A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

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The last time

Domani parto. I bagagli sono più o meno pronti, i pacchi sono spediti. L’immondizia è stata cestinata.

Iniziava così il post che avevo cominciato a scrivere quasi esattamente un mese fa.
Era il 3 maggio, ed era la vigilia della mia Brexit.

E’ successo tutto molto in fretta. Un bel giorno Firenze ha chiamato, aveva molta fretta. In poco più di un mese ho dato le dimissioni, ho impacchettato la stanza, ho salutato gli amici e sono partita. Sono stata a casa 2 giorni, e ripartita subito dopo. Chi si ferma è perduto.

Oxford sembra una vita fa. In un attimo, sono svanite le sere al pub, le chiacchiere con F. e N., il quiz, il cinema.
Il giorno che sono partita, R. mi ha accompagnato a prendere l’autobus per l’aeroporto. Man mano che il giorno si avvicinava, mi rendevo conto di cosa stava per accadere. Ma non volevo sembrare troppo emotiva, volevo fare l'”ometto”. In 3 occasioni ho palesemente ceduto: quando ho salutato ex capo; alla mia festa di addio, quando James è andato via, e, ubriaco, non mollava l’abbraccio; gli ultimi minuti con R. prima di salire sul pullman – lì non ce l’ho più fatta a trattenermi. Ho odiato l’Inghilterra per molte ragioni, ma dal punto di vista umano, quello che ho trovato (salvo rare eccezioni) è stato straordinario. So che non mi ricapiterà più. Ma è anche vero che Oxford è una terra di mezzo, un luogo di passaggio. Molti prima o poi se ne vanno. Egoisticamente parlando, ho preferito essere io ad andarmene, piuttosto che assistere allo stillicidio di partenze. Ma è tutto facile, a posteriori.

Il capitolo p.d.m. è stato ufficialmente chiuso. Ho messo io il punto, e con molta amarezza. Dato che non era ancora stato abbastanza stronzo, ha pensato bene di portare la sua fidanzata alla mia festa di addio. Chissà, forse voleva accertarsi che partissi davvero. Temevo che l’avrebbe fatto, ma al contempo speravo che non arrivasse a tanto. Speravo avesse la decenza di tentare almeno di lasciare un ricordo discreto, ma forse preferisce la damnatio memoriae. Non l’ho guardato in faccia né gli ho rivolto la parola per tutta la sera. Tanto credo che fosse venuto solo per cercare di ricucire i rapporti con gente che non lo sopporta più. Ha superato tutti i limiti, e con una nonchalance vergognosa. Il giorno dopo, complice forse anche il fatto di non aver dormito per vedere l’alba del May Day, ero livida di rabbia. L’ho immediatamente rimosso di nuovo da FB, e ho valutato il da farsi. Il giorno seguente, faccia come il culo, ha avuto il coraggio di presentarsi a pranzo con alcuni colleghi. Nuovamente ignorato, a quel punto ormai era sceso nel ridicolo.
Mentre mi avviavo alla fermata del bus, sono passata davanti a un gommista. La radio suonava a tutto volume The Last Time. Ho capito che l’universo mi stava mandando un messaggio, e anche piuttosto chiaro.
Tornata a casa di R., dove soggiornavo per gli ultimi giorni, e poiché mi trovavo temporaneamente chiusa fuori (!), mentre aspettavo gli ho scritto che avrei voluto parlargli, se l’indomani fosse venuto a pranzo.
“Quale sarà il tono della conversazione?”, ha chiesto prontamente il paraculo.
Qualche messaggio dopo gli avevo dato il benservito. Mai lette tante cazzate in una volta sola, e ancora un po’ mi mangio le mani perché potevo dirgli un altro paio di cosette, ma alla fine vaffanculo, fuori dalla mia vita. Quanto tempo, quanta energia buttata per cercare di salvare una cosa che sapevo benissimo che non poteva essere salvata.
L’ho raccontato a R. (e a un altro paio di persone), senza addentrarmi nei retroscena. R. era abbastanza sorpreso, soprattutto per la modalità, ma ha capito un po’ delle motivazioni. Nemmeno a lui è particolarmente simpatico, non lo considera un amico. [Per inciso, il p.d.m. l’ha sempre guardato con sospetto, perché R. è tutto quello che lui non è: disponibile, simpatico, solare, amico di tutti, piace a tutti, la persona più altruista al mondo].
Mi ha fatto bene parlargli, perché ormai questo segreto di stato mi stava facendo impazzire.
Il giorno dopo, a pranzo, non si è presentato. Lo immagino a casa con la sua padroncina, a festeggiare la mia dipartita, fisica e metaforica. O forse a domandarsi a chi dare la colpa di tutto quello che va male, ora che io non ci sono più (c’è chi dice che sarà comunque colpa mia, perché me ne sono andata).

Il mio ultimo giorno è stata l’ennesima dimostrazione che, per ogni stronzo che la vita mette sul tuo cammino, c’è molta più gente bella per la quale essere grati.
S. ha colto al volo il mio suggerimento per pranzo, così non sarei stata sola a casa a far passare il tempo prima di andare in aeroporto.
M. è uscito prima dal lavoro per venire a salutarmi, nonostante lo avesse già fatto due giorni prima.
R. si è confermato il tesoro che ho sempre saputo che fosse.

Sono nella mia stanza fiorentina, con la finestra aperta e per la prima volta con un letto senza piumino. Nell’aria c’è odore di gelsomini.
Spero di aver fatto la cosa giusta.

Di quando smisi di scrivere…

…e altre storie tristi.

No, non poi tanto, ma mi dispiace sempre un po’ quando abbandono temporaneamente il blog.
Diciamo che son stati un paio di mesi movimentati, e il tempo (e la voglia) di scrivere un po’ latitanti. E dire che un paio di cose da raccontare le avrei. Ma non è sempre facile trovare l’ispirazione.

Da brava persona metodica, potrei andare per punti. Dall’ultima volta che ho scritto:

  • Ho trovato un nuovo lavoro. Finalmente sono riuscita a scappare dal laboratorio di pazzi. Una cosa che avrei dovuto fare almeno un anno prima, ma la mia incrollabile fedeltà nei confronti del capo mi ha convinta a restare, nonostante stessi affogando in un mare di merda.
  • Nuovo lavoro ha voluto dire soprattutto salutare la testa di cazzo. Ovviamente è venuto alla mia festicciola di addio, e altrettanto ovviamente si è in seguito lamentato del fatto che non gli avessi dedicato sufficienti attenzioni. Il fatto che lui non mi abbia ringraziato per il regalo che gli ho lasciato, e/o si sia sincerato delle mie condizioni fisiche (dato che mi ero nel frattempo ammalata, domenica avevo 38 di febbre e lunedì iniziavo il nuovo lavoro – ottimo!), e/o mi abbia chiesto come fosse andato il primo giorno (a differenza del 90% delle persone che sapevano del cambio – e lui sarebbe il mio caro amico) è del tutto irrilevante. Ma su questo punto torneremo a breve.
  • Ho salutato alcuni amici che hanno lasciato la valle di lacrime, beati loro. Continuo a non capacitarmi del fatto che io non sono ancora riuscita a fuggire. Non nascondo che la cosa mi fa abbastanza incazzare.
  • Sono stata a Roma, una toccata e fuga per vedere il rugby. E’ stato divertentissimo, e anche se sono tornata a pezzi, lo rifarei altre mille volte. Rivedere un vecchio amico, chiacchierare con gente nuova, fare piccoli progetti che probabilmente non si realizzeranno mai… Sarebbe da fare molto ma molto più spesso.

E poi basta, veramente. Mica tanto, vero? Ma ho passato un mese infernale a causa del male orribile che mi ha colto (dire banale raffreddore sarebbe quantomeno riduttivo). Presentarsi al nuovo lavoro senza voce, con la tosse, il naso chiuso, e il colorito di un cadavere non è proprio una cosa che consiglio. Ma nonostante ciò sono ancora qui, e non mi hanno ancora sbattuto fuori a calci in culo, anche se non ho ancora capito esattamente qual è il mio ruolo. Pare vagamente collegato alla mia laurea, cosa abbastanza sorprendente.

Sto pian piano tentando di uscire dall’ibernazione, anche se in questo paese triste per me comincia la stagione della bestemmia facile. Mentre nel resto del bacino del Mediterraneo il sole splende e la gente inizia a mettere le maniche corte e ad andare al mare, io ho il piumino e gli stivali. E la cosa non è destinata a cambiare in tempi brevi.

L’altro giorno ho deciso, dopo 4 mesi, di mettere mano alle 1600 foto scattate in Australia. Volevo selezionarne un po’ da mettere su FB, più per me stessa che per i miei contatti (ai quali sicuramente fottesega di vedere decine di foto di Maroubra). A parte l’ovvia nostalgia riguardando quei posti stupendi, e le foto scattate con i miei amici che ora sono tanto lontani, ho notato una cosa: ero felice. Nelle mie foto non avevo il classico sorriso “da foto”, che magari sei veramente contento ma soprattutto vuoi venire bene. No, era proprio una faccia felice, di una persona senza pensieri che si crogiolava nella bellezza. Direi che è proprio questo che mi manca di più adesso: essere felice come lo ero in quelle foto.

L’altra sera ho rivisto la testa di cazzo. Ho come sempre proposto io di vederci, e come sempre me ne sono pentita. Non so perché lo faccio. Dev’essere una specie di forma di dipendenza, o un contorto tentativo di fare non so bene cosa. L’ho rivisto dopo un mese di silenzio, e dopo una scenata venerdì che ha lasciato molto perplessi i colleghi – vittimismo, sclero, o semplicemente il fatto che è uno stronzo comincia veramente ad emergere, ora che non ci sono più io a mitigare.
Facendo finta che mai sia successo nulla, le cose vanno sempre bene. Ma quando arrivi a fine serata è un altro discorso. Lui se ne va per i cazzi suoi, tranquillamente convinto che tutto sia risolto. Io aspetto il mio bus col magone, incazzata, ancora incredula al pensiero di quanto sia stato stronzo. Quello che noto è che ogni volta che lo vedo, poi mi sento a pezzi, come se mi fosse stata tolta tutta l’energia vitale. E lo sapete perché? Perché lui è il classico esemplare di vampiro energetico, nel caso specifico un vampiro narcisista. Lasciando perdere la grafica ignorante, io ci credo a questa cosa. Nella stessa maniera in cui esistono persone che con la loro energia ti sanno attrarre, affascinare, conquistare, così esistono persone che l’energia te la risucchiano. Più o meno volontariamente, ma sono persone da lasciare indietro. Lo so che l’ho già detto fin troppe volte, ma ora veramente basta. Non è più un mio amico, non so nulla né voglio sapere nulla della sua vita. Bisogna tagliare il cordone. Se si farà vivo lui in futuro, bene. Altrimenti, adios amigo.

Sydney back

 

 

 

Paraculi, fughe, parolai

Qua oggi di tutto un po’. Sono state un paio di settimane abbastanza movimentate. Per esempio, ho un nuovo lavoro.  Una volta che il mio capo ha deciso di aprire le gabbie, è iniziata la fuga. Ora, tutto è compiuto. Che poi, volendo vedere, avrei avuto ottimi motivi per andarmene molto prima, ma la mia indiscussa fedeltà al capo mi ha trattenuto qui. Forse anche lo stato di assoluta depressione e mancanza di energia. Mai fare mosse azzardate quando si è disperati. Purtroppo non sono riuscita a cambiare città (non ancora), ma almeno cambio aria.

Ho tentato invece una mossa paracula, l’altro giorno. Paraculi nella maggior parte dei casi si nasce (e io, modestamente, non lo nacqui), ma a volte ci si può calare nella parte. Dalla nostra ultima chiacchierata, ormai oltre un mese fa, non si è più mosso nulla. Ci siamo probabilmente raccontati a vicenda la cazzata che ci avremmo riprovato e bla bla bla. La cosa era per me molto frustrante, e per qualche tempo ho accarezzato la sadica idea di invitare fuori lui e lei per una birra, per vedere prima di tutto se avrebbe accettato (oh, le condizioni son le sue), e cosa sarebbe accaduto in seguito. Insomma, una provocazione da scorpione incazzato.
Poi ho ritrovato il lume della ragione, mi sono parata il culo con le mani (!), e la scorsa settimana gli ho mandato un messaggio: “Sabato vado a vedere il rugby con amici, vuoi venire?”. 99% di probabilità che dicesse di no, e comunque un contesto abbastanza sicuro per incontrarsi. Ovviamente ha detto no.
“Ma dovremmo vederci presto”
“Certo – ho detto – sarebbe fantastico”.
Palla a lui. Cosa succederà? Nulla.

Ovviamente, come da copione, la mia cortesia è stata interpretata da lui come un’autorizzazione a venire a pranzo con noi il lunedì (abbiamo ormai stabilito che io ho il controllo assoluto dei colleghi, come una specie di burattinaio, e IO decido chi pranza con noi o no). Altrettanto ovviamente, non avendogli dedicato sufficienti attenzioni, non si è presentato nei giorni successivi.
Durante quella breve apparizione, ci ha informati che la sua bella paranoica ha avuto un lavoro in Asia, e che quindi andrà via in aprile per un po’ di tempo. La cosa mi ha fatto quasi ridere, perché dubito che questa abbia speranze di tornare senza un mazzo di corna tanto in testa. Soprattutto, mi ha dato da pensare. Io per prima sono quella che in passato non ha avuto problemi a spostarsi di paese in paese, per lavorare e fare esperienze nuove. Ma allo stesso tempo, alla mia (e sua) età, trovo difficile da capire la spinta a trasferirsi dall’altra parte del mondo. Io, se avessi un fidanzato (cosa che ovviamente non accadrà mai), soprattutto uno come lui (cosa anche questa che non accadrà mai), farei fatica ad immaginarmi incline ad un trasloco. Al contrario, farei il possibile per tenermi stretto quello che ho, perché gli anni aumentano invece di calare, e certe lontananze non sono una buona idea. Ma comunque, per dirla con un vecchio amico: cazzi suoi (loro).

I parolai? Mi hanno stufato. Quelli che ti dicono “certo, ho in programma di venire per il weekend a inizio mese!” e poi rimandano, e poi rimandano ancora, e poi non hanno soldi, e poi “dovremmo vederci presto”, e poi spariscono. Ne ho piene le palle. Siate onesti con gli altri, e prima di tutto con voi stessi. Smettetela di dire cazzate. Io tempo a questa gente non ne do più.

 

Rimpianti vs. Rimorsi vs… Felicità?

Questa sera sono uscita con alcuni amici per una cena di addio a uno di noi che si trasferirà in Scozia dopodomani. E’ una situazione un po’ surreale, dal momento che lui è un più o meno ufficialmente il centro della nostra vita sociale. Sarà strano pranzare e andare al pub il venerdì senza di lui. Per carità, se c’è una cosa che ho imparato nella mia girandola di cambi di paese è che la vita va avanti. Per chi si sposta e per chi rimane.

Chi se ne va ha davanti gli ostacoli di un nuovo inizio, abbinati all’emozione e all’adrenalina che suddetto nuovo inizio comporta.
Chi resta… Beh, si deve abituare al cambiamento, e magari riflettere sul fatto che ogni tanto bisogna, appunto, cambiare.

Ma questo è un altro discorso.

Tornando a casa ho passeggiato con uno dei ragazzi che erano fuori a cena. Si è trasferito da qualche mese dalla Francia. E’ forse la persona più solare che abbia mai incontrato nella mia vita: è disponibile, si farebbe in quattro per darti una mano, è sempre allegro e positivo. Se penso a lui scoppio istantaneamente a ridere. Con lui e un altro gruppetto di persone (la maggior parte di quelli fuori a cena) ho passato un weekend nel nord dell’Inghilterra. E’ stato bello vedere posti nuovi, ed è stato piacevole farlo con un gruppo di bella gente.
Passeggiando questa sera, il mio amico mi ha detto che il ritorno era stato un po’ traumatico, benché fossimo stati via solo un paio di giorni. Che c’erano aspetti di quei luoghi e delle persone del posto che gli ricordavano casa, in modi che faceva fatica a spiegare.
Fossi stata io al suo posto, avrei continuato dicendo che mi mancava, per esempio, Sydney, che la vita era meglio là, che era tutto meglio là, e accidenti a me il giorno in cui ho deciso di mandare tutto in vacca e tornare in Europa.

Non lui. Lui ha detto una cosa che dovrei scolpirmi in testa: non ho rimpianti né rimorsi. E’ stupido, ha proseguito, non ha senso. Certo, posso dire che preferisco un posto piuttosto che un altro, ma se ti sposti ti sposti, guardarsi indietro non ha senso.

Mi ha fatto sentire stupida per il mio continuo lamentarmi e sognare di essere altrove. Gira che ti rigira, ogni “altrove” ha i suoi problemi e sarà sempre peggio di qualcos’altro. Il punto è riuscire a star bene dove si è in un determinato momento. Fare resistenza non serve e complica solo le cose. Dovrebbe essere facile, ma eccomi qua a scrivermelo e a tentare di ricordarmelo su ignaro suggerimento di un’altra persona. Forse non me lo scrivo e non me lo ricordo abbastanza. Forse dovrei frequentare più persone che me lo facciano capire.