La La che?

Premessa: non ho intenzione di scrivere una recensione di La La Land, che ho visto ieri sera. Non ho le basi per fare critica cinematografica, e non mi interessa. Generalmente valuto un film bello o brutto (ed eventuali varianti) in base alle emozioni che mi fa provare, o alle riflessioni che suscita. Sulla tecnica non ho molto da dire.

La La Land è un bel film. Non gli avrei riservato tutte le nomination agli Oscar che ha ricevuto (anche se, come giustamente mi ha fatto notare Matt, è una celebrazione di Hollywood, di “segui i tuoi sogni”, e quindi per forza vincerà tutto), ma mi è piaciuto. La storia, volendo vedere, è abbastanza banale, ma il suo bello è proprio la semplicità, il suo voler ricordare, strizzare l’occhio ai vecchi film. E’ una pellicola colorata, che fa sorridere. Lungi dall’essere una commedia romantica dozzinale, tratteggia con ironia e delicatezza la bellezza dell’innamorarsi. Normalmente, una cosa del genere mi farebbe storcere il naso. Il fatto invece che mi abbia strappato più di un sorriso vuol dire che ha colto nel segno e ha fatto breccia nel rivestimento in ghiaccio e pietra che protegge il mio cuore. L’amore è bello quando inizia, e a me questa cosa manca (da) molto.

Parlando di pietra, ma anche merda, qualche giorno fa mi è stato chiesto da un’amica se avessi più sentito il mio “migliore amico”, quello che mi ha mandato a fare in culo senza appello a cavallo di natale. Lo conosce anche lei, ed è stata la prima a chiedermi cosa fosse successo, e a preoccuparsi per me (a differenza, ad esempio, di certe altre persone molto più vicine ad entrambi, che non si sono degnate neanche di una parola). No, ho detto, non l’ho più sentito. A dire il vero, ci ho pensato molto poco. Quando le ho accennato il mio percorso di counselling, ha detto di non essere sorpresa della mia reazione. Evidentemente, dice lei, anche se lui non era al centro del percorso, ho elaborato ed affrontato situazioni mentali che mi hanno permesso di liberarmene senza troppo sforzo. Insomma, sono andata in “terapia” per sbarazzarmi di una persona, e salta fuori che dovevo liberarmi di un’altra.
La cosa interessante è che non mi sta richiedendo sforzi esagerati (o anche minimi, volendo vedere). Stiamo parlando di una persona che sentivo praticamente ogni giorno da oltre 10 anni, uno che più volte è stato scambiato per il mio moroso, viste le nostre interazioni. Ora come ora, mi sembra che non sia mai esistito. Mentre col p.d.m. sento che la cosa non è ancora del tutto risolta (altrimenti non avrei conversazioni immaginarie in cui finisco di dirgli tutto quello che penso), questo capitolo è chiuso e archiviato. Come avevo detto, non ne parlo se non su richiesta esplicita di altri, e gli altri sono fortunatamente pochi e discreti.

Saltare di palo in frasca: lo stai facendo bene. Ché la seconda parte di questo post è tutto tranne che La La Land. Ma potrebbe diventarlo. Basta imparare a lasciare andare.

Now listening to: The Beautiful Girls – Periscopes

Si sta svegli finché non muore la speranza

… maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire.

On air, tanto per cambiare, Lo Stato Sociale di “Mi sono rotto il cazzo”. Che, anche se ultimamente sono di umore decisamente migliore rispetto a quando la ascoltavo in loop, contiene sempre molti pensieri che condivido.

L’altro giorno, a pranzo con L e una sua amica, si parlava di un’altra loro amica (che anche io conosco) e della sua ultima disavventura sentimentale. Per un annetto ha frequentato un tizio che un bel giorno, di punto in bianco, le ha detto arrivederci e grazie. “Le ha spezzato il cuore – ha detto L – soprattutto perché non se lo aspettava”.
Ne è seguita una riflessione ovvia: quando senti queste storie, ti domandi chi te lo faccia fare di ributtarti nella mischia, se poi tanto va a finire così. Pessimismo, ok, ma la logica non fa una piega.

Chi ce lo fa fare? La speranza. La maledetta stronza che non muore mai. Che per quanto tu ti racconti che non hai aspettative, un po’ comunque speri che le cose vadano come vorresti. Almeno una volta.

Che è poi il motivo per cui ieri mi è salita un po’ di malinconia. Perché tutto sommato speravo in una risposta diversa a una domanda che alla fine potevo anche non fare. Perché quando le cose finiscono all’improvviso, spesso quello che rende difficoltoso affrontare il dolore è la mancanza di una chiusura, un dirsi in modo chiaro che basta, fine.
Quando una persona ti toglie il tappeto da sotto i piedi, finisci col culo in terra e ti fai molto male. C’è chi, oltre a fare ciò, magari ti guarda con aria di sufficienza dicendoti qualcosa tipo: “Beh, come avrai notato, il tappeto volevo regalarlo a qualcun’altro”, e si stupisce pure se te la prendi, e ti da’ la colpa se ti arrabbi troppo. Quando invece sarebbe bastato dire: “Senti, guarda, io il tappeto me lo riprendo. Ti sposti, per favore?” (mi piace molto parlare per metafore – questa del tappeto forse inconsciamente ispirata dal Grande Lebowski).

Certi numeri gli amici (o presunti tali) me li fanno in genere una volta nella vita, perché poi dalla suddetta vengono eliminati. Il problema vero in tutta questa storia è che questo qui non l’ho ancora fatto fuori. E’ un rapporto che ho messo in coma farmacologico suggerendo un time out, ma comincio a convincermi che non serva a nulla una pausa se non c’è in effetti niente da recuperare. Ci sarebbe forse da rifondare tutto. In un altro luogo, in un altro tempo.
Nel frattempo considero il ghosting: allo scadere del time out, farò finta di nulla e mi dissolverò nell’etere. Sperando che la speranza, maledetta stronza, si sia dissolta anche lei.

Fette di prosciutto

Ho appena dato un titolo che mi fa venire fame. Anche se ho appena pranzato, io due fette di prosciutto me le farei proprio.

Un’introduzione a cazzo proprio come la chiacchierata dell’altra sera. Sediamoci qua fuori a prendere una birra, parlando del nulla. Che alla fine è anche piacevole, ma poi non si arriva al dunque.
Peraltro, vista la durezza del messaggio di un paio di giorni prima (che se ce l’avessi avuto di fronte, si sarebbe preso un vaffanculo diretto e senza traduzione), e la freddezza del suo “Beviamo qualcosa al pub e poi vediamo”, per non parlare dell’ultima volta che ci eravamo visti per “chiarire”, non mi sarei aspettata che mi abbracciasse per salutarmi.
Per come è andata la serata, ho capito di avere io il coltello dalla parte del manico, per una volta. Tutta la sua acidità si è rivelata un bluff quando, a metà serata, mi ha detto: “Sta andando tutto molto bene, dobbiamo parlare di altro?”. Paraculo livello sensei, master of the universe, cintura nera.
Tutta quella rabbia che trasudava dal suo minaccioso messaggio che si chiudeva con un patetico: “la mia pazienza sta per finire” (vogliamo parlare della mia?) si è rivelata la proverbiale coda di paglia, di cui lui peraltro è dotatissimo, e che sfoggia e si liscia con molta regolarità. Gente che ha osato comportarsi come lui, in passato, è stata eliminata dalla mia vita senza passare dal via. Il fatto che io fossi lì era effettivamente un piccolo segnale di apertura (sul quale ancora rifletto e nutro dubbi e perplessità, e a giudicare da come ha abbassato la cresta e incassato il cazziatone, forse questo particolare lo ha anche capito.
Ovviamente per il resto non garantisco. In effetti sono ancora incerta sul fatto che la cosa funzionerà. Giusto ieri abbiamo litigato via messaggio per l’ennesima incomprensione.

Lo strappo è grande, profondo, e metterci una pezza non è semplice. La cosa preoccupante è che ormai non ci si capisce più, e non è un semplice problema linguistico.

Ho perso la capacità di inghiottire cazzate. Non riesco più a tenermi dentro le cose. Mi dici una stronzata? Aspettati un commento caustico.
Ieri avrei potuto lasciar perdere con un chissenefrega, ma ho cercato la rissa. Apposta. Poi alla fine mi sono incazzata il triplo e quasi non ho dormito. Se non è una roba malsana questa…
Ma ad ogni modo, se devo investire tempo ed energie riparando un rapporto, non lo farò a sorrisini e diplomazia. Inutile essere cortesi e lasciare cose non dette, perché il nocciolo del problema è proprio quello: non dirsi le cose. La situazione peraltro potrebbe essere aiutata dal fatto che in fondo non è rimasto praticamente nulla da dirsi. Torneremo ad essere quei due che pranzano assieme e si raccontano due cazzate per passare una mezz’ora. Il paragrafo sotto prevede il futuro.

La mia teoria è che, man mano che passa il tempo, è importante coltivare pochi legami, ma profondi, duraturi e di valore. Legami che richiedano impegno per essere mantenuti, ma non sforzo e fatica e nervoso. Rapporti bilanciati dove ognuno mette un po’ del suo, magari non in maniera esattamente uguale, ma quantomeno simile. Perché mai dovrei voler tirare una carretta con un peso morto, che mi da’ più ansie e grattacapi che gioia?
Alla fine dei conti, secondo me tutto si risolverà quando io leverò le tende. Per allora magari avremo ricostruito qualcosa di vagamente positivo, ci prometteremo di sentirci spesso e parlare su Skype, e vederci ogni tanto, che i voli costano poco. Ma ci staremo mentendo, perché alla fine ognuno andrà per la sua strada e ci dimenticheremo di ciò che eravamo. Ce lo stiamo già dimenticando ora.

Quello che ho fatto, per il momento, è stato togliermi le famose fette di prosciutto dagli occhi. Sto prosciutto, evidentemente, sta meglio dentro una piada, non piazzato lì ad oscurarci la vista e la percezione.
Le ho tolte e ho visto una persona molto meno attraente di quanto ricordassi, e un po’ più triste. Uno sguardo a volte infastidito e spesso fastidioso. Gli occhi di una persona molto, troppo egoista per rendersi conto del male che fa. Ma che non giustificherò più al grido di “non se ne rende conto”.

Perché poi, gira che ti rigira, mi sono rotta il cazzo.

On air: Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo (ovviamente)

Sii sempre la scelta, mai l’alternativa

E’ una di quelle frasi un po’ del cazzo, pseudo-massime di vita che punteggiano Facebook. Mi e’ venuta in mente ieri, mentre finalmente aprivo gli occhi e guardavo con attenzione una persona per la quale sono stata sempre e solo una delle tante alternative. E più osservavo più mi risultava chiara l’enorme cazzata dell’amicizia che ci unirebbe, una cazzata che mi sono raccontata fino a quando non ha prevalso la forte sensazione di essere stata magistralmente presa per il culo. Una sensazione che avevo già avuto in precedenza, ma che avevo strenuamente liquidato al suon di “ma non può essere davvero cosi’ stronzo, non lo credo capace”. E invece, le persone sanno sempre come sorprenderti.
Man mano che ripercorrevo la storia, stilavo un piccolo e triste bilancio: ci tieni a me (dici), ma quante volte sei stato tu a voler passare del tempo con me, e non il contrario? E’ sempre valida la regola per cui non bisognerebbe dire a qualcuno “non ti fai mai sentire”, quando – se ci tieni – puoi essere tranquillamente tu a fare il primo passo. Ma e’ anche vero che un dubbio prima o poi deve sorgere, se l’iniziativa arriva sempre dalla stessa parte.

E più pensavo e più osservavo, più si alzava il mio muro del silenzio. Che e’ la mia classica tecnica di autodifesa, ma in questo caso anche un segnale più allarmante: sto zitta perché davvero non so cosa dire. Non ho niente da dire. Mi hai tolto le parole di bocca.

E’ sempre triste arrivare al capolinea. Quando sei solo in un posto relativamente nuovo, devi prenderti cura di te stesso. E spesso finisci con l’attaccarti troppo a gente che non meriterebbe poi tanta attenzione. E’ uno scivolone comprensibile, che perdonerei a chiunque, inclusa me. Nonostante sia forte la tentazione di prendermi a calci in culo e insultarmi per essermi ancora una volta fatta fregare come una cogliona qualsiasi.
Ho buttato via un intero mese cercando di capire una cosa probabilmente ovvia, ma che questa simpatica canaglia ha deciso di non condividere con me.
“Avrai capito che…”. Avrai capito un cazzo.
“Volevo parlarti, ma hai fatto talmente la difficile in questi giorni…” . Eppure io lo sforzo di provarci l’ho fatto. Ed e’ stata una gran fatica, che non si dovrebbe provare solo per organizzare una cena con una persona. L’ho fatto perché non ne potevo più di giocare a quelli che “va tutto bene”, quando in realtà non va bene nulla. L’ho fatto perché qualcosa e’ cambiato in quella breve settimana di mia assenza (sta roba e’ come il Natale, quando arriva arriva), ma evidentemente non sono stata ritenuta degna di essere messa al corrente.

Qualche giorno fa, curiosando sul Facebook (eh già!) di un amico, ho trovato un suo post in cui mescolava massime sulla vita di Paolo Coelho a sue osservazioni. Era un post talmente bello che l’ho stampato, e oggi me lo sono appeso alla parete dell’ufficio, con evidenziate alcune frasi chiave. Tipo questa:

Quando una porta si chiude se ne apre un’altra,
ma troppo spesso guardiamo cosi a lungo quella chiusa
che non riusciamo a scorgere le nuove possibilità

E’ vero. Verissimo. Oddio, a dire il vero la storia della nuova porta che si apre al momento e’ semplicemente una speranza, ma e’ altrettanto vero che certe porte inutili vanno chiuse. Che, come ho ripetuto tante volte ad amici in situazioni simili, bisogna liberarsi di certi legami malsani e tossici, e che se anche fa male all’inizio, la nostra vita ne gioverà.
Speravo che a risolvere il problema in maniera brutale sarebbe arrivata la chiamata per un nuovo lavoro, che finalmente (spero) mi porterà via da qui. Ma le cose per me non sono mai facili, e cosi toccherà di sukare (per dirla con poesia) per un altro po’, finché il vento non si deciderà a cambiare.
Ma alla fine, con un po’ di impegno, passera’ anche questa. Anche perché, pensavo giusto ora, come si può sentire la mancanza di qualcosa che non c’e’ mai stato?

Amorecane

Esordisco scusandomi con Massimo Gramellini, al quale ho rubato il titolo di un Buongiorno per trasformarlo in quello di questo mio post. Ma la parola mi piaceva, ed è un buon riassunto dei miei pensieri negli ultimi giorni.

Sono giorni molto difficili, questi. L’inizio di anno è stato un completo disastro, e faccio fatica a risalire la china (lo dimostra anche il fatto che da giorni provo a scrivere, e non riesco). In una situazione come questa, mi manca tanto – ma proprio tanto tanto – il mio cagnone. Come ho già scritto qui, lui in qualche modo mi ha già salvato, almeno una volta. Ero tornata dall’Australia, a casa cercavo lavoro e non trovavo nulla. Le mie uniche distrazioni dall’invio costante di CV erano le passeggiate con lui in giro per la campagna dietro casa. Mi mettevo le scarpe da ginnastica, gli mettevo il guinzaglio, e per un’oretta lui impazziva dietro gli odori e sgambettava nell’erba alta, e io non pensavo a nulla. Senza di lui credo che sarei finita in terapia. In qualche modo lui mi tranquillizzava e mi restituiva un po’ di ottimismo, con la sua semplicità e il suo amore incondizionato.

Qualche tempo fa, ero a casa, e ho avuto un momento di sconforto per motivi che non starò a sviscerare qui. Ero a casa da sola, in cucina, solo con lui. Ho cominciato a piangere, ma di quei pianti a singhiozzo, di quelli che ti tolgono il respiro. Lui mi è venuto vicino perché ha capito che non stavo bene. Mi è bastato abbracciarlo e già stavo meglio. I cani non parlano, purtroppo (e dico purtroppo perché resto convinta del fatto che avrebbero cose molto più interessanti da dire di certi umani), ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, sanno darti tutto il supporto che ti serve. Ti capiscono senza bisogno di parole, e non hanno bisogno di dirti che per te ci sono sempre. Anche se non ti conoscono.

Più o meno una settimana fa sono stata travolta da un piccolo smottamento di merda (per dirla in maniera poetica). Totalmente inaspettato, e dunque terribile. Ho adottato la mia reazione classica: ho alzato attorno a me un gigantesco muro impenetrabile, sono sparita dai radar, mi sono fatta vedere e sentire il meno possibile. Il ché è comunque abbastanza complicato, dovendo andare a lavorare e interagire con della gente, che sicuramente si è domandata che accidenti di problema avessi.
Mi fermavo a pensare e mi si gonfiavano gli occhi di lacrime. Poi tornavo a casa e li sgonfiavo. Sapete a cosa pensavo, quando finalmente uscivo dall’ufficio? A parte ovviamente rivivere le scene che mi avevano portato lì, riflettendo sul fatto che non c’è soluzione, pensavo al mio cane. Pensavo a quanto avrei dato per poterlo avere lì con me, e non dirgli niente, e accarezzargli la testa e sprofondare nel suo amore.
Sapere che lui c’è e mi aspetta a casa, ed è sempre la persona (beh, sì, per me è una persona) che è più felice di vedermi mi tira sempre un po’ su di morale.
Senza vergogna dichiaro che è lui quello che mi manca di più quando sono lontana da casa. La famiglia e gli amici si sentono su Skype, via messaggio, su FB. Io non posso mandare al mio cane dei messaggi su whatsapp (quanto sarebbe bello?!), e le poche volte che ho provato a “parlarci” su Skype è stato un fallimento. Lui è per il “qui e ora”, e quando ci penso mi rendo conto di quanto mi sto perdendo ad essere lontana. I cani restano con noi per così poco… Ogni minuto è prezioso.

Cosa accidenti ci faccio qui? Perché non sono sul divano con accanto colui che mi ama per quello che sono, senza curarsi del mio aspetto, del mio carattere, del mio successo, delle mie idee politiche e/o religiose?
Comincio a pensare di essere un po’ scema.

Cagnolini in prestito (Borrow my Doggy)

Ieri, mentre mi dedicavo ad una delle mie attività preferite, vale a dire la perdita di tempo (vedi post precedente), mi sono imbattuta in quello che potrebbe essere il passatempo più fantastico di sempre: cagnolini in prestito.

Il servizio Borrow My Doggy è una specie di social per cani e padroni di cani (per dirla con Elio), che mette in contatto padroni con poco tempo a disposizione per i loro amici pelosi, e amanti dei cani che per vari motivi non possono averne uno. L’aspirante prestatore crea un profilo spiegando perché vorrebbe tantissimo un cagnolino in prestito, e il sito mostra i cani disponibili nel raggio di un paio di miglia. Sta poi ai vari padroni contattare coloro che ritengono adeguati ad occuparsi del loro cucciolo per qualche passeggiata o qualche ora di dog sitting nel weekend.

Non nascondo di aver tentato di vendermi meglio di quando scrivevo le lettere di accompagnamento ai CV: avere un cane mi manca da morire, e non nascondo nemmeno che una bella fetta della mia gioia quando ritorno a casa in Italia ha quattro zampe e scodinzola tantissimo. Questo sarebbe il compromesso perfetto: un cane a chiamata, che colmerebbe i miei vuoti affettivi senza il rischio di dover essere trascurato, come accadrebbe se avessi davvero un cane tutto mio. Chissà, un giorno riuscirò a coronare il sogno di un cucciolo.

Penso da sempre che gli animali domestici siano un toccasana per gli umani. Alleviano lo stress, ti fanno compagnia, ti insegnano cosa vuol dire amare e cosa vuol dire essere amati. Ma sul serio.
La prima amica che ricordo aveva quattro zampe e si chiamava Mela. Ricordo di aver giocato molto di più con lei che con mia sorella. Perderla è stato il primo grande dolore della mia vita. Sono passati 20 anni e lo ricordo come fosse ieri. Non sono nemmeno così convinta di aver superato il trauma.
Otto è venuto praticamente subito dopo. Ci abbiamo messo un po’ a carburare. Avevo la sensazione che fosse arrivato come sostituto di qualcuno di insostituibile. Abbiamo avuto alti e bassi, ma ricordo anche quando ho salutato lui per l’ultima volta. Partivo per l’ennesimo viaggio, e avevo la netta sensazione che non ci saremmo rivisti al ritorno. Avevo ragione. Anche se non eravamo migliori amici, il vuoto si sentiva.
E come in uno stillicidio, l’ha seguito “Micio”, il gatto bicentenario, arrivato alla soglia dei 21 anni durante i quali ha perso svariate vite. Il gatto più stronzo della terra, amichevole come un mitra puntato alla schiena, il terrore degli ospiti. Ho conosciuto, dopo di lui, un gatto ancora più stronzo e borderline emo (si strappava la pelliccia a morsi, l’equivalente felino di tagliarsi). Bello e problematico come solo certi felini sanno essere.
Il vuoto di animali, a casa mia, è durato parecchio. L’ho colmato io per qualche tempo, stringendo amicizia con la gatta della mia coinquilina in Australia – una micia che mi ha salvato dalla depressione delle mie settimane da disoccupata. Come solo gli animali sanno fare, forse nemmeno rendendosene conto.

E poi è arrivato Buck. Che, pensandoci bene, sembra un po’ il riassunto di tutti i precedenti pelosi di casa. E’ arrivato quando ne avevo più bisogno, e anche lui, come gli altri in maniere diverse, mi ha salvato in qualche modo. Anche solo ricordandomi che esiste amore incondizionato, e che non tutto è perduto finché c’è qualcuno che scodinzola.

Riassumendo, sto aspettando con ansia che qualche padrone mi contatti per portare a spasso il suo cucciolo. Scambi di felicità. C’è qualcosa di più bello, forse? Io non credo.

Le anime antiche

Poco fa, ho mostrato alla mia collega l’ennesima foto del mio cagnone. Sono un po’ come quelle mamme (tutte le mamme, diciamo) orgogliose del loro pargolo, il piu’ bello di tutti. Il mio amico peloso ha gia’ numerosi fans, e le sue facce in foto non fanno che aumentare il gradimento della bestia agli occhi del pubblico. Certi scatti lo ritraggono tra il perplesso e lo stremato, per avere a che fare con una che gli da piu’ filo da torcere di un moccioso urlante. Sorridendo nel guardare il nostro selfie (obbligatorio per chiudere il 2013), la collega mi ha detto: “Lui e’ un’anima antica, lui e’ gia’ stato qui”. Che e’ un’immagine bella che mi ha subito riportato alla mente un libro letto un paio di anni fa – un romanzo molto strappalacrime dal titolo “A dog’s purpose”, che narra la vita, anzi, le vite, di un cane che ritorna sulla terra dopo numerosi trapassi, fino a ritrovare da anziano il padrone che aveva amato di piu’.

Mentre, per quanto riguarda gli umani, fatico ad immaginare un ritorno in forma di altro umano che possa interagire con le persone care lasciate sulla terra, questa idea di reincarnazione canina mi convince di piu’. In fondo, i cani stanno con noi per cosi poco tempo, che e’ bello pensare che poi ritornino a farci compagnia. Magari non subito, o di un’altra razza, o anche di un altro sesso, ma che comunque ci conoscano gia’. Cosa che un po’ spiegherebbe anche il motivo per cui ci vogliono bene dal minuto zero, senza dubbi e senza bisogno di presentazioni.

Qualunque sia la verita’ (sempre che ne esista una), sono certa di una cosa: “se non ci sono cani in paradiso, io quando muoio voglio andare dove vanno loro” (Will Rogers).

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