A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

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I sogni son desideri

Beh, speriamo non tutti.

Da quando sono a Firenze sto sognando molto. Ci sono spiegazioni razionali e scientifiche, immagino. Ad esempio il fatto di essere in un posto nuovo, di dover imparare cose nuove, di doversi rapportare con persone nuove. Tutto questo stimola il cervello, che probabilmente elabora i nuovi apprendimenti e li mischia col passato.
Ho sognato molti dei miei amici di Oxford.
Ho sognato che, di punto in bianco, mi ritrovavo con dei coinquilini in questa casa in cui mi è stato promesso che sarei stata da sola fino alla fine della mia permanenza. La paura atavica del coinquilino…
Ho sognato la fidanzata di M. Che non credo che esista, ed è forse (spero) stata solo la mia rielaborazione di quello che ci ha detto lui riguardo ad un evento al quale avrebbe partecipato con questa tizia di cui non avevo mai sentito parlare. Sì, la cosa mi ha messo di malumore. Sì, è ora di prendere atto che avevo/ho una cottarella per M. E forse lui per me, ma è impossibile a dirsi, essendo lui naturalmente privo di emozioni. Si possono cogliere piccoli segnali, volendo. Tipo quando l’altro giorno ho detto che un giorno di luglio sarò in Inghilterra, e lui – che normalmente su WhatsApp latita – è stato il primo a rispondere e a chiedere quanto mi fermerò.
Tipo che è uscito dal lavoro per venire a salutarmi, il mio ultimo giorno.
Tipo che mi ha scritto un messaggio molto carino sul retro del foglio con le domande dell’ultimo quiz che abbiamo vinto insieme.

Vabbè.

Con tutto questo tempo libero, penso molto. Penso che accampo un sacco di scuse. A Oxford, a un certo punto, avevo deciso che la mia permanenza sarebbe presto giunta a conclusione. E allora mi dicevo: perché traslocare? Perché cercare di incontrare qualcuno? Il problema è che non conoscevo la data di scadenza. Mi sono messa in attesa per così tanto tempo.
Lo faccio anche adesso. Quando mi sarò trasferita vicino al centro, la mia vita inizierà. Ma dovrei darmi un po’ più da fare, perché i mesi iniziali in un posto nuovo sono importanti per costruirsi una vita.
Mi sento sola e mi mancano gli amici di Oxford.

Con tutto questo tempo libero, faccio anche cose che non dovrei fare. Tipo sbirciare il profilo del p.d.m. Assurdo, dato che mi ero imposta regole molto rigide, quando ancora eravamo connessi: divieto assoluto di visitarlo, e non ho mai sgarrato. Ora che l’ho eliminato, vado a sbirciare. Credo anche che non sia casuale il fatto che lui metta molti post pubblici… Ad ogni modo, il motivo è ovvio: vorrei saperlo triste e infelice. Ma so bene che i social esistono per proiettare solo la nostra immagine migliore. Sto perdendo altro tempo.
Che poi, cos’altro voglio? Lo conosco per quello che è. E col cazzo che gli auguro la felicità: gli auguro semplicemente di vivere la vita che si merita, e di perdere qualche minuto, ogni tanto, a ricordarsi cos’ha gettato al vento.

Sto iniziando la mia nuova vita riguardando per l’ennesima volta Scrubs. Ricordo di averlo fatto appena trasferita ad Oxford, e forse è il mio rituale di inizio vita. Lo riguardo, e per forza di cose rivedo me e il p.d.m. in JD e Elliott. Com’è possibile che abbia lasciato accadere tutto, ben sapendo come sarebbe andata? Riguardandolo, mi sono ricordata di quanto sia stronza Elliott (molla più volte JD, lo costringe a starle accanto anche quando lei è fidanzata e lui soffre tantissimo; molla Keith 2 giorni prima del matrimonio!). E ho pensato “questo dovrebbero fare gli amici. Dovrebbero essere come JD”. Poi però, prima di farmi prendere dal senso di colpa, mi sono ricordata di un paio di cosette: un amico per il quale sacrificarmi in questo modo dovrebbe quantomeno dimostrare di non vergognarsi di me, ed eventualmente ritenermi degna di essere informata di certe cose.
Fine del senso di colpa.
Mi passerà tutto, ma il conteggio inizia purtroppo di recente, non due anni fa, quando avrei dovuto chiudere tutto.

Perdo altro tempo. Intanto i Chris Cornell se ne vanno, e io rimango con un ricordo sbiadito di una sera all’Opera House.
E una bottiglia di birra dimenticata a casa dei miei da quasi 3 anni.

Chissà cosa sognerò stanotte.

On air: Beck – Dreams

The last time

Domani parto. I bagagli sono più o meno pronti, i pacchi sono spediti. L’immondizia è stata cestinata.

Iniziava così il post che avevo cominciato a scrivere quasi esattamente un mese fa.
Era il 3 maggio, ed era la vigilia della mia Brexit.

E’ successo tutto molto in fretta. Un bel giorno Firenze ha chiamato, aveva molta fretta. In poco più di un mese ho dato le dimissioni, ho impacchettato la stanza, ho salutato gli amici e sono partita. Sono stata a casa 2 giorni, e ripartita subito dopo. Chi si ferma è perduto.

Oxford sembra una vita fa. In un attimo, sono svanite le sere al pub, le chiacchiere con F. e N., il quiz, il cinema.
Il giorno che sono partita, R. mi ha accompagnato a prendere l’autobus per l’aeroporto. Man mano che il giorno si avvicinava, mi rendevo conto di cosa stava per accadere. Ma non volevo sembrare troppo emotiva, volevo fare l'”ometto”. In 3 occasioni ho palesemente ceduto: quando ho salutato ex capo; alla mia festa di addio, quando James è andato via, e, ubriaco, non mollava l’abbraccio; gli ultimi minuti con R. prima di salire sul pullman – lì non ce l’ho più fatta a trattenermi. Ho odiato l’Inghilterra per molte ragioni, ma dal punto di vista umano, quello che ho trovato (salvo rare eccezioni) è stato straordinario. So che non mi ricapiterà più. Ma è anche vero che Oxford è una terra di mezzo, un luogo di passaggio. Molti prima o poi se ne vanno. Egoisticamente parlando, ho preferito essere io ad andarmene, piuttosto che assistere allo stillicidio di partenze. Ma è tutto facile, a posteriori.

Il capitolo p.d.m. è stato ufficialmente chiuso. Ho messo io il punto, e con molta amarezza. Dato che non era ancora stato abbastanza stronzo, ha pensato bene di portare la sua fidanzata alla mia festa di addio. Chissà, forse voleva accertarsi che partissi davvero. Temevo che l’avrebbe fatto, ma al contempo speravo che non arrivasse a tanto. Speravo avesse la decenza di tentare almeno di lasciare un ricordo discreto, ma forse preferisce la damnatio memoriae. Non l’ho guardato in faccia né gli ho rivolto la parola per tutta la sera. Tanto credo che fosse venuto solo per cercare di ricucire i rapporti con gente che non lo sopporta più. Ha superato tutti i limiti, e con una nonchalance vergognosa. Il giorno dopo, complice forse anche il fatto di non aver dormito per vedere l’alba del May Day, ero livida di rabbia. L’ho immediatamente rimosso di nuovo da FB, e ho valutato il da farsi. Il giorno seguente, faccia come il culo, ha avuto il coraggio di presentarsi a pranzo con alcuni colleghi. Nuovamente ignorato, a quel punto ormai era sceso nel ridicolo.
Mentre mi avviavo alla fermata del bus, sono passata davanti a un gommista. La radio suonava a tutto volume The Last Time. Ho capito che l’universo mi stava mandando un messaggio, e anche piuttosto chiaro.
Tornata a casa di R., dove soggiornavo per gli ultimi giorni, e poiché mi trovavo temporaneamente chiusa fuori (!), mentre aspettavo gli ho scritto che avrei voluto parlargli, se l’indomani fosse venuto a pranzo.
“Quale sarà il tono della conversazione?”, ha chiesto prontamente il paraculo.
Qualche messaggio dopo gli avevo dato il benservito. Mai lette tante cazzate in una volta sola, e ancora un po’ mi mangio le mani perché potevo dirgli un altro paio di cosette, ma alla fine vaffanculo, fuori dalla mia vita. Quanto tempo, quanta energia buttata per cercare di salvare una cosa che sapevo benissimo che non poteva essere salvata.
L’ho raccontato a R. (e a un altro paio di persone), senza addentrarmi nei retroscena. R. era abbastanza sorpreso, soprattutto per la modalità, ma ha capito un po’ delle motivazioni. Nemmeno a lui è particolarmente simpatico, non lo considera un amico. [Per inciso, il p.d.m. l’ha sempre guardato con sospetto, perché R. è tutto quello che lui non è: disponibile, simpatico, solare, amico di tutti, piace a tutti, la persona più altruista al mondo].
Mi ha fatto bene parlargli, perché ormai questo segreto di stato mi stava facendo impazzire.
Il giorno dopo, a pranzo, non si è presentato. Lo immagino a casa con la sua padroncina, a festeggiare la mia dipartita, fisica e metaforica. O forse a domandarsi a chi dare la colpa di tutto quello che va male, ora che io non ci sono più (c’è chi dice che sarà comunque colpa mia, perché me ne sono andata).

Il mio ultimo giorno è stata l’ennesima dimostrazione che, per ogni stronzo che la vita mette sul tuo cammino, c’è molta più gente bella per la quale essere grati.
S. ha colto al volo il mio suggerimento per pranzo, così non sarei stata sola a casa a far passare il tempo prima di andare in aeroporto.
M. è uscito prima dal lavoro per venire a salutarmi, nonostante lo avesse già fatto due giorni prima.
R. si è confermato il tesoro che ho sempre saputo che fosse.

Sono nella mia stanza fiorentina, con la finestra aperta e per la prima volta con un letto senza piumino. Nell’aria c’è odore di gelsomini.
Spero di aver fatto la cosa giusta.

Gente di mare, che se ne va

Dopo innumerevoli tentativi, incessanti minacce, centinaia di CV spediti al continente, tra poco meno di una settimana lascerò quest’isola dimenticata da Dio. La mia personale Brexit è in procinto di diventare realtà.

Mi sembra incredibile. Ne ho parlato tanto, praticamente ho desiderato di andarmene dal momento in cui sono arrivata, eppure non riesco ad esaltarmi. Il lavoro che ho trovato in Italia è ottimo, almeno sulla carta. Vicino a casa, ma non troppo; ottimi benefit, probabili opportunità di carriera.
Quello che mi spaventa è il dover ricominciare da capo, di nuovo, in una nuova città. L’ho fatto quando mi sono trasferita in Australia, e l’ho rifatto quando sono arrivata qui. Mi è sempre andata bene, specialmente proprio qui, dove – per quanto io mi lamenti – ho trovato un gruppo di amici stupendi. Ce la farò di nuovo? E se i miei colleghi fossero una manica di stronzi? Se non mi trovassi bene?
Ma, alla fine, Oxford è un porto di mare: tutti, prima o poi, se ne vanno. Penso ad esempio a come era diverso il gruppo di amici “storici”, anche solo un paio di anni fa. Penso a chi se n’è andato fisicamente dalla città, e a chi semplicemente ha deciso di sparire.
Forse, egoisticamente parlando, è meglio partire. Ognuno, prima o poi, se ne andrà altrove. O forse è semplicemente più semplice pensarla così, perché la realtà è che, quando te ne vai, il mondo continua a girare, anche senza di te. Nessuno si ferma mentre raccogli i pezzi del tuo cuore spezzato, e nessuno si ferma se tu te ne vai.
Tornerò qui in estate, e già immagino che saranno cambiate cose. Qualcun’altro se ne sarà andato, o sarà in procinto di farlo.

Ieri ho salutato ex capo. Praticamente il primo addio “ufficiale”. Abbiamo passato un paio d’ore a bere birre e chiacchierare. Al momento dei saluti, mi ha gettato addosso una serie di complimenti che, detti da lui, per me valgono oro: è stato bellissimo lavorare con te, sei fantastica, ogni volta che faccio un colloquio a qualcuno penso “c’era una persona davvero bravissima…”. L’ho abbracciato, e poi sono corsa verso il bus col magone. Ex capo è stato papà, fratello, amico, mentore, e senza alcun dubbio il capo migliore della mia vita. Se fossero tutti così, lavorare sarebbe davvero un piacere.

L’altro giorno ho anche fatto l’ultimo pub quiz con la mia super squadra. E l’abbiamo vinto, grazie ad uno stupendo punto segnato dalla sottoscritta al tie-break. I fogli del quiz mi sono stati offerti come trofeo personale, non prima che i miei amici li arricchissero di messaggi carini per me. Non mi congratulerò mai abbastanza con me stessa per aver superato l’imbarazzo e la depressione del periodo di merda che stavo vivendo, ed aver chiesto i loro contatti prima che L. se ne andasse. In questi 6 ragazzi ho trovato un autentico tesoro.

La mia stanza è praticamente tutta impacchettata. Tra 2 giorni uscirò da quella porta per non tornare mai più. A nessuno importa niente, e per parte mia non provo altro che indifferenza. Non vedo l’ora di iniziare una nuova vita senza coinquilini.

Quanto alla mia dipartita da qui, ho cominciato a rendermi conto delle emozioni proprio quando ho salutato ex capo. A quel punto ho cominciato a mettermi nell’ordine di idee che tutte queste persone che vedo e sento ogni giorno presto spariranno dalla mia vita. Resteremo in contatto, ci rivedremo presto, ma sarà tutto in un’altra dimensione.
D’altra parte, negli ultimi 2 anni qui sentivo che la mia vita si era praticamente cristallizzata. Ero pronta ad andare via, e per questo non muovevo nulla. Non cambiavo casa perché tanto dicevo che l’avrei fatto solo quando avessi deciso di cambiare quantomeno città. A pensarci bene, ho perso molto tempo.

Quando l’ho detto al p.d.m., che era al corrente del mio iniziale colloquio per questo nuovo lavoro (fu 2 anni fa, quando eravamo ancora amici), ha detto che era una bella notizia, che sicuramente mi sentivo sollevata. “Anche tu sarai sollevato”, gli ho detto.
“Mi manchi nella mia vita. Sarà agrodolce quando il momento arriverà”. Agrodolce?!? Resta che non ha proferito parola, non ha chiesto nulla. Neanche io l’ho fatto, ad essere sinceri, ma quantomeno non gli ho mai neanche fatto presente che mi manca. Dopodomani lo vedrò per l’ultima volta.
Un paio di mesi fa mi aveva contattato per lamentarsi del fatto che non veniva invitato ad uscire – i veri amici ti contattano per queste cose importanti. Non avendo più alcun freno e/o bisogno di essere cortese con lui, gli ho spiegato chiaramente cose che già gli avevo spiegato, aggiungendo che basterebbe solo chiedere. Son pur sempre i suoi colleghi. Io me ne sono andata da un anno.
Ho colto la palla al balzo per sfoderare la mia anima scorpionica, informandolo che mi amareggiava il fatto di essere sostanzialmente accusata di tenerlo fuori dal giro (non mi amareggiava un bel niente, a dire il vero, a parte forse la sua faccia). Salta fuori che teme che gli altri sappiano della nostra storia, e questo potrebbe aver influito sull’opinione che hanno di lui. Ahah! Prima di tutto, se gli altri sapessero la storia, credo che riceverebbe un trattamento ben peggiore di un mancato invito al pub. In secondo luogo, e cosa più importante: ad avere la coscienza sporca si rischia di diventare paranoici. Attenzione!
Come sempre ci ha tenuto a farmi presente che conserva bellissimi ricordi dei bei tempi con me, e che gli manco. “Anche tu – gli ho detto – ma preferisco far finta di non averti neanche mai conosciuto, visto che non posso neanche parlarti in privato o vederti per una birra”.
Spera che la situazione migliorerà, un giorno. Beh, gran coglione, ecco fatto: come sempre, devo fare tutto io.
Ora però lui e lei a chi daranno la colpa quando le cose vanno male?
Risposta della mia amica che lo conosce: a te, perché sei andata via. Touchée.

Svalentinamente

La settimana scorsa, il web mi ha ricordato, era San Valentino.

La data, per quanto mi riguarda, è abbastanza fastidiosa (almeno per ora), per due motivi principali:

  • E’ il compleanno del mio ex migliore amico
  • E’ il giorno che ha segnato l’inizio della distorta e malata relazione col p.d.m.

Quindi no, non ce l’ho necessariamente con le coppie felici e le loro dolci effusioni, ma più velocemente passa la giornata e meglio è.

Quest’anno ho rispolverato una mia vecchia tradizione: San Valentino è la festa degli innamorati, ma per estensione potrebbe essere anche quella di coloro che se vojono bbbene. Gli amici, insomma. E da brava persona quale sono, ho inviato a tutti una deliziosa immagine del presidente Trump che fa gli auguri, e per alcuni fortunati ho anche comprato cioccolatini. Soprattutto era martedì, ovvero quiz night.
Ma io non volevo mangiare al pub, e nel frattempo nella mia testa si era insinuata la pazza idea del sushi. A quel punto, l’ipotesi di fare la figura della sfigata che va da sola al ristorante la sera di San Valentino non mi spaventava affatto. Se il sushi mi entra nel cervello, io devo mangiare sushi. Punto. Com’è, come non è, i miei fedeli amici F. e N. mi chiedono se avessi programmi per la serata. Dico del quiz, e accenno al sushi da sola.
N: “Vengo con te”. Eh? N è il tipico americano sospettoso dei cibi “etnici”, quindi rimango sorpresa (scopriremo poi che non voleva restare a casa a fare niente). F dice che chiede al moroso, ma è praticamente un sì al 110%, perché anche lei non sa resistere al sushi. E così, in 10 minuti, ho imbastito una cena di sushi a 4. E chi se ne frega del San Valentino, anche per F che sarebbe in coppia, ma festeggia con noi perché si può ingozzare.
Alla fine il quiz non c’era, ma gli amici sì. E la giornata è volata.

L’altro giorno mi sono messa a fare un po’ di stalking al p.d.m. Non dovrei, lo so. Forse l’ho fatto mentre riflettevo sul fatto che, da che ci conosciamo, ormai siamo al punto in cui siamo stati più a lungo nemici che amici. Durati pochissimo, e forse non valeva la pena stare tanto male. Senza forse.
Nella mia opera investigativa mi sono ovviamente tenuta alla larga da FB, il luogo più pericoloso per la salute mentale, perché anche io ho una dignità e non sono completamente pazza (credo). Ma ho intravisto il profilo LinkedIn. Non siamo connessi, realisticamente non ci sono validi motivi per farlo. Ho notato che la sua foto profilo è un selfie con la sua padroncina. Ora dico: non c’è bisogno di andare su Business Insider per sapere che la foto giusta per un profilo professionale non è un selfie, e soprattutto non è un selfie con un’altra persona. Di chi è sto profilo?
Generalmente ho poca tolleranza nei confronti di chi nel profilo FB usa una foto con il proprio partner (non mi esprimo neanche su quelli col profilo condiviso), perché puoi anche avere la relazione più stupenda della storia, e per questo ti invidio ovviamente, ma questo non dovrebbe annullare la tua individualità. Se tu ti chiami Pinco Pallino, il profilo dovrebbe essere tuo e di nessun altro. Magari una foto con gli amici, o la mamma, ogni tanto. Ma soprattutto la tua faccia, perdio! Ho appena fatto una carrellata dei miei amici, e ho notato che sono pochissimi quelli con le foto di coppia. Principalmente gente che usa FB pochissimo, e sicuramente non ha sbattimento di cambiare quella che magari è stata la prima foto profilo.
Ho anche fatto una carrellata delle mie connessioni LinkedIn, e ho appurato che, a parte qualche foto magari non proprio professionale, nessuno ha una foto dove compaia qualcun’altro (moglie/marito/figli/animali/creature di fantasia).
Non voglio formulare varie teorie secondo le quali lui sia stato plagiato da una strega, ma sicuramente qualcosa che non va c’è. Sicuramente non è la persona indipendente che vuol far credere di essere. Sicuramente, e questo non lo dico io che ormai non lo vedo e sento da mesi – lo dicono i suoi colleghi e miei amici – è cambiato. Si lamenta di non venire invitato agli eventi, e quando lo inviti non si presenta e non dice nulla. C’è una maniera di dire in inglese “non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”, ma non rende abbastanza l’idea.
Poi ho notato che è coinvolto in un’iniziativa professionale con un altro tizio del mio vecchio lavoro, uno odiato praticamente da tutti, e non sono rimasta sorpresa. I conti tornano. Ognuno ha gli amici che si merita, I guess.
Ma non preoccupiamoci di nulla, l’importante è che siamo connessi su FB, perché l’amicizia vera è lì!

Il consiglio del giorno: fate attenzione al brunch domenicale con 2 ore di prosecco illimitato.

La La che?

Premessa: non ho intenzione di scrivere una recensione di La La Land, che ho visto ieri sera. Non ho le basi per fare critica cinematografica, e non mi interessa. Generalmente valuto un film bello o brutto (ed eventuali varianti) in base alle emozioni che mi fa provare, o alle riflessioni che suscita. Sulla tecnica non ho molto da dire.

La La Land è un bel film. Non gli avrei riservato tutte le nomination agli Oscar che ha ricevuto (anche se, come giustamente mi ha fatto notare Matt, è una celebrazione di Hollywood, di “segui i tuoi sogni”, e quindi per forza vincerà tutto), ma mi è piaciuto. La storia, volendo vedere, è abbastanza banale, ma il suo bello è proprio la semplicità, il suo voler ricordare, strizzare l’occhio ai vecchi film. E’ una pellicola colorata, che fa sorridere. Lungi dall’essere una commedia romantica dozzinale, tratteggia con ironia e delicatezza la bellezza dell’innamorarsi. Normalmente, una cosa del genere mi farebbe storcere il naso. Il fatto invece che mi abbia strappato più di un sorriso vuol dire che ha colto nel segno e ha fatto breccia nel rivestimento in ghiaccio e pietra che protegge il mio cuore. L’amore è bello quando inizia, e a me questa cosa manca (da) molto.

Parlando di pietra, ma anche merda, qualche giorno fa mi è stato chiesto da un’amica se avessi più sentito il mio “migliore amico”, quello che mi ha mandato a fare in culo senza appello a cavallo di natale. Lo conosce anche lei, ed è stata la prima a chiedermi cosa fosse successo, e a preoccuparsi per me (a differenza, ad esempio, di certe altre persone molto più vicine ad entrambi, che non si sono degnate neanche di una parola). No, ho detto, non l’ho più sentito. A dire il vero, ci ho pensato molto poco. Quando le ho accennato il mio percorso di counselling, ha detto di non essere sorpresa della mia reazione. Evidentemente, dice lei, anche se lui non era al centro del percorso, ho elaborato ed affrontato situazioni mentali che mi hanno permesso di liberarmene senza troppo sforzo. Insomma, sono andata in “terapia” per sbarazzarmi di una persona, e salta fuori che dovevo liberarmi di un’altra.
La cosa interessante è che non mi sta richiedendo sforzi esagerati (o anche minimi, volendo vedere). Stiamo parlando di una persona che sentivo praticamente ogni giorno da oltre 10 anni, uno che più volte è stato scambiato per il mio moroso, viste le nostre interazioni. Ora come ora, mi sembra che non sia mai esistito. Mentre col p.d.m. sento che la cosa non è ancora del tutto risolta (altrimenti non avrei conversazioni immaginarie in cui finisco di dirgli tutto quello che penso), questo capitolo è chiuso e archiviato. Come avevo detto, non ne parlo se non su richiesta esplicita di altri, e gli altri sono fortunatamente pochi e discreti.

Saltare di palo in frasca: lo stai facendo bene. Ché la seconda parte di questo post è tutto tranne che La La Land. Ma potrebbe diventarlo. Basta imparare a lasciare andare.

Now listening to: The Beautiful Girls – Periscopes

Nel 2016 ho imparato che…

… anche le persone che credevi affidabili, e che immaginavi ti sarebbero state accanto per il resto della vita, possono deludere in maniere che non ti aspettavi.

Nel giro di un paio di giorni, un’amicizia di quasi 13 anni è terminata. La cosa incredibile? Non se ne capisce il motivo. O meglio, il motivo credo sia molto chiaro nella testa della persona che unilateralmente ha deciso di mandare tutto in vacca, ma purtroppo non son degna di avere chiarimenti, o di replicare. Sicuramente è più semplice avere ragione quando l’interlocutore viene zittito.
Costui ha comunque fatto una grandiosa figura di merda in mondovisione, avendo lasciato perplessi in molti, oltre a me. Soprattutto se si pensa che uno, alla soglia dei 40 anni, ti blocca e ti bestemmia dietro per una foto (innocua) immediatamente cancellata. Che credo sia il “casus belli”, anche se penso ci sia altro sotto, ma chissà.
Ci son rimasta molto male, e mi sono amareggiata. Era una persona alla quale tenevo, con la quale ho condiviso molto, moltissimo. Se il p.d.m. è una merda, questo figuro vince a mani basse il trofeo di persona più disgustosa e spregevole della storia. Soprattutto dopo l’ultimo messaggio che mi ha mandato, così imbarazzante e carico di cattiveria e odio che veramente mi son chiesta chi cazzo di persona fosse questa a cui avevo dedicato tanti anni della mia vita.
La fine dell’anno mi è venuta in aiuto. Ho pensato che non valesse la pena traghettare nel 2017 una persona così cinica e piena di odio. Dopo la storia del p.d.m, mi ero ripromessa di non dare più corda a persone schifose, ciniche, negative (più di me), e in generale a chi cercasse di minare la mia autostima o la mia pace interiore. Ho iniziato buttando via un po’ di foto e oggetti vari. Una bella tela che avevo fatto con le nostre foto ha cessato di esistere in un cassonetto in via Irma Bandiera, appena fuori dal centro di Bologna. E poi, il 31/12, ho preso una sua foto, e – a casa di un’amica – le ho dato fuoco. Un piccolo incendio catartico. Non ne parlerò più. Ma è stato quasi commovente vedere la preoccupazione ed il supporto di amici vicini e lontani, unanimi nel considerare questa roba una assoluta follia, unita a manie di persecuzione ed ego smisurato e totale mancanza di umiltà. Perché, come ha fatto notare una mia amica, quelli che ti dicono “dovevi saperlo che cosa hai fatto” soffrono evidentemente di narcisismo patologico, e io di mestiere non faccio lo psichiatra. Tutto questo mi ha fatto riflettere molto su vari temi, primo tra tutti l’importanza di avere un lavoro. Non solo per quanto riguarda l’aspetto economico, ma principalmente per quanto riguarda la convivenza civile. Ché se uno avesse a che fare quotidianamente con dei colleghi (evidentemente non è il suo caso), imparerebbe l’arte del compromesso, e anche la diplomazia. Sembrano cazzate, ma stare solo a contatto con amici e parenti non fa bene. Magari un giorno si pentirà di quello che ha fatto, ma è troppo presuntuoso e supponente e orgoglioso per ammetterlo. Non chiederà mai scusa. Mi fa pena una persona così.

Per converso, il giorno dopo capodanno ho rivisto un vecchio amico ed ex collega. Di solito, quando torno in Italia e abbiamo tempo, ci vediamo per pranzo. Questa volta, mi è capitato il turno serale. Arrivare col buio, l’ufficio tranquillo, rifare alcune delle cose che facevo quando lavoravo lì… E’ stato come un flash back a più di 10 anni prima. Spenti i computer, siamo andati in cerca di un locale per una birra (missione più ardua del previsto). Ero uscita di casa alle 20 pensando di star via un’oretta o poco più, e dopo mezzanotte eravamo ancora lì a raccontarci la vita. C’è stato un momento in particolare che ho messo in cornice: dopo aver passato in rassegna i miei numerosi lavori e spostamenti nel mondo, a un certo punto mi ha detto, sorridendo: “Certo che ne hai fatta di roba, tu!”. E me lo ha detto con gli occhi pieni di sincera ammirazione, e forse un po’ anche di orgoglio, perché in fin dei conti io sono un po’ un suo “prodotto”, anche se alla fine ho cambiato completamente strada rispetto a quando lavoravamo insieme. In un attimo, ogni dubbio è sparito. Ogni perplessità si è dissipata. Ho pensato che sì, ho intrapreso un percorso incasinato e pieno di ostacoli e rotture di palle, ma strada ne ho fatta tanta, e tanti traguardi sono stati raggiunti. Non avrò raggiunto l’indipendenza e la maturità in senso stretto, o secondo i canoni previsti dalla società (casa di proprietà, matrimonio, figli, lavoro stabile…), ma, per dirla in maniera elegante, non sono neanche una povera sfigata. Ed è facile dimenticarselo, mentre ci si guarda attorno e si pensa solo a ciò che si vorrebbe e non si ha, invece di rendersi conto di quanto si vale.

Ho riflettuto sull’anno appena finito. Farò un piccolo bilancio, a breve. Di roba ne ho fatta, io.

 

A volte ritornano

Non scrivo da tanto. Un misto di mancanza di tempo (plausibile, avendo trascorso praticamente ogni weekend da qualche parte nel mondo che non fosse Oxford, e dovendo lavorare per il resto del tempo), e di mancanza di argomenti.

Potrei parlare del referendum e del mio primo voto all’estero. O della doccia in mezzo alla stanza nell’hotel di Vienna, o delle escape room (quella di Bologna batte quella di Oxford), o del lecca lecca alla ddddroooga di Amsterdam, o della valanga di acqua caduta dal cielo di Malaga. Potrei parlare un altro po’ delle Azzorre, o del Lake District e i colori dell’autunno, e un gruppo di amici belli che si lasciavano illuminare dal sole di un tramonto inglese come pochi ne ho visti da quando sono qui.
Potrei parlare del mio primo compleanno in Inghilterra, e di quanto piacere mi ha fatto riuscire a riunire tanti amici in un anonimo mercoledì di novembre. Ricevere biglietti, cioccolatini, una torta con le candeline, tanti abbracci e sorrisi. Io, che sempre fuggo per i compleanni, mi sono resa propriamente conto che qui non è poi male.
Potrei parlare dei 5 colloqui di lavoro in una settimana, e magari del nuovo lavoro che – scartoffie permettendo – inaugurerà il mio 2017. Ne ho bisogno. Dove sono ora non va. O meglio, il lavoro va, è tanta della gente che ci sta in mezzo che non va. Classico risultato di una fuga rocambolesca, ovvero prendo quello che prendo, pur di scappare. Diciamo che di una cosa sono sicura: con le grandi banche di investimento ho chiuso. Detesto il loro operato e la maniera in cui trattano i propri dipendenti (e io, per inciso, non sono un loro dipendente), e in generale rovinano il mondo. Soprattutto, nel mio caso specifico, detesto la loro totale mancanza di collegamento con la realtà, che tanti grattacapi mi ha dato e tuttora mi dà. Basta. Dall’anno prossimo si punta sulla matematica!

Dall’anno prossimo si dovrebbe tentare anche di far fuori in maniera definitiva certe palle al piede che non mollano. Il p.d.m. non demorde nella sua follia. Qualche settimana fa gli ho proposto un evento a cui sarei andata con una collega (non sia mai che io e lui usciamo soli), per tastare il terreno. “Purtroppo” non poteva in quanto in partenza per l’Australia (in realtà lo sapevo, e sapevo di cadere in piedi. Qualcosa avrò pure imparato dal re dei paraculi), ma gli averebbe fatto piacere vederci al suo ritorno, ovviamente su mio suggerimento. Appena atterrato mi ha scritto. L’urgenza di vedermi in settimana era dettata dal fatto che la sua padrona era ancora agli antipodi, e questo ci lasciava una ghiotta opportunità di vederci per un paio di losche birre. Mi ci è voluto un attimo a rispondergli perché mi erano cadute le braccia (e mi era scesa la catena), ma OK, vediamoci pure con massima urgenza. Abbiamo fatto gli amiconi e ci siamo salutati senza toccare nessun argomento delicato (tipo: che amicizia di merda è una dove ci evitiamo attivamente?). Ma a me le cose lasciate a metà danno abbastanza noia, e così gli ho detto (via messaggio, ché ormai è una gara a chi paraculeggia di più) che così non va, che non posso sempre essere io a prendere l’iniziativa, e che mi sono rotta i coglioni davvero (quest’ultima parte è un omissis).
“Ci provo, ma ho le mani legate”. E via la pappardella di come lui stia mettendo a rischio la sua relazione per mantenere un’amicizia con me (di quale amicizia parli?). Molto bene. Se queste sono le condizioni, non credo che correrai più rischi, in futuro.
Segue la solita pappardella sulla mia responsabilità nei di lei confronti (ebbbasta), e la chicca: però mi farebbe piacere che ci riconnettessimo su FB. E’ strano vederti nelle foto degli altri e avere l’impressione che io sia uno sconosciuto. Uhm… E qui ho preso tempo, perché qualunque cosa mi venisse in mente avrebbe scatenato ulteriori vespai. Cose tipo: ma perché, io e te ci conosciamo? Oppure: ti vuoi fare i cazzi miei senza dovermi parlare? O anche: beh, ti aggiungeresti alla folta schiera di “amici” che stanno lì ma ai quali raramente rivolgo la parola. Benvenuto.
Mi sono riservata il diritto di pensarci e fargli sapere più avanti. Su FB non custodisco certo segreti di stato, e fondamentalmente non mi importa molto se lui può vedere le mie foto (fermo restando che lui resterà bloccato a vita), ma fatico a capire il senso di questa cosa. Però il lato buono che purtroppo mi domina gli vorrebbe dare questo contentino. Chissà perché è così importante per lui.

Ad ogni modo, questa cosa del rendez-vous l’ho fatta soprattutto per me. Un anno e mezzo di counselling e lavoro per ricostruirmi, e devo pur verificare come stanno le cose. Ho constatato con piacere che riesco a vedere la situazione in maniera perlopiù distaccata. Quando lui mi dice che gli mancano i momenti che passava con me, io penso che a me invece non mancano. O meglio, è un ricordo che rimane nel passato, e verso il quale non provo più nostalgia. E’ una cosa che deve essersi affinata col tempo, perché provo lo stesso nei confronti di molte cose: se, per esempio, 10 anni fa avevo nostalgia dell’Australia, e stavo male perché volevo tornarci ad ogni costo, oggi ripenso a quell’esperienza come una cosa bellissima che fa parte del passato, e lì deve restare. Avrò sempre con me ricordi bellissimi, abbinati però alla consapevolezza che quei momenti non possono tornare, e sarebbe stupido desiderarlo.
Le cose cambiano, le persone altrettanto. Ovviamente avrei piacere di riprendere i contatti con una persona alla quale tenevo molto, e forse un po’ ci tengo tuttora, altrimenti non mi impegnerei tanto a cercare di sistemare le cose, e non me la prenderei quando ricevo certe risposte. Ma siamo al fragile punto di rottura in cui ormai non fa differenza sia che si ritorni in contatto, sia che ci si mandi reciprocamente affanculo. E secondo me lui questa cosa non l’ha capita. Non ha nemmeno capito che non siamo più amici. Forse dovrei smetterla di essere diplomatica e dirgli le cose come stanno.

Nel frattempo, da un angolino nascosto del mio torbido passato, è tornato a spuntare il mitico Brendan detto Robby, il personaggio che tanto filo da torcere mi diede nei miei primi anni australiani. Uno stronzo di prima categoria, ma che ritengo avesse comunque molta più onestà intellettuale del p.d.m. Uno che, accidenti a lui, mi eliminò da FB anni fa. Avrei voluto farlo io per prima.
Ebbene, questo signore è rispuntato su Instagram, e ora mi segue. E fa pure belle foto, e ha il “mi piace” facile. Chissà che vuole. Magari anche a lui mancano i bei vecchi tempi.

Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…

And the winner is…

Avevo questo post pronto a partire più o meno un mesetto fa, ma poi la vita si è messa in mezzo, la noia l’ha fatta da padrone, ed eccomi qui, 25 giorni dopo, a riprenderlo in mano.
In origine, doveva essere dedicato alla vittoria al pub quiz, con breve riflessione sull’importanza del pub quiz stesso a livello sociale. Voleva anche essere una celebrazione di questo evento, la prima vittoria da che abito in UK. Che, a voler vedere, è un bello schifo. A Sydney avevo uno squadrone e vincevo di continuo, e i premi erano anche più interessanti (generalmente più soldi da spendere al pub). Qui ci son voluti 3 anni di tentativi. E non mi son neanche goduta il premio, ma poi non mi posso lamentare: sono andata in vacanza a ripetizione.

Ad ogni modo, il titolo del post si presta bene anche al resto delle riflessioni che ho accumulato in queste settimane. Ci sono tanti vincitori a cui deve essere riconosciuto il giusto merito. Andando in ordine più o meno cronologico:

  • Il tizio della telefonata: chi ha letto il post precedente ricorderà il personaggio di dubbia qualità col quale avevo avuto un altrettanto dubbio appuntamento telefonico. Dopo un mio ultimo messaggio di risposta ad una sua qualche domanda inutile, lui non aveva più scritto. Io nemmeno, e per me era finita lì. Naturalmente, mentre sono in giro per Nizza a farmi i cavoli miei, mi arriva un messaggio da lui, che diceva più o meno: “Ciao, volevo sapere come va e com’è andato il weekend in Italia [di due settimane prima, n.d.r.], e se avevi ancora voglia di incontrarci per bere una cosa. Non c’è problema se non sei più interessata!” – gli avrei voluto rispondere con una cosa a metà tra l’emoji che piange dal ridere e un “macheccazz?”, e poi ho pensato che non avevo tempo da perdere. Silence treatment.
  • Gary: trattasi non della lumaca amica di Spongebob, bensì di un tizio trovato sempre sulla terribile Happn, e che avevo erroneamente etichettato come “normale”. Uno col quale scambiavo un paio di messaggi al giorno, e del quale elogiavo l’atteggiamento da non rompiballe. Mi chiede un paio di volte di uscire, e io declino per altri impegni (ragazzi, ho anche la mia vita da vivere, abbiate pazienza). Finalmente ci accordiamo per quando sarei tornata da Nizza. Non lo sento per qualche giorno e avverto già le vibrazioni negative. La mattina del giorno dell’appuntamento, mi arriva un messaggio che dice: “Scusa, non posso uscire stasera, non sto bene e non sono neanche andato a lavorare”. Ovviamente il Fantozzi che è in me ha gridato alla cagata pazzesca, ma ho mangiato la foglia e gli ho augurato una pronta guarigione. Un paio di giorni dopo mi manda un messaggio chilometrico in cui mi spiega che in realtà aveva conosciuto un’altra, e che non sapeva cosa fare e un sacco di altre cagate. Grande Gary! 2 pagine di messaggio al quale ho risposto con un elegante: “OK, ciao”. Dai Gary, c’era davvero bisogno di scrivere quel messaggio da giustificazione delle medie?
  • Mrs J: chiameremo così una delle mirabolanti protagoniste del mio nuovo lavoro. Che insegna al corso in ambito di leadership, risorse umane, varie ed eventuali. Dopo la prima parte di corso, abbiamo fatto un debriefing per vedere com’erano andate le cose: per parte nostra (team che si occupava soprattutto di logistica) era andato tutto perfettamente, la gente era entusiasta, e tutti i piccoli problemi erano stati sistemati. Il responso degli accademici (inclusa Mrs J): “Sì, brave, ottimo lavoro. Però questo non andava, e questo, e questo, e quello, e quell’altro, e bla bla bla”. Ora, fin qui non me ne fregherebbe un cazzo, perché trattasi di gente che non ha una buona comprensione della realtà. Ma quando ti tocca di seguire una sessione, e finisci col sentire lei che spiega agli studenti che il feedback generico (es. “Bravo, ottimo lavoro”) deve essere evitato, in favore di feedback specifico sulle cose che si sono fatte bene… E ripensi a quel debriefing… Scappa un po’ da ridere.
  • Io: mi auto-assegno il premio di vacanziera dell’anno: in 2 settimane mi sono sparata Costa Azzurra e Croazia. Assaggini, ok, ma mi congratulo con me stessa perché le ho azzeccate tutte. Location, spostamenti, periodo, alloggi, cibo… Brava soprattutto sull’alloggio di Spalato, con annessa socializzazione con i proprietari e merenda con fettona di torta e in TV la Paperissima croata con i politici che cadevano da ogni dove.
  • Io (di nuovo): perché finalmente mi è riuscito il colpaccio. Quello vero. Finalmente il p.d.m. ha ammesso le sue colpe! E’ stata un’esperienza vagamente mistica e quantomeno surreale. Non ero neanche del tutto certa che stesse veramente dicendo quello che stava dicendo. Per farla breve, l’ho praticamente costretto a mantenere la sua parola rispetto al nostro rendez-vous dopo quello che avevo organizzato io un mesetto abbondante fa. Nel decidere le date, mi ha detto che a giugno la paranoica sarebbe tornata, e quindi non ci potevamo vedere, e avremmo dovuto parlare. Che palle! Ma vabbè, me la son cercata. Come sempre, la serata va bene, si ride, si scherza e si fa finta di niente, fino a che ovviamente bisogna arrivare al dunque. E io, a quel punto ormai stremata perché, cazzo, non so in quale altro modo spiegarti qual è il problema, resto sorpresa: mi sento dire cose tipo “Tutto questo gran casino è solo ed esclusivamente colpa mia, non sono stato un buon amico, e se non vorrai perdonarmi lo accetto e sarà una mia perdita, sei sempre stata molto meglio di me”. Eh? Cioè, mi stai dicendo che, dopo avermi accusato delle peggio cose, ora finalmente ammetti che in realtà le cose stavano un po’ diversamente? Santi numi!
    Ovviamente c’era anche il però: eh ma per restare amici, lei deve essere d’accordo, e quindi tipregotipregotipregotiscongiuro sii gentile con lei quando la vedi, o tutto andrà in fumo. La cosa che sono riuscita ad estrapolare è che lui non è che non si fa sentire perché non gliene frega (cosa che sospettavo, e che mi faceva anche un po’ girare i coglioni e mi faceva domandare che cazzo stessi ancora a perder tempo, come gli ho espressamente detto), ma perché sai, io abito con lei, e se sente il mio cellulare che suona poi mi chiede chi è, e se sei tu (io che magari dico: “Ciao, come va”)… “Però io sono libero di fare quello che voglio” – dì, parliamone! Ed è stato lì che ho avuto quel senso di deja-vu, del vecchio Andy di New York e la moglie che lo comandava e non potevamo essere amici (io, minaccia fantasma a un oceano di distanza). Questi son smidollati e vanno evitati come la peste, ecco tutto.
    Abbiamo continuato a parlare anche dopo che ci hanno sbattuto fuori dal pub, e nonostante gli dicessi di andare a casa, ché so badare a me stessa e l’autobus lo aspetto tranquillamente anche da sola, lui stava lì, e si scusava, e mi abbracciava e mi diceva quanto ero meglio di lui, e “sai vero che ti voglio bene”. No.
    Ovviamente resta aperta una questione: metti che per qualsivoglia motivo io e lei non ci incrociamo per chissà quanto (come del resto è già successo: se escludiamo la festa di Natale, dove mi sono smaterializzata, io lei l’ultima volta l’ho vista quasi un anno fa), noi due che si fa? E gliel’ho anche ripetuto via messaggio, e non ho avuto risposta. Eh, perché non c’è risposta. Se dev’essere una terza persona a decidere, io non so mica se ci voglio stare. Non gli piacerà ammetterlo, ma comanda lei, e a lui va da dio perché non deve decidere nulla. Lui è quella persona lì.
    Detto ciò, questa è una piccola soddisfazione e me la gusto. Come ha giustamente commentato Abe: “il suo riconoscimento delle proprie colpe ti farà assaporare il gusto della giustizia. Come se l’universo fosse tornato a combaciare. Ti sei tolta quello spiacevole senso di asimmetria e ingiustizia”.
    Cazzo, sì!

Onwards and upwards.

Soundtrack: Muse – Map of your head

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