L’ultima volta che ho pianto

E’ stato due domeniche fa. Ero sfinita. Il mio viaggio in Canada, che avevo passato mesi a progettare, mi era scivolato via dalle dita poco più di 24 ore prima. 24 ore che avevo passato prima a convincermi che sarei potuta comunque partire, e poi a convincermi che alla fine era meglio non partire. A convincere gli altri che non era un dramma, che il Canada sta lì, ci andrò l’anno prossimo. A fare la sportiva, per non far vedere quanto mi dispiaceva.

Un calcio male assestato al divano, un dito del piede fratturato, ed ecco che 20 giorni di ferie diventano 25 di malattia.
Ecco che le passeggiate sulle Montagne Rocciose si trasformano in brevi camminate zoppicate dalla camera da letto al soggiorno, nel cuore della Pianura Padana.

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L’ortopedico che mi ha visitato al pronto soccorso, una donna sulla cinquantina dall’aspetto apparentemente burbero, ha cercato di convincermi che sarei potuta tranquillamente partire. Anzi, si raccomandava di non rimanere a casa, sarebbe stato peggio! Poi sei incazzata e stai male. A suo avviso, fare le passeggiate in montagna con la calzatura Talus (di panno, aperta) non sarebbe stato assolutamente un problema (immagino che bello in caso di pioggia). Così come sarebbe stato agevole non farsi la doccia (o farsela con un sacchetto al piede e un panchetto nel box doccia, sicuramente facile da reperire in ostello), e viaggiare con 30 siringhe di eparina in borsa. Avrei tanto voluto crederle, ma vorrei anche conservare un bel ricordo di un viaggio, e non maledire ogni giorno che dio manda in terra.
E così, la valigia è stata rimessa via, le pive sono state messe nel sacco, e il mio agosto è iniziato.

L’unica spiegazione che riesco a darmi è che quel viaggio non fosse da fare.
Il motivo non lo so.
Ero sicuramente un po’ preoccupata dalla lunghezza del viaggio stesso, ma forse solo per il fatto di non essere più salita su un volo intercontinentale dall’ultima volta in Australia. Forse avevo messo troppa carne al fuoco, e il destino mi ha detto no, ti stancherai troppo, stai a casa.
Forse il tour di gruppo che avevo prenotato per un pezzo del viaggio sarebbe stato brutto. Forse il gruppo sarebbe stato brutto. E io che un po’ non vedevo l’ora di tornare a quei mini tour in ostello, che tante volte avevo fatto in Australia, e dove conosci gente svalvolata con cui passi una settimana, ti diverti un casino, e poi chi s’è visto s’è visto.

Qualunque sia la ragione, la sostanza è che me ne sono rimasta a casa con le pive nel sacco.
Aggiungiamo che il capo non si è nemmeno degnato di venire a dirmi ciao (ero in ufficio il giorno dopo la frattura, per completare del lavoro urgente), ma, per interposta persona, mi ha fatto sapere di essere preoccupato che io non torni in tempo per l’inizio dell’anno accademico. Facendomi venire una gran voglia di dare un altro bel calcio al divano, diciamo tra una settimana. Empatia, questa sconosciuta.

L’altro giorno sono andata a salutare la mia amica agente di viaggio che si era occupata delle mie prenotazioni. Anche lei fermamente convinta che questo viaggio non s’aveva da fare. Le ho detto che l’avrei posticipato all’anno prossimo, anche se questo andava in conflitto con il mio piano di tornare in Australia.
“Vai in Australia, non ci andare in Canada in agosto. Vedi com’è andata quest’anno!”
Mi sa che ha ragione.

Stupida foglia d’acero, perché non mi vuoi?!

Chi la spunta? (parte 2)

Qualche tempo fa ho scritto un post riguardante le famigerate doppie spunte di Whatsapp. Dopotutto, ho una laurea in scienze della comunicazione, e, anche se di mestiere faccio tutt’altro, un po’ mi interessano ancora le tematiche legate appunto alla comunicazione, ed in particolare ai nuovi media che ancora stavano nascendo mentre mi laureavo.

Quando sono spuntate (!) le spunte blu, quelle che ti dicono se il destinatario ha letto il messaggio, ho letto in giro opinioni di gente inviperita per la “violazione della privacy”, che poi in realtà vuol dire che questa aggiunta ci rende meno liberi di fare quel che dovremmo fare tranquillamente e senza preoccupazioni: i cazzi nostri. Nel mio post, sostenevo che la messaggistica istantanea crea delle ansie che non c’erano al tempo dei semplici SMS: quando non c’era modo di controllare se il destinatario avesse ricevuto e/o letto il messaggio, ce ne stavamo più o meno tranquilli ad aspettare una eventuale risposta, che poteva arrivare nel giro di un minuto, o un’ora, o un paio di giorni. O anche mai. C’era chi si dimenticava di rispondere e chi non voleva farlo. Ci si poteva ignorare con tutta la naturalezza del caso, ed era giusto cosi.

Mi sono domandata il perché di tutto questo nervosismo generale, e poi, l’altro giorno, ho trovato la risposta: e’ anche perché c’e’ chi scrive queste cose qui. Questo post parla della possibilità che da’ Whatsapp di nascondere l’ultimo accesso all’applicazione. L’utente sceglie questa opzione e nasconde il suo ultimo accesso, allo stesso tempo impedendo a se stesso di vedere l’ultimo accesso dei propri contatti. Questo post, soprattutto, esprime un giudizio negativo su chi osa fare ciò, e sottinende una superiorità dell’utente “onesto” e “libero” che sceglie di mostrare al mondo che non ha vergogna del fatto che magari controlla Whatsapp 200 volte al giorno, o e’ sempre connesso, o e’ connesso ma ha deciso di non rispondere a un messaggio.
Sono solo io che vedo una lieve follia alla base di un ragionamento del genere? Cioè, essenzialmente, devo lasciare che la gente si faccia i fatti miei per essere giudicata come donna davvero libera, che vive “serenamente le relazioni con amici, parenti e conoscenti, sapendo gestire, a seconda dei casi, la giusta distanza, vicinanza o intimità, a chi mi chiede perché non rispondo, perché ci metto molto a rispondere, perché qualunque cosa, sarò capace di rispondere (o non rispondere) con serenità. Senza occultare un bel nulla a nessuno”. Siamo impazziti?
Qualcuno, nei commenti, ha giustamente fatto notare che sono proprio ragionamenti di questo tipo che ci stanno portando ad un disgregarsi della nostra sfera privata: vale a dire che ora ragioniamo al contrario, che pensiamo che non ci sia nulla di male nel fatto che tutti possano sapere dove siamo, quando siamo connessi, cosa ci piace e cosa no, cosa stiamo facendo e con chi. E, di conseguenza, una scelta legittima come quella di non condividere le informazioni sul nostro ultimo accesso (che in sostanza ci riporta semplicemente a una forma di comunicazione più simile a quella dei tradizionali SMS), fa passare chi lo fa per un paranoico che ha qualcosa da nascondere.

Questo post contiene giudizi pseudo-morali discutibilissimi, e non prende in considerazione tanti altri motivi per cui una persona preferisce nascondere il suo ultimo accesso. Mettiamo ad esempio che io utilizzi il mio smartphone per lavoro, e che il mio capo sia un piantagrane che mi controlla via Whatsapp, che mi tiene d’occhio per vedere quante volte controllo il cellulare quando invece dovrei avere la testa fissa al computer a fare cose utili. Vai a farti un giro capo, io disabilito la visualizzazione dell’ultimo accesso. Cosi’ impari a farti i fatti tuoi mentre io mi faccio i miei.

La mia opinione onesta? Io non ho disabilitato questa funzione, non mi fa ne caldo ne freddo, ma capisco come possa creare ansia e preoccupazione in certe persone. Anche in me, a volte. Il fastidio di un messaggio senza risposta, ad esempio, quando il destinatario ha tutto il diritto di ignorarmi, se lo ritiene opportuno. Ci siamo costruiti un mondo fatto di immediatezza, vogliamo tutto e subito, vogliamo sapere tutto di tutti, e, come ho detto prima, ci siamo stravolti il concetto di privacy. Ma nessuno dovrebbe demonizzare un comportamento essenzialmente banale come la scelta di mostrare o meno un dettaglio della nostra vita. Se ci sale l’ansia e’ anche perché c’e’ gente in giro che sospetta immediatamente di noi se osiamo andare controcorrente in nome della privacy, e ci accusa di nascondere qualcosa o non essere veramente liberi.
Sempre nei commenti a questo post, un utente ha scritto: “Magari il ricatto sociale della doppia spunta non provoca in lei alcun tipo di pressione, ma ciò non significa che il mio disagio sia ingiustificato e non vuol dire nemmeno che quest’ultimo sia una forma di autorappresentazione. Provi a immaginare l’ultimo accesso visibile o la doppia spunta applicata all’email. Immagini quali effetti possa generare in ambito scolastico o lavorativo e riporti questo caso estremo alla condizione attuale”. Ecco, provate a immaginarlo.

Mi sono stufata di leggere questi ragionamenti assurdi su come dovrei comportarmi per risultare un utente libero e onesto. Agli occhi di chi, poi?

E insomma, starei qui a blaterare per ore, ma devo andare a controllare l’ultimo accesso di un mio contatto. Perché io non ho disabilitato la funzione.

Chi la spunta?

Ieri sera, scorrazzando in giro per Twitter, sono inciampata nell’indignazione generale per la nuova “spunta blu” di WhatsApp. In pratica, con questa nuova, diabolica funzione, potremo scoprire non solo se il messaggio e’ stato consegnato, ma anche se/quando e’ stato letto dal destinatario.

Sara’ che non ho 15 anni, sara’ che sono tutto sommato abbastanza disillusa, ma non riesco a capire dove stia il dramma. Come ho letto da qualche parte, persino in tribunale si ha la facoltà di non rispondere. Perché WhatsApp dovrebbe essere diverso?

Lo so, lo so. La verità fa male. Quando mandiamo un messaggio, specialmente a qualcuno che ci “interessa”, vorremmo avere subito la risposta, o almeno immaginare che ci sia stata qualche causa di forza maggiore che ha impedito di leggere e/o di rispondere. Cellulare scarico, attacco degli alieni, attacco di squaraus…
Molto semplicemente, potrebbe esserci l’incognita lavoro. Per quanto sia incredibile da pensare, specie in Italia, c’e’ gente che effettivamente lavora e non ha tempo di stare a smanettare al cellulare. Magari da’ un’occhiata veloce, legge il messaggio e dice “rispondo dopo” (ma magari non lo fa). In uno dei lavori che ho avuto in Italia, ero diventata una di quelle persone: io, nota per essere sempre sul pezzo, avevo a malapena qualche attimo per dare uno sguardo veloce al display, figuriamoci mandare messaggi. E cosi’, numerose domande sono rimaste senza risposta. Ma la gente era più comprensiva, perché tanto non aveva modo di verificare, salvo mandare fastidiosi messaggi tipo “ehi, ma hai ricevuto il mio messaggio? Forse non ti e’ arrivato?”… Certo.
Oggi sarei tacciata di essere una stronza che ignora la gente. Ha letto ma non risponde, che maleducata.

Lo ripeto: la verità fa male. Essere ignorati fa male, ma la gente lo fa. E non sara’ una spunta blu a cambiare questa cosa. Del resto, l’abbinamento “ultimo accesso alle + non risposta” bastava già a farci capire di essere stati ignorati (per qualsivoglia ragione). Semplicemente, ora potremo avere la certezza di ciò che sotto sotto già sapevamo.

E’ un po’ la deriva di una forma “codarda” di comunicazione, nata con gli SMS. Che magari son stati creati proprio con l’intento di fornire un sistema di comunicazione rapido, andando pero’ pian piano a sostituirsi alle vere interazioni verbali, quelle per le quali era stato creato il telefono. Vi ricordate quando si chiamavano gli amici per mettersi d’accordo per uscire? O solo per chiacchierare? Onestamente non mi mancano i tempi in cui mio padre smadonnava per le bollette astronomiche, e non sono neanche una grande fan dell’utilizzo del telefono per il suo scopo principale (infatti ho parlato di forma di comunicazione “codarda” a ragion veduta, essendo io per prima un’utilizzatrice seriale di messaggi), ma anche questa assuefazione alla messaggistica più o meno istantanea non mi sembra particolarmente sana. OK, c’e’ l’emozione dell’attesa di una risposta, come c’era ad esempio per una lettera, ma la risposta la vogliamo subito. E se non ci arriva, scatta la paranoia, l’ansia e l’incazzatura.

Ci siamo dotati di tutti gli strumenti possibili per farci violare la privacy e permetterci di ignorare la gente (identificativo di chiamata?), e ora l’argomentazione principale contro la spunta blu e’ la violazione della privacy, e avere la conferma che la gente continua a poterci e volerci ignorare. Evidentemente qualcosa non quadra.

Mentre rileggevo queste righe, e giusto per confermare che anche io sono pesantemente inserita in questa spirale di follia comunicativa, ho guardato il cellulare. Ho mandato un messaggio a una persona, qualche ora fa. La spunta blu non c’era, ma l’accesso, pochi istanti prima che io aprissi WhatsApp, c’era eccome. Si’, mi ha ignorata. Come e’ sempre successo, anche prima della spunta blu. A volte ti leggo e ti rispondo, a volte no. Abbiamo scoperto l’acqua calda. Per tutta risposta, e come piccolo segno di protesta, ho spento il cellulare bisbigliando un bel “ma vaffanculo”. A te che non mi hai risposto, e a me che magari mi pongo anche il problema. Mi cambia la vita questa spunta? No. Non la dovrebbe cambiare nessuno.

E poi, basta leggere il messaggio dall’anteprima per non cadere in trappola! 😉