precedenti.

Da un po’ non facevo un viaggio per i cazzi miei, e mi ero equipaggiata per eventuali attacchi di noia: libro, iPod, tanti MB sul cellulare. Ma per annoiarsi, anche se ero da sola non c’è stato tempo.
Bilbao è una città dal passato industriale e un po’ difficile. Esteticamente non molto attraente, se non per la parte vecchia, ma con carattere. Il suo punto di forza è senz’altro il Guggenheim, un edificio di incredibile bellezza. Sinuose pareti di acciaio all’esterno, curve eleganti all’interno. In tutta onestà, ho preferito l’architettura alle opere esposte all’interno. E due ore mi sono volate.

San Sebastian… Mi ha lasciata senza fiato. Sono arrivata all’hotel dalla stazione dei pullman, notoriamente non uno dei luoghi più belli in qualunque città. La strada per arrivare in centro costeggiava il fiume – mi ha ricordato subito Rimini (la bella città, non la spiaggia un po’ pacchiana), col suo ponte di Tiberio a ridosso del mare, e un po’ anche quelle cittadine della costa romagnola, quelle col porto canale. Poi ho iniziato a vedere i bei palazzi dell’800, e a sentire l’odore del mare. Ed è stato amore a prima vista. Dopo aver appoggiato i bagagli e studiato un attimo qualche aspetto logistico, mi sono lanciata alla Playa Zurriola, la spiaggia dei surfisti, a far due passi e guardare quella brava gioventù che cavalcava le onde. Zurriola è una spiaggia di città, una baia di medie dimensioni chiusa a est da un bel promontorio verdeggiante. Mi ha ricordato subito la mia Maroubra. Una Maroubra più piccola ed urbanizzata, ma pur sempre bella.
Per la sera avevo prenotato un Pintxo Hunting Tour, una visita guidata a piedi per provare vari locali e piatti della cucina tradizionale basca. Essendo da sola, ho pensato di investire un po’ di soldini in questa attività di cui avevo letto recensioni stupende, e ho capito di aver avuto davvero una fantastica idea. La guida, super in gamba, alternava informazioni sulla storia di San Sebastian a curiosità sulla cultura e la cucina. E quanto si è mangiato! La cucina basca è incredibile, e arrivare nella capitale gastronomica del mondo da un paese come l’Inghilterra, con tradizione culinaria imbarazzante, è stato come arrivare in paradiso.
Come a Bilbao, anche a San Sebastian non c’è stato tempo di annoiarsi. Il giorno seguente l’ho passando salendo e scendendo dai due monti che incorniciano la baia de la Concha, arrampicandomi sulle mura di vecchi castelli e torrioni in cerca della vista perfetta. Tanta fatica salire, ma lo spettacolo della vista di San Sebastian dall’alto ne valeva la pena. Continuavo a ripetermi che era ora di scendere in spiaggia, ma mi fermavo a sbirciare ad ogni angolo durante la discesa.
La Concha è una splendida spiaggia cittadina, anche questa una bella baia chiusa dai monti Urgull e Igeldo, con un bel passeggio a separarla dai palazzi costruiti dietro, e con una elegante ringhiera di ferro battuto dipinta di bianco. Mentre la percorrevo, in cerca del punto perfetto dove stendermi sotto il sole, pensavo che mi ricordava un po’ una Bondi più raffinata. E immaginavo come sarebbe stato vivere li. La Concha è una spiaggia di città, il che vuol dire che chi lavora in centro può farsi tranquillamente la pausa pranzo al mare, e uscire dal lavoro e travasarsi direttamente in acqua. Col sole che al picco dell’estate tramonta alle 22, è veramente il paradiso. E poi pensavo a Oxford e mi veniva il magone.

Non c’è niente di più bello e rilassante per me di stare sdraiata sulla spiaggia ad occhi chiusi ad ascoltare le onde. E ho sempre trovato molto vere, almeno per quanto mi riguarda, le parole del Che nel suo “Diarios de motocicleta”:
“para mí fue siempre el mar un confidente, un amigo que absorbe todo lo que le cuentan sin revelar jamás el secreto confiado y que da el mejor de los consejos: un ruido cuyo significado cada uno interpreta como puede”.

Non potevo indovinare periodo migliore per sparire dalla circolazione per qualche giorno, per ricaricarmi le batterie con i piedi nell’oceano. Ma il rovescio della medaglia è che, come tanti prima di me, ho lasciato il cuore a San Sebastian, e lasciarla me lo ha spezzato. Era da tanto che non mi capitava di perdere la testa per un luogo nel quale ho trascorso pochissimo tempo.
Anni fa, feci un interrail in Spagna e Portogallo con una cara amica. Avevamo pianificato tutte le tappe, prenotato tutti gli ostelli. Super organizzate. Avevamo prenotato un paio di notti a Lagos, una località dell’Algarve della quale avevo semplicemente letto belle cose sulla guida. Ricordo che eravamo sul vecchio treno cigolante che costeggiava la baia, era già buio e tutto quello che potevamo vedere erano le stelle e le luci del paese che si riflettevano nel mare. Ricordo che, dopo aver staccato gli occhi dal finestrino, ci siamo guardate e abbiamo istantaneamente deciso di restare lì più del previsto. E non eravamo nemmeno ancora arrivate!
San Sebastian mi ha fatto un effetto simile. Poche ore mi son bastate per rivederci Sydney, Barcellona, Rimini… Per sentirmi a casa, per sognare di viverci, per esser triste al momento della partenza.
E non mi sono sentita mai sola, triste o annoiata, perché mi sono riempita di così tanta bellezza che da sola mi sono bastata.

 

San Sebastian

Ruderi

Ho sempre pensato che avrei dovuto fare l’archeologa. L’ho in effetti anche sempre sognato, ma all’archeologia ho preferito un corso di laurea che mi avrebbe dato un lavoro (!). Ah, scienze della comunicazione. Che fregatura ho preso, ma non mi ci soffermo ora. Per confermare qual’era la mia vera vocazione, al primo anno ho dato un esame di archeologia e storia dell’arte romana, splendidamente scollegato da qualunque logica del mio corso di laurea. Ad oggi, sicuramente nella top 5 dei corsi seguiti.

Non faccio mistero del fatto che vivo molto più proiettata sul passato che sul futuro. Le nuove tecnologie sono interessanti, per esempio, ma sinceramente preferisco scoprire come viveva un abitante di Santorini alla vigilia dell’eruzione/terremoto che cancellò la sua civiltà, piuttosto che informarmi sull’ultimo iPhone. E regolarmente mi soffermo a pensare a come sia possibile che da un passato glorioso come quello pre-medievale siamo arrivati alla stupidità odierna. Ma anche questa è un’altra storia.

Qualche giorno fa, sono riuscita a coronare il sogno di visitare Pompei. Ho costretto un’amica che abita lì vicino a portarmici. Ero su di giri come un bambino che va a Disneyland. Tutto per vedere una landa di pietre e muri caduti, viva solo perché la visitano milioni di turisti ogni anno. I ragazzini condannati ad andarci in gita scolastica la detestano. Io avrei pagato oro per andare a Pompei invece che a Berlino in quinta superiore. Andando a spasso sul selciato non riuscivo a capacitarmi di essere a passeggio non in una città “fondata dai romani”, ma in una vera città romana. Non un parco giochi, non il set di un film, ma una autentica città, tutta intera, sepolta così com’era per quasi duemila anni. Trovo tragicamente affascinante la sua storia, e camminando tra le sue rovine non potevo fare a meno di immaginare le insule intatte, le taverne piene, le strade affollate. La vita che procedeva tranquilla finché – tac – tutto si è spento.

Mentre tornavo in treno, attraversando le campagne dell’Italia centrale, mi sono resa conto che gli stessi pensieri mi passano per la testa guardando i ruderi. In Italia ne abbiamo tantissimi, spesso comodamente collocati sulle strade principali o lungo le linee ferroviarie, a punteggiare le campagne. Mentre, ad esempio per Pompei, sappiamo più o meno esattamente cos’è successo, i ruderi restano avvolti nel mistero: chi abitava in quella grande casa di campagna col tetto crollato? Perché i suoi inquilini se ne sono andati? E dove? Dove hanno portato le cose? Avranno lasciato qualcosa indietro?

Credo che, alla base di questa curiosità, sia una latente angoscia legata allo svanire nel nulla. Arriverà un giorno, chissà quando, in cui anche la mia casa diventerà uno di quei ruderi? O resterà in piedi? E le mie cianfrusaglie?