The last time

Domani parto. I bagagli sono più o meno pronti, i pacchi sono spediti. L’immondizia è stata cestinata.

Iniziava così il post che avevo cominciato a scrivere quasi esattamente un mese fa.
Era il 3 maggio, ed era la vigilia della mia Brexit.

E’ successo tutto molto in fretta. Un bel giorno Firenze ha chiamato, aveva molta fretta. In poco più di un mese ho dato le dimissioni, ho impacchettato la stanza, ho salutato gli amici e sono partita. Sono stata a casa 2 giorni, e ripartita subito dopo. Chi si ferma è perduto.

Oxford sembra una vita fa. In un attimo, sono svanite le sere al pub, le chiacchiere con F. e N., il quiz, il cinema.
Il giorno che sono partita, R. mi ha accompagnato a prendere l’autobus per l’aeroporto. Man mano che il giorno si avvicinava, mi rendevo conto di cosa stava per accadere. Ma non volevo sembrare troppo emotiva, volevo fare l'”ometto”. In 3 occasioni ho palesemente ceduto: quando ho salutato ex capo; alla mia festa di addio, quando James è andato via, e, ubriaco, non mollava l’abbraccio; gli ultimi minuti con R. prima di salire sul pullman – lì non ce l’ho più fatta a trattenermi. Ho odiato l’Inghilterra per molte ragioni, ma dal punto di vista umano, quello che ho trovato (salvo rare eccezioni) è stato straordinario. So che non mi ricapiterà più. Ma è anche vero che Oxford è una terra di mezzo, un luogo di passaggio. Molti prima o poi se ne vanno. Egoisticamente parlando, ho preferito essere io ad andarmene, piuttosto che assistere allo stillicidio di partenze. Ma è tutto facile, a posteriori.

Il capitolo p.d.m. è stato ufficialmente chiuso. Ho messo io il punto, e con molta amarezza. Dato che non era ancora stato abbastanza stronzo, ha pensato bene di portare la sua fidanzata alla mia festa di addio. Chissà, forse voleva accertarsi che partissi davvero. Temevo che l’avrebbe fatto, ma al contempo speravo che non arrivasse a tanto. Speravo avesse la decenza di tentare almeno di lasciare un ricordo discreto, ma forse preferisce la damnatio memoriae. Non l’ho guardato in faccia né gli ho rivolto la parola per tutta la sera. Tanto credo che fosse venuto solo per cercare di ricucire i rapporti con gente che non lo sopporta più. Ha superato tutti i limiti, e con una nonchalance vergognosa. Il giorno dopo, complice forse anche il fatto di non aver dormito per vedere l’alba del May Day, ero livida di rabbia. L’ho immediatamente rimosso di nuovo da FB, e ho valutato il da farsi. Il giorno seguente, faccia come il culo, ha avuto il coraggio di presentarsi a pranzo con alcuni colleghi. Nuovamente ignorato, a quel punto ormai era sceso nel ridicolo.
Mentre mi avviavo alla fermata del bus, sono passata davanti a un gommista. La radio suonava a tutto volume The Last Time. Ho capito che l’universo mi stava mandando un messaggio, e anche piuttosto chiaro.
Tornata a casa di R., dove soggiornavo per gli ultimi giorni, e poiché mi trovavo temporaneamente chiusa fuori (!), mentre aspettavo gli ho scritto che avrei voluto parlargli, se l’indomani fosse venuto a pranzo.
“Quale sarà il tono della conversazione?”, ha chiesto prontamente il paraculo.
Qualche messaggio dopo gli avevo dato il benservito. Mai lette tante cazzate in una volta sola, e ancora un po’ mi mangio le mani perché potevo dirgli un altro paio di cosette, ma alla fine vaffanculo, fuori dalla mia vita. Quanto tempo, quanta energia buttata per cercare di salvare una cosa che sapevo benissimo che non poteva essere salvata.
L’ho raccontato a R. (e a un altro paio di persone), senza addentrarmi nei retroscena. R. era abbastanza sorpreso, soprattutto per la modalità, ma ha capito un po’ delle motivazioni. Nemmeno a lui è particolarmente simpatico, non lo considera un amico. [Per inciso, il p.d.m. l’ha sempre guardato con sospetto, perché R. è tutto quello che lui non è: disponibile, simpatico, solare, amico di tutti, piace a tutti, la persona più altruista al mondo].
Mi ha fatto bene parlargli, perché ormai questo segreto di stato mi stava facendo impazzire.
Il giorno dopo, a pranzo, non si è presentato. Lo immagino a casa con la sua padroncina, a festeggiare la mia dipartita, fisica e metaforica. O forse a domandarsi a chi dare la colpa di tutto quello che va male, ora che io non ci sono più (c’è chi dice che sarà comunque colpa mia, perché me ne sono andata).

Il mio ultimo giorno è stata l’ennesima dimostrazione che, per ogni stronzo che la vita mette sul tuo cammino, c’è molta più gente bella per la quale essere grati.
S. ha colto al volo il mio suggerimento per pranzo, così non sarei stata sola a casa a far passare il tempo prima di andare in aeroporto.
M. è uscito prima dal lavoro per venire a salutarmi, nonostante lo avesse già fatto due giorni prima.
R. si è confermato il tesoro che ho sempre saputo che fosse.

Sono nella mia stanza fiorentina, con la finestra aperta e per la prima volta con un letto senza piumino. Nell’aria c’è odore di gelsomini.
Spero di aver fatto la cosa giusta.

Nel 2016 ho imparato che…

… anche le persone che credevi affidabili, e che immaginavi ti sarebbero state accanto per il resto della vita, possono deludere in maniere che non ti aspettavi.

Nel giro di un paio di giorni, un’amicizia di quasi 13 anni è terminata. La cosa incredibile? Non se ne capisce il motivo. O meglio, il motivo credo sia molto chiaro nella testa della persona che unilateralmente ha deciso di mandare tutto in vacca, ma purtroppo non son degna di avere chiarimenti, o di replicare. Sicuramente è più semplice avere ragione quando l’interlocutore viene zittito.
Costui ha comunque fatto una grandiosa figura di merda in mondovisione, avendo lasciato perplessi in molti, oltre a me. Soprattutto se si pensa che uno, alla soglia dei 40 anni, ti blocca e ti bestemmia dietro per una foto (innocua) immediatamente cancellata. Che credo sia il “casus belli”, anche se penso ci sia altro sotto, ma chissà.
Ci son rimasta molto male, e mi sono amareggiata. Era una persona alla quale tenevo, con la quale ho condiviso molto, moltissimo. Se il p.d.m. è una merda, questo figuro vince a mani basse il trofeo di persona più disgustosa e spregevole della storia. Soprattutto dopo l’ultimo messaggio che mi ha mandato, così imbarazzante e carico di cattiveria e odio che veramente mi son chiesta chi cazzo di persona fosse questa a cui avevo dedicato tanti anni della mia vita.
La fine dell’anno mi è venuta in aiuto. Ho pensato che non valesse la pena traghettare nel 2017 una persona così cinica e piena di odio. Dopo la storia del p.d.m, mi ero ripromessa di non dare più corda a persone schifose, ciniche, negative (più di me), e in generale a chi cercasse di minare la mia autostima o la mia pace interiore. Ho iniziato buttando via un po’ di foto e oggetti vari. Una bella tela che avevo fatto con le nostre foto ha cessato di esistere in un cassonetto in via Irma Bandiera, appena fuori dal centro di Bologna. E poi, il 31/12, ho preso una sua foto, e – a casa di un’amica – le ho dato fuoco. Un piccolo incendio catartico. Non ne parlerò più. Ma è stato quasi commovente vedere la preoccupazione ed il supporto di amici vicini e lontani, unanimi nel considerare questa roba una assoluta follia, unita a manie di persecuzione ed ego smisurato e totale mancanza di umiltà. Perché, come ha fatto notare una mia amica, quelli che ti dicono “dovevi saperlo che cosa hai fatto” soffrono evidentemente di narcisismo patologico, e io di mestiere non faccio lo psichiatra. Tutto questo mi ha fatto riflettere molto su vari temi, primo tra tutti l’importanza di avere un lavoro. Non solo per quanto riguarda l’aspetto economico, ma principalmente per quanto riguarda la convivenza civile. Ché se uno avesse a che fare quotidianamente con dei colleghi (evidentemente non è il suo caso), imparerebbe l’arte del compromesso, e anche la diplomazia. Sembrano cazzate, ma stare solo a contatto con amici e parenti non fa bene. Magari un giorno si pentirà di quello che ha fatto, ma è troppo presuntuoso e supponente e orgoglioso per ammetterlo. Non chiederà mai scusa. Mi fa pena una persona così.

Per converso, il giorno dopo capodanno ho rivisto un vecchio amico ed ex collega. Di solito, quando torno in Italia e abbiamo tempo, ci vediamo per pranzo. Questa volta, mi è capitato il turno serale. Arrivare col buio, l’ufficio tranquillo, rifare alcune delle cose che facevo quando lavoravo lì… E’ stato come un flash back a più di 10 anni prima. Spenti i computer, siamo andati in cerca di un locale per una birra (missione più ardua del previsto). Ero uscita di casa alle 20 pensando di star via un’oretta o poco più, e dopo mezzanotte eravamo ancora lì a raccontarci la vita. C’è stato un momento in particolare che ho messo in cornice: dopo aver passato in rassegna i miei numerosi lavori e spostamenti nel mondo, a un certo punto mi ha detto, sorridendo: “Certo che ne hai fatta di roba, tu!”. E me lo ha detto con gli occhi pieni di sincera ammirazione, e forse un po’ anche di orgoglio, perché in fin dei conti io sono un po’ un suo “prodotto”, anche se alla fine ho cambiato completamente strada rispetto a quando lavoravamo insieme. In un attimo, ogni dubbio è sparito. Ogni perplessità si è dissipata. Ho pensato che sì, ho intrapreso un percorso incasinato e pieno di ostacoli e rotture di palle, ma strada ne ho fatta tanta, e tanti traguardi sono stati raggiunti. Non avrò raggiunto l’indipendenza e la maturità in senso stretto, o secondo i canoni previsti dalla società (casa di proprietà, matrimonio, figli, lavoro stabile…), ma, per dirla in maniera elegante, non sono neanche una povera sfigata. Ed è facile dimenticarselo, mentre ci si guarda attorno e si pensa solo a ciò che si vorrebbe e non si ha, invece di rendersi conto di quanto si vale.

Ho riflettuto sull’anno appena finito. Farò un piccolo bilancio, a breve. Di roba ne ho fatta, io.

 

All’improvviso uno sconosciuto

Nell’ultimo mese ho pensato “bene” di gettarmi nelle acque infestate e malsane dell’online dating. Per dare un’idea del contesto: ho da 2 anni Tinder, il mio primo “match” è stato il p.d.m., e in tutto questo tempo sono uscita solo con un tizio. Un ragazzo carino, col piccolo difetto di abitare stabilmente in Nuova Zelanda. Dettagli.
Tinder peraltro è una noia mortale. Ci entro quando sono annoiata, e peggioro le cose scorrendo decine di facce e vite senza un perché. Il grande mistero per me resta il fatto che a volte (pochissime volte) scorro a destra, è un match perché il fenomeno dall’altra parte aveva scorso a destra su di me (e quindi si suppone che gli sia piaciuta), lascio passare 2 minuti, ritorno e non trovo nessuno. Ora, amici, qui ci sono persone che hanno una vita, e un messaggio magari te lo mandano più avanti.
Mi è anche stato fatto notare che spesso gli uomini scorrono a destra nel 99% dei casi, e quindi è facile trovare un “match”. Ma poi se non ti parlo nel giro di 1 nanosecondo mi cancelli? Mah.
Riassunto di Tinder: una persona incontrata. Account attivo, ma senza motivo.

 

In un disperato tentativo di dare una svolta alla mia vita, e di applicare la teoria del “chiodo sc(hi)accia chiodo” (che poi in realtà non è applicabile al caso specifico), mi sono buttata su altre due rivoluzionarie (!) piattaforme: OK Cupid e Happn. Che idea di merda.

OKC lo credevo il migliore: puoi creare un profilo dettagliato, e trovare persone presumibilmente compatibili in base a domande (a volte quantomeno bizzarre) a cui dovresti rispondere per definire che tipo di persona sei. Ovviamente tutto si basa sull’onestà di chi risponde, quindi… Vabbè, fidiamoci. Appena entri, l’effetto è quello di quando butti delle briciole in piazza San Marco e vieni aggredito a centinaia di piccioni: visualizzazioni a manetta, messaggi da ogni dove (tono generale: “Hey beautiful / Hey sweetheart / Hey gorgeous), dai personaggi più disparati ed improbabili.
Ho scritto a 3 persone: 1 mi ha detto che non cercava nulla (e allora perché hai un profilo, coglione?); 1 mi ha scritto un messaggio e poi non ha più risposto (grazie!); 1 ha messaggiato per un paio di giorni, per poi dirmi che non poteva uscire con me perché ha una politica (GIURO) secondo la quale non può uscire con persone che lavorano nel suo stesso edificio (edificio che ospita altre centinaia di persone. Detto per inciso: chi ha mai detto che volevo “uscire” con te?).
Capite che la mia fiducia ha cominciato subito a vacillare.
La persona migliore che mi ha contattato era un ragazzino che mi proponeva una relazione senza impegni, per passarsi il tempo. A parte che non so chi sei, e tanti anni guardando CSI mi hanno insegnato che è meglio esser cauti – ma ne ho ammirato l’onestà e il messaggio molto articolato. Era l’unico che mi desse l’idea di essere una brava persona.
Per inciso, OKC ha una falla importante (a parte essere pieno di gente di merda, ma forse quello è anche un problema di Oxford, o dell’Inghilterra in generale): non tiene conto delle distanze. Tu puoi scrivere nelle preferenze che vuoi trovare gente nei tuoi paraggi, e logica vorrebbe che solo persone nei tuoi paraggi possano contattarti. Mica vero. E così nulla vieta ad uno di Anchorage, Alaska, di mandarmi un messaggio (è successo). Amico di Anchorage, perché dovrei essere interessata a te, che stai a mille mila km di distanza? Non cerco un amico di penna. (Ma se tu fossi di Honolulu, e poi mi pagassi il volo per venire a trovarti, se ne potrebbe riparlare).
Riassunto di OKC: nessuna persona incontrata. Account disabilitato, per il momento.

Passiamo ora a Happn. Trattasi, per chi non lo sapesse, di una app che ti fa trovare persone che incontri nei tuoi paraggi. Nulla di particolarmente rivoluzionario rispetto alle altre, se non il fatto che le persone che trovi sono effettivamente (o quantomeno sono state) in un raggio compreso tra 250m e 3km da dove ti trovi tu. Il casino avviene quando viaggi, o sei in aeroporto, e allora ti capita chiunque.
Ad ogni modo, provo anche questa. Rendendomi subito conto che in un posto piccolo come questo, la gente che gira è sempre la stessa. E non sta bene.
Scambio qualche messaggio con un tizio che lavora qui ma abita fuori. Sembra (sottolineo sembra) una persona normale. Suggerisce un appuntamento telefonico. Una roba un po’ anni 80, se vogliamo (quando mio padre smadonnava se stavo troppo al telefono, magari in interurbana!). Mi sembra una buona idea, un buon compromesso tra il messaggiare in maniera compulsiva e un incontro immediato con un perfetto sconosciuto. Una bella chiacchierata, che mi fa pensare che sì, questo qua potrebbe anche valere un minimo di investimento di tempo e sforzi. Ovviamente sbagliavo. Si è rivelato un clamoroso rompipalle. Non uno stronzo, non un maniaco, semplicemente uno che non sapeva stare al suo posto. Son settimane impegnative al lavoro, che coincidono con l’inizio della presunta bella stagione – il periodo dell’anno in cui divento più incazzosa, perché di bello qui non c’è nulla. In questo contesto di stress, gradirei essere lasciata in pace, e non dover ricevere messaggi tipo “Sei triste? Sei ancora imbronciata? Ti posso consolare io!”.
Uffa. Non sono triste, non sono arrabbiata. Sono scoglionata. Come si traduce in inglese? Boh. Ma il succo è che, in questi momenti, vorrei vedere i miei amici, e non dover pensare di far colpo su un perfetto sconosciuto. Ovviamente questo da una settimana non si fa sentire – e mica che io lo abbia mandato affanculo o trattato male, sia chiaro. Altrettanto ovviamente, io non me ne lamento.
Riassunto di Happn: una persona incontrata al telefono (!). Account ancora attivo, ma per quanto?

Senza che me lo si faccia notare, ché tanto lo so già: ho un carattere difficile, non voglio rotture di cazzo, e forse non vado bene per il dating in generale, non solo quello online. Certo il panorama che mi sono trovata davanti è scoraggiante.

Bah. Io, nel dubbio, alle Azzorre ci vado da sola. E poi in futuro prenderò un cane e non avrò più bisogno di niente.

 

Di quando smisi di scrivere…

…e altre storie tristi.

No, non poi tanto, ma mi dispiace sempre un po’ quando abbandono temporaneamente il blog.
Diciamo che son stati un paio di mesi movimentati, e il tempo (e la voglia) di scrivere un po’ latitanti. E dire che un paio di cose da raccontare le avrei. Ma non è sempre facile trovare l’ispirazione.

Da brava persona metodica, potrei andare per punti. Dall’ultima volta che ho scritto:

  • Ho trovato un nuovo lavoro. Finalmente sono riuscita a scappare dal laboratorio di pazzi. Una cosa che avrei dovuto fare almeno un anno prima, ma la mia incrollabile fedeltà nei confronti del capo mi ha convinta a restare, nonostante stessi affogando in un mare di merda.
  • Nuovo lavoro ha voluto dire soprattutto salutare la testa di cazzo. Ovviamente è venuto alla mia festicciola di addio, e altrettanto ovviamente si è in seguito lamentato del fatto che non gli avessi dedicato sufficienti attenzioni. Il fatto che lui non mi abbia ringraziato per il regalo che gli ho lasciato, e/o si sia sincerato delle mie condizioni fisiche (dato che mi ero nel frattempo ammalata, domenica avevo 38 di febbre e lunedì iniziavo il nuovo lavoro – ottimo!), e/o mi abbia chiesto come fosse andato il primo giorno (a differenza del 90% delle persone che sapevano del cambio – e lui sarebbe il mio caro amico) è del tutto irrilevante. Ma su questo punto torneremo a breve.
  • Ho salutato alcuni amici che hanno lasciato la valle di lacrime, beati loro. Continuo a non capacitarmi del fatto che io non sono ancora riuscita a fuggire. Non nascondo che la cosa mi fa abbastanza incazzare.
  • Sono stata a Roma, una toccata e fuga per vedere il rugby. E’ stato divertentissimo, e anche se sono tornata a pezzi, lo rifarei altre mille volte. Rivedere un vecchio amico, chiacchierare con gente nuova, fare piccoli progetti che probabilmente non si realizzeranno mai… Sarebbe da fare molto ma molto più spesso.

E poi basta, veramente. Mica tanto, vero? Ma ho passato un mese infernale a causa del male orribile che mi ha colto (dire banale raffreddore sarebbe quantomeno riduttivo). Presentarsi al nuovo lavoro senza voce, con la tosse, il naso chiuso, e il colorito di un cadavere non è proprio una cosa che consiglio. Ma nonostante ciò sono ancora qui, e non mi hanno ancora sbattuto fuori a calci in culo, anche se non ho ancora capito esattamente qual è il mio ruolo. Pare vagamente collegato alla mia laurea, cosa abbastanza sorprendente.

Sto pian piano tentando di uscire dall’ibernazione, anche se in questo paese triste per me comincia la stagione della bestemmia facile. Mentre nel resto del bacino del Mediterraneo il sole splende e la gente inizia a mettere le maniche corte e ad andare al mare, io ho il piumino e gli stivali. E la cosa non è destinata a cambiare in tempi brevi.

L’altro giorno ho deciso, dopo 4 mesi, di mettere mano alle 1600 foto scattate in Australia. Volevo selezionarne un po’ da mettere su FB, più per me stessa che per i miei contatti (ai quali sicuramente fottesega di vedere decine di foto di Maroubra). A parte l’ovvia nostalgia riguardando quei posti stupendi, e le foto scattate con i miei amici che ora sono tanto lontani, ho notato una cosa: ero felice. Nelle mie foto non avevo il classico sorriso “da foto”, che magari sei veramente contento ma soprattutto vuoi venire bene. No, era proprio una faccia felice, di una persona senza pensieri che si crogiolava nella bellezza. Direi che è proprio questo che mi manca di più adesso: essere felice come lo ero in quelle foto.

L’altra sera ho rivisto la testa di cazzo. Ho come sempre proposto io di vederci, e come sempre me ne sono pentita. Non so perché lo faccio. Dev’essere una specie di forma di dipendenza, o un contorto tentativo di fare non so bene cosa. L’ho rivisto dopo un mese di silenzio, e dopo una scenata venerdì che ha lasciato molto perplessi i colleghi – vittimismo, sclero, o semplicemente il fatto che è uno stronzo comincia veramente ad emergere, ora che non ci sono più io a mitigare.
Facendo finta che mai sia successo nulla, le cose vanno sempre bene. Ma quando arrivi a fine serata è un altro discorso. Lui se ne va per i cazzi suoi, tranquillamente convinto che tutto sia risolto. Io aspetto il mio bus col magone, incazzata, ancora incredula al pensiero di quanto sia stato stronzo. Quello che noto è che ogni volta che lo vedo, poi mi sento a pezzi, come se mi fosse stata tolta tutta l’energia vitale. E lo sapete perché? Perché lui è il classico esemplare di vampiro energetico, nel caso specifico un vampiro narcisista. Lasciando perdere la grafica ignorante, io ci credo a questa cosa. Nella stessa maniera in cui esistono persone che con la loro energia ti sanno attrarre, affascinare, conquistare, così esistono persone che l’energia te la risucchiano. Più o meno volontariamente, ma sono persone da lasciare indietro. Lo so che l’ho già detto fin troppe volte, ma ora veramente basta. Non è più un mio amico, non so nulla né voglio sapere nulla della sua vita. Bisogna tagliare il cordone. Se si farà vivo lui in futuro, bene. Altrimenti, adios amigo.

Sydney back

 

 

 

Ho perso le parole

Non è da me citare Ligabue, ma questo verso calza a pennello in questo momento.
A tre settimane dal piacevole scambio di idee di cui al mio ultimo post, cosa si è risolto? Un bel cazzo di niente.
Del resto, la sua richiesta molto umana era che io e la sua bella paranoica diventassimo amicones (certo!), ma se non abbiamo modo di incontrarci… Come si fa? Che era poi la domanda che avrei dovuto fargli, ma ovviamente non ho fatto perché ci ho pensato troppo tardi. Fino al momento in cui Iddio deciderà che le nostre strade si incrocino, io e lui che si fa? Do la soluzione: ci si ignora come e peggio di prima.

Un paio di giorni dopo la chiacchierata, siamo usciti per il compleanno di una comune amica. O forse solo amica mia e conoscente di lui, perché io gli ho rubato tutti gli amici. Semantica a parte, ci troviamo seduti di fianco ed è come essere in una landa desolata, con un vento freddo che ci avvolge. Non riusciamo a dirci niente. Talmente imbarazzante che, per scalfire il ghiaccio (romperlo sarebbe stato impossibile), gli ho chiesto robe di lavoro di cui non mi importava nulla. Oltre che imbarazzante, era molto, molto triste. Questo episodio, abbinato ai pianeti avversi che circolavano nel mio segno nelle scorse settimane (ma io l’oroscopo lo leggo dopo, solo per trovare conferme), mi ha fatto passare un paio di settimane orribili. Quel pensiero fisso, che credevo di essermi tolta dalla testa, era tornato a martellare. Quello che mi faceva esplodere il cervello era il pensiero di non aver risolto la questione in nessuna maniera. Sapere di aver avuto in mente un itinerario con due sole vie percorribili, ed averne scelta una terza inesistente che lasciava tutto nella confusione più totale. Persa nella giungla, senza un machete per farmi strada.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un sito chiamato The Unsent Project. Qui, una tizia che non saprei ben definire (blogger?) ha iniziato a raccogliere presunti SMS che le persone vorrebbero inviare (ma non lo fanno) ai loro primi amori. Lei li prende, li stampa sullo sfondo del colore indicato dal mittente, e li pubblica su Instagram. Principalmente una galleria del dolore, anche se non mancano messaggi sarcastici, acidi, cattivelli. Personalmente, e non è difficile capire il perché, quello che mi ha colpito di più è stato il seguente:

Unsent

Mi si è proprio stretto il cuore. Si litiga, si discute. Ma è deprimente arrivare al punto in cui si è talmente barricati dietro i propri muri difensivi che non si riesce neanche più a dirsi ciao.

Ma poi, in questo caso, è vera anche questa affermazione (dove “rapinatori” sta per “rapitori”, credo):

Rapitori

Do ragione a Joker, perché mi fa ridere.

Si sta svegli finché non muore la speranza

… maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire.

On air, tanto per cambiare, Lo Stato Sociale di “Mi sono rotto il cazzo”. Che, anche se ultimamente sono di umore decisamente migliore rispetto a quando la ascoltavo in loop, contiene sempre molti pensieri che condivido.

L’altro giorno, a pranzo con L e una sua amica, si parlava di un’altra loro amica (che anche io conosco) e della sua ultima disavventura sentimentale. Per un annetto ha frequentato un tizio che un bel giorno, di punto in bianco, le ha detto arrivederci e grazie. “Le ha spezzato il cuore – ha detto L – soprattutto perché non se lo aspettava”.
Ne è seguita una riflessione ovvia: quando senti queste storie, ti domandi chi te lo faccia fare di ributtarti nella mischia, se poi tanto va a finire così. Pessimismo, ok, ma la logica non fa una piega.

Chi ce lo fa fare? La speranza. La maledetta stronza che non muore mai. Che per quanto tu ti racconti che non hai aspettative, un po’ comunque speri che le cose vadano come vorresti. Almeno una volta.

Che è poi il motivo per cui ieri mi è salita un po’ di malinconia. Perché tutto sommato speravo in una risposta diversa a una domanda che alla fine potevo anche non fare. Perché quando le cose finiscono all’improvviso, spesso quello che rende difficoltoso affrontare il dolore è la mancanza di una chiusura, un dirsi in modo chiaro che basta, fine.
Quando una persona ti toglie il tappeto da sotto i piedi, finisci col culo in terra e ti fai molto male. C’è chi, oltre a fare ciò, magari ti guarda con aria di sufficienza dicendoti qualcosa tipo: “Beh, come avrai notato, il tappeto volevo regalarlo a qualcun’altro”, e si stupisce pure se te la prendi, e ti da’ la colpa se ti arrabbi troppo. Quando invece sarebbe bastato dire: “Senti, guarda, io il tappeto me lo riprendo. Ti sposti, per favore?” (mi piace molto parlare per metafore – questa del tappeto forse inconsciamente ispirata dal Grande Lebowski).

Certi numeri gli amici (o presunti tali) me li fanno in genere una volta nella vita, perché poi dalla suddetta vengono eliminati. Il problema vero in tutta questa storia è che questo qui non l’ho ancora fatto fuori. E’ un rapporto che ho messo in coma farmacologico suggerendo un time out, ma comincio a convincermi che non serva a nulla una pausa se non c’è in effetti niente da recuperare. Ci sarebbe forse da rifondare tutto. In un altro luogo, in un altro tempo.
Nel frattempo considero il ghosting: allo scadere del time out, farò finta di nulla e mi dissolverò nell’etere. Sperando che la speranza, maledetta stronza, si sia dissolta anche lei.

Fette di prosciutto

Ho appena dato un titolo che mi fa venire fame. Anche se ho appena pranzato, io due fette di prosciutto me le farei proprio.

Un’introduzione a cazzo proprio come la chiacchierata dell’altra sera. Sediamoci qua fuori a prendere una birra, parlando del nulla. Che alla fine è anche piacevole, ma poi non si arriva al dunque.
Peraltro, vista la durezza del messaggio di un paio di giorni prima (che se ce l’avessi avuto di fronte, si sarebbe preso un vaffanculo diretto e senza traduzione), e la freddezza del suo “Beviamo qualcosa al pub e poi vediamo”, per non parlare dell’ultima volta che ci eravamo visti per “chiarire”, non mi sarei aspettata che mi abbracciasse per salutarmi.
Per come è andata la serata, ho capito di avere io il coltello dalla parte del manico, per una volta. Tutta la sua acidità si è rivelata un bluff quando, a metà serata, mi ha detto: “Sta andando tutto molto bene, dobbiamo parlare di altro?”. Paraculo livello sensei, master of the universe, cintura nera.
Tutta quella rabbia che trasudava dal suo minaccioso messaggio che si chiudeva con un patetico: “la mia pazienza sta per finire” (vogliamo parlare della mia?) si è rivelata la proverbiale coda di paglia, di cui lui peraltro è dotatissimo, e che sfoggia e si liscia con molta regolarità. Gente che ha osato comportarsi come lui, in passato, è stata eliminata dalla mia vita senza passare dal via. Il fatto che io fossi lì era effettivamente un piccolo segnale di apertura (sul quale ancora rifletto e nutro dubbi e perplessità, e a giudicare da come ha abbassato la cresta e incassato il cazziatone, forse questo particolare lo ha anche capito.
Ovviamente per il resto non garantisco. In effetti sono ancora incerta sul fatto che la cosa funzionerà. Giusto ieri abbiamo litigato via messaggio per l’ennesima incomprensione.

Lo strappo è grande, profondo, e metterci una pezza non è semplice. La cosa preoccupante è che ormai non ci si capisce più, e non è un semplice problema linguistico.

Ho perso la capacità di inghiottire cazzate. Non riesco più a tenermi dentro le cose. Mi dici una stronzata? Aspettati un commento caustico.
Ieri avrei potuto lasciar perdere con un chissenefrega, ma ho cercato la rissa. Apposta. Poi alla fine mi sono incazzata il triplo e quasi non ho dormito. Se non è una roba malsana questa…
Ma ad ogni modo, se devo investire tempo ed energie riparando un rapporto, non lo farò a sorrisini e diplomazia. Inutile essere cortesi e lasciare cose non dette, perché il nocciolo del problema è proprio quello: non dirsi le cose. La situazione peraltro potrebbe essere aiutata dal fatto che in fondo non è rimasto praticamente nulla da dirsi. Torneremo ad essere quei due che pranzano assieme e si raccontano due cazzate per passare una mezz’ora. Il paragrafo sotto prevede il futuro.

La mia teoria è che, man mano che passa il tempo, è importante coltivare pochi legami, ma profondi, duraturi e di valore. Legami che richiedano impegno per essere mantenuti, ma non sforzo e fatica e nervoso. Rapporti bilanciati dove ognuno mette un po’ del suo, magari non in maniera esattamente uguale, ma quantomeno simile. Perché mai dovrei voler tirare una carretta con un peso morto, che mi da’ più ansie e grattacapi che gioia?
Alla fine dei conti, secondo me tutto si risolverà quando io leverò le tende. Per allora magari avremo ricostruito qualcosa di vagamente positivo, ci prometteremo di sentirci spesso e parlare su Skype, e vederci ogni tanto, che i voli costano poco. Ma ci staremo mentendo, perché alla fine ognuno andrà per la sua strada e ci dimenticheremo di ciò che eravamo. Ce lo stiamo già dimenticando ora.

Quello che ho fatto, per il momento, è stato togliermi le famose fette di prosciutto dagli occhi. Sto prosciutto, evidentemente, sta meglio dentro una piada, non piazzato lì ad oscurarci la vista e la percezione.
Le ho tolte e ho visto una persona molto meno attraente di quanto ricordassi, e un po’ più triste. Uno sguardo a volte infastidito e spesso fastidioso. Gli occhi di una persona molto, troppo egoista per rendersi conto del male che fa. Ma che non giustificherò più al grido di “non se ne rende conto”.

Perché poi, gira che ti rigira, mi sono rotta il cazzo.

On air: Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo (ovviamente)

Capolinea

Siamo in arrivo a *inserire nome della stazione*, termine corsa del treno

E’ sorprendente vedere come certe relazioni tra persone possano logorarsi in un attimo. Come tutto stia andando per la sua strada quando all’improvviso arriva uno scossone, che, accompagnato da silenzi e incomprensioni, fa precipitare tutto in un secondo.
Immaginando la relazione come un viaggio, si potrebbe dire di essere arrivati al capolinea prima del previsto. Un po’ come quando nella metropolitana di New York, quando fanno qualche lavoro sui binari, ti spostano le linee e tu ti sbagli e prendi un treno espresso invece di un locale. Uno che fa tante fermate in meno e ti porta all’arrivo prima di quando avevi previsto (che nella maggior parte dei casi andrebbe anche bene, ma stavolta…). Sei distratto e le stazioni passano una dopo l’altra, e solo quando ormai è troppo tardi di accorgi dell’errore. Magari hai anche qualche borsa, e ti devi affrettare a scendere, prima che arrivi l’addetto a sbatterti fuori.

Ecco, io ero su questo treno espresso. Io ero distratta, lui no. Chissà, forse credeva che io fossi più attenta. O io credevo che lui avesse meno fretta. O magari ci siamo sbagliati entrambi, ma poi a lui effettivamente faceva comodo arrivare prima, perché durante il tragitto, all’ultima stazione prima del capolinea, un passeggero che era su un’altra carrozza si è spostato nella nostra.

Siamo scesi alla stessa stazione. Lui e lei sono subito saltati su un altro treno, mentre io sono rimasta lì sul binario, come una pirla. Quel treno in realtà è ancora al binario, con le porte aperte. Lui sta seduto con lei, ma guarda fuori dal finestrino, cercandomi. Pensa che dovrei salire con loro, sventola la mano e dice delle cose poco chiare, ma io mi volto dall’altra parte. Alla fine dei conti, non eravamo d’accordo così. E anche se i piani possono cambiare, c’è modo e modo di comunicarlo. Me la sono presa, non lo ascolto.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza. Io sono ancora lì sul binario, ma sto guardando i tabelloni con gli orari. Lui non si sbraccia più, mi manda un messaggio dicendo che mi vorrebbe sul treno, ma se non me ne frega niente posso anche andare affanculo, perché lui si sta facendo in quattro per tenermi un posto (anche se il treno è vuoto), e io neanche lo ringrazio.
“Non te ne frega niente”, pensa lui. Esattamente il contrario, dico io.
E’ quello che si dice un buon amico, uno che quando ci ripensi ti chiedi: ma come ho fatto a stare in treno con lui per così tante ore senza rendermi conto del fatto che teneva tanti posti occupati intorno a lui solo per stare più comodo, o alternativamente per farmici sedere quando fosse salito un passeggero che preferiva avere accanto?
Tappabuchi, si dice?

Il treno è ancora fermo al binario. Ho guardato il tragitto. Ci sono altri treni su tratte simili, che fermano in stazioni diverse. Magari ci vedremo ad un “interchange” (che ora non mi ricordo come si dice in italiano, chiedo venia). O a destinazione.

E’ ora che decida dove andare. Un treno lo trovo, ma ci salgo da sola.

[Disclaimer: questo post non è sponsorizzato da Trenitalia! Ma è decisamente alimentato dall’amore per la metafora del viaggio… anche in forma di trasporto pubblico]

Tempo perso

Sono giorni che vengo in ufficio a scaldare la sedia. Che tra l’altro è anche un eufemismo, considerando che si gela, pur essendo ormai giugno.
La mia motivazione a fare qualunque cosa è ormai inesistente, mentre sale senza sosta il malumore. Ormai mi da noia tutto: la risata fastidiosa di quella che fa pausa pranzo a pochi metri da me, e mi costringe all’ormai quotidiano uso delle cuffiette; quell’altra che rompe il cazzo perché non sono arrivate le buste paga, semplici pezzi di carta che evidentemente valgono più dei soldi che ha già sul conto corrente; le battute di chi non fa ridere; mi infastidiscono i falsi sorrisi e le false cortesie di questo paese, la maniera stupida di complicare cose semplici. Per dirla con gli amici dello Stato Sociale: mi sono rotta il cazzo.

Evidentemente c’entra molto anche la persona evocata nel mio precedente post. Quello per il quale sono (ero) l’alternativa. Certi legami sono problematici nella migliore delle ipotesi, ma se ci metti dentro il contesto (il lavoro, gli amici comuni), diventano vere e proprie bombe a orologeria. Bene, la bomba è esplosa. E, per dirla con eleganza, ora son proprio cazzi amari. Almeno per me, diciamo. A lui, dati alla mano, non è mai importato poi tanto di nulla se non di se stesso.

Da un mese gli rivolgo la parola a stento, la sua faccia mi innervosisce e penso continuamente a quanto vorrei prenderlo a schiaffoni a due a due finché non diventano dispari (!). Abbastanza drastico come passaggio, considerando che lui era la persona con cui scambiavo chiacchiere e messaggi giornalieri su qualunque cazzatella (quello che si fa con gli amici, diciamo). Lui, per tutta risposta, ha reagito nelle seguenti tre maniere: 1. “sono in difficoltà ad organizzarmi, visto che non mi parli” (relativamente ad una cosa che abbiamo in programma tra qualche mese – insomma, non ti chiedo perché non mi parli, ma ti faccio presente che mi stai rovinando i piani); 2. “Andiamo a bere qualcosa domani?” – al mio “non ho tempo, magari settimana prossima”, ha risposto “certo! 🙂 “, e poi il nulla; 3. “Ho un biglietto in più per una serata sull’ebola, vuoi venire?” – 0_o.

In un ultimo tentativo (beh, come vedete, si era già sbattuto tantissimo!), mi ha chiesto cosa deve fare per sistemare la nostra amicizia – perché naturalmente non sei in grado neanche di farti venire un’idea. Seguito dal patetico “si ma poi funzionerà? Mi sembra che tu abbia già deciso tutto”. E a me invece sembra che non te ne freghi una cippa, ma oh, son punti di vista.

Ora, a parti invertite, e se fossi io la vittima del trattamento che gli sto riservando, un paio di domande me le farei. D’altra parte, stiamo parlando del campione mondiale di combinata “paraculeggio/rigiro della frittata”, e dunque, la settimana prossima, quando spero finalmente di essermi un po’ calmata e arriverà la resa dei conti (che ho suggerito io, perché, come al solito, lui fa il casino e io ci metto la pezza), potrei scommettere oro sulla seguente combinazione di risposte/affermazioni: “io ti avevo sempre detto che…”; “mi hai ferito trattandomi cosi, non capisco perché te la sei presa tanto”. Per questo serve calma. Molta calma.

Sto prendendo tempo perché la rabbia mi fa sragionare, e per avere un effetto più efficace bisogna avere la mente fredda e lucida. Bisogna mettere in ordine i pensieri, e recuperare dall’archivio mentale tutti quei dettagli che ho apparentemente trascurato per quieto vivere, ma che sono stati tutti accuratamente registrati. Sto prendendo tempo perché è doloroso dover comunicare ad una persona quanto ci ha deluso. E’ doloroso soprattutto per me che ci ho investito tempo ed energie. Sto prendendo tempo per resettare tutto, ripartire da zero, e ritornare ad un cordiale rapporto tra colleghi che si scambiano due parole a pranzo e non sanno molto sulle rispettive vite. Un taglio necessario e che spero sia aiutato da un mio probabile trasloco altrove.

Ma quanto tempo perso. Quanto. Tempo perso, come quello che trascorro qui.

Sii sempre la scelta, mai l’alternativa

E’ una di quelle frasi un po’ del cazzo, pseudo-massime di vita che punteggiano Facebook. Mi e’ venuta in mente ieri, mentre finalmente aprivo gli occhi e guardavo con attenzione una persona per la quale sono stata sempre e solo una delle tante alternative. E più osservavo più mi risultava chiara l’enorme cazzata dell’amicizia che ci unirebbe, una cazzata che mi sono raccontata fino a quando non ha prevalso la forte sensazione di essere stata magistralmente presa per il culo. Una sensazione che avevo già avuto in precedenza, ma che avevo strenuamente liquidato al suon di “ma non può essere davvero cosi’ stronzo, non lo credo capace”. E invece, le persone sanno sempre come sorprenderti.
Man mano che ripercorrevo la storia, stilavo un piccolo e triste bilancio: ci tieni a me (dici), ma quante volte sei stato tu a voler passare del tempo con me, e non il contrario? E’ sempre valida la regola per cui non bisognerebbe dire a qualcuno “non ti fai mai sentire”, quando – se ci tieni – puoi essere tranquillamente tu a fare il primo passo. Ma e’ anche vero che un dubbio prima o poi deve sorgere, se l’iniziativa arriva sempre dalla stessa parte.

E più pensavo e più osservavo, più si alzava il mio muro del silenzio. Che e’ la mia classica tecnica di autodifesa, ma in questo caso anche un segnale più allarmante: sto zitta perché davvero non so cosa dire. Non ho niente da dire. Mi hai tolto le parole di bocca.

E’ sempre triste arrivare al capolinea. Quando sei solo in un posto relativamente nuovo, devi prenderti cura di te stesso. E spesso finisci con l’attaccarti troppo a gente che non meriterebbe poi tanta attenzione. E’ uno scivolone comprensibile, che perdonerei a chiunque, inclusa me. Nonostante sia forte la tentazione di prendermi a calci in culo e insultarmi per essermi ancora una volta fatta fregare come una cogliona qualsiasi.
Ho buttato via un intero mese cercando di capire una cosa probabilmente ovvia, ma che questa simpatica canaglia ha deciso di non condividere con me.
“Avrai capito che…”. Avrai capito un cazzo.
“Volevo parlarti, ma hai fatto talmente la difficile in questi giorni…” . Eppure io lo sforzo di provarci l’ho fatto. Ed e’ stata una gran fatica, che non si dovrebbe provare solo per organizzare una cena con una persona. L’ho fatto perché non ne potevo più di giocare a quelli che “va tutto bene”, quando in realtà non va bene nulla. L’ho fatto perché qualcosa e’ cambiato in quella breve settimana di mia assenza (sta roba e’ come il Natale, quando arriva arriva), ma evidentemente non sono stata ritenuta degna di essere messa al corrente.

Qualche giorno fa, curiosando sul Facebook (eh già!) di un amico, ho trovato un suo post in cui mescolava massime sulla vita di Paolo Coelho a sue osservazioni. Era un post talmente bello che l’ho stampato, e oggi me lo sono appeso alla parete dell’ufficio, con evidenziate alcune frasi chiave. Tipo questa:

Quando una porta si chiude se ne apre un’altra,
ma troppo spesso guardiamo cosi a lungo quella chiusa
che non riusciamo a scorgere le nuove possibilità

E’ vero. Verissimo. Oddio, a dire il vero la storia della nuova porta che si apre al momento e’ semplicemente una speranza, ma e’ altrettanto vero che certe porte inutili vanno chiuse. Che, come ho ripetuto tante volte ad amici in situazioni simili, bisogna liberarsi di certi legami malsani e tossici, e che se anche fa male all’inizio, la nostra vita ne gioverà.
Speravo che a risolvere il problema in maniera brutale sarebbe arrivata la chiamata per un nuovo lavoro, che finalmente (spero) mi porterà via da qui. Ma le cose per me non sono mai facili, e cosi toccherà di sukare (per dirla con poesia) per un altro po’, finché il vento non si deciderà a cambiare.
Ma alla fine, con un po’ di impegno, passera’ anche questa. Anche perché, pensavo giusto ora, come si può sentire la mancanza di qualcosa che non c’e’ mai stato?