The last time

Domani parto. I bagagli sono più o meno pronti, i pacchi sono spediti. L’immondizia è stata cestinata.

Iniziava così il post che avevo cominciato a scrivere quasi esattamente un mese fa.
Era il 3 maggio, ed era la vigilia della mia Brexit.

E’ successo tutto molto in fretta. Un bel giorno Firenze ha chiamato, aveva molta fretta. In poco più di un mese ho dato le dimissioni, ho impacchettato la stanza, ho salutato gli amici e sono partita. Sono stata a casa 2 giorni, e ripartita subito dopo. Chi si ferma è perduto.

Oxford sembra una vita fa. In un attimo, sono svanite le sere al pub, le chiacchiere con F. e N., il quiz, il cinema.
Il giorno che sono partita, R. mi ha accompagnato a prendere l’autobus per l’aeroporto. Man mano che il giorno si avvicinava, mi rendevo conto di cosa stava per accadere. Ma non volevo sembrare troppo emotiva, volevo fare l'”ometto”. In 3 occasioni ho palesemente ceduto: quando ho salutato ex capo; alla mia festa di addio, quando James è andato via, e, ubriaco, non mollava l’abbraccio; gli ultimi minuti con R. prima di salire sul pullman – lì non ce l’ho più fatta a trattenermi. Ho odiato l’Inghilterra per molte ragioni, ma dal punto di vista umano, quello che ho trovato (salvo rare eccezioni) è stato straordinario. So che non mi ricapiterà più. Ma è anche vero che Oxford è una terra di mezzo, un luogo di passaggio. Molti prima o poi se ne vanno. Egoisticamente parlando, ho preferito essere io ad andarmene, piuttosto che assistere allo stillicidio di partenze. Ma è tutto facile, a posteriori.

Il capitolo p.d.m. è stato ufficialmente chiuso. Ho messo io il punto, e con molta amarezza. Dato che non era ancora stato abbastanza stronzo, ha pensato bene di portare la sua fidanzata alla mia festa di addio. Chissà, forse voleva accertarsi che partissi davvero. Temevo che l’avrebbe fatto, ma al contempo speravo che non arrivasse a tanto. Speravo avesse la decenza di tentare almeno di lasciare un ricordo discreto, ma forse preferisce la damnatio memoriae. Non l’ho guardato in faccia né gli ho rivolto la parola per tutta la sera. Tanto credo che fosse venuto solo per cercare di ricucire i rapporti con gente che non lo sopporta più. Ha superato tutti i limiti, e con una nonchalance vergognosa. Il giorno dopo, complice forse anche il fatto di non aver dormito per vedere l’alba del May Day, ero livida di rabbia. L’ho immediatamente rimosso di nuovo da FB, e ho valutato il da farsi. Il giorno seguente, faccia come il culo, ha avuto il coraggio di presentarsi a pranzo con alcuni colleghi. Nuovamente ignorato, a quel punto ormai era sceso nel ridicolo.
Mentre mi avviavo alla fermata del bus, sono passata davanti a un gommista. La radio suonava a tutto volume The Last Time. Ho capito che l’universo mi stava mandando un messaggio, e anche piuttosto chiaro.
Tornata a casa di R., dove soggiornavo per gli ultimi giorni, e poiché mi trovavo temporaneamente chiusa fuori (!), mentre aspettavo gli ho scritto che avrei voluto parlargli, se l’indomani fosse venuto a pranzo.
“Quale sarà il tono della conversazione?”, ha chiesto prontamente il paraculo.
Qualche messaggio dopo gli avevo dato il benservito. Mai lette tante cazzate in una volta sola, e ancora un po’ mi mangio le mani perché potevo dirgli un altro paio di cosette, ma alla fine vaffanculo, fuori dalla mia vita. Quanto tempo, quanta energia buttata per cercare di salvare una cosa che sapevo benissimo che non poteva essere salvata.
L’ho raccontato a R. (e a un altro paio di persone), senza addentrarmi nei retroscena. R. era abbastanza sorpreso, soprattutto per la modalità, ma ha capito un po’ delle motivazioni. Nemmeno a lui è particolarmente simpatico, non lo considera un amico. [Per inciso, il p.d.m. l’ha sempre guardato con sospetto, perché R. è tutto quello che lui non è: disponibile, simpatico, solare, amico di tutti, piace a tutti, la persona più altruista al mondo].
Mi ha fatto bene parlargli, perché ormai questo segreto di stato mi stava facendo impazzire.
Il giorno dopo, a pranzo, non si è presentato. Lo immagino a casa con la sua padroncina, a festeggiare la mia dipartita, fisica e metaforica. O forse a domandarsi a chi dare la colpa di tutto quello che va male, ora che io non ci sono più (c’è chi dice che sarà comunque colpa mia, perché me ne sono andata).

Il mio ultimo giorno è stata l’ennesima dimostrazione che, per ogni stronzo che la vita mette sul tuo cammino, c’è molta più gente bella per la quale essere grati.
S. ha colto al volo il mio suggerimento per pranzo, così non sarei stata sola a casa a far passare il tempo prima di andare in aeroporto.
M. è uscito prima dal lavoro per venire a salutarmi, nonostante lo avesse già fatto due giorni prima.
R. si è confermato il tesoro che ho sempre saputo che fosse.

Sono nella mia stanza fiorentina, con la finestra aperta e per la prima volta con un letto senza piumino. Nell’aria c’è odore di gelsomini.
Spero di aver fatto la cosa giusta.

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Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

Paraculi, fughe, parolai

Qua oggi di tutto un po’. Sono state un paio di settimane abbastanza movimentate. Per esempio, ho un nuovo lavoro.  Una volta che il mio capo ha deciso di aprire le gabbie, è iniziata la fuga. Ora, tutto è compiuto. Che poi, volendo vedere, avrei avuto ottimi motivi per andarmene molto prima, ma la mia indiscussa fedeltà al capo mi ha trattenuto qui. Forse anche lo stato di assoluta depressione e mancanza di energia. Mai fare mosse azzardate quando si è disperati. Purtroppo non sono riuscita a cambiare città (non ancora), ma almeno cambio aria.

Ho tentato invece una mossa paracula, l’altro giorno. Paraculi nella maggior parte dei casi si nasce (e io, modestamente, non lo nacqui), ma a volte ci si può calare nella parte. Dalla nostra ultima chiacchierata, ormai oltre un mese fa, non si è più mosso nulla. Ci siamo probabilmente raccontati a vicenda la cazzata che ci avremmo riprovato e bla bla bla. La cosa era per me molto frustrante, e per qualche tempo ho accarezzato la sadica idea di invitare fuori lui e lei per una birra, per vedere prima di tutto se avrebbe accettato (oh, le condizioni son le sue), e cosa sarebbe accaduto in seguito. Insomma, una provocazione da scorpione incazzato.
Poi ho ritrovato il lume della ragione, mi sono parata il culo con le mani (!), e la scorsa settimana gli ho mandato un messaggio: “Sabato vado a vedere il rugby con amici, vuoi venire?”. 99% di probabilità che dicesse di no, e comunque un contesto abbastanza sicuro per incontrarsi. Ovviamente ha detto no.
“Ma dovremmo vederci presto”
“Certo – ho detto – sarebbe fantastico”.
Palla a lui. Cosa succederà? Nulla.

Ovviamente, come da copione, la mia cortesia è stata interpretata da lui come un’autorizzazione a venire a pranzo con noi il lunedì (abbiamo ormai stabilito che io ho il controllo assoluto dei colleghi, come una specie di burattinaio, e IO decido chi pranza con noi o no). Altrettanto ovviamente, non avendogli dedicato sufficienti attenzioni, non si è presentato nei giorni successivi.
Durante quella breve apparizione, ci ha informati che la sua bella paranoica ha avuto un lavoro in Asia, e che quindi andrà via in aprile per un po’ di tempo. La cosa mi ha fatto quasi ridere, perché dubito che questa abbia speranze di tornare senza un mazzo di corna tanto in testa. Soprattutto, mi ha dato da pensare. Io per prima sono quella che in passato non ha avuto problemi a spostarsi di paese in paese, per lavorare e fare esperienze nuove. Ma allo stesso tempo, alla mia (e sua) età, trovo difficile da capire la spinta a trasferirsi dall’altra parte del mondo. Io, se avessi un fidanzato (cosa che ovviamente non accadrà mai), soprattutto uno come lui (cosa anche questa che non accadrà mai), farei fatica ad immaginarmi incline ad un trasloco. Al contrario, farei il possibile per tenermi stretto quello che ho, perché gli anni aumentano invece di calare, e certe lontananze non sono una buona idea. Ma comunque, per dirla con un vecchio amico: cazzi suoi (loro).

I parolai? Mi hanno stufato. Quelli che ti dicono “certo, ho in programma di venire per il weekend a inizio mese!” e poi rimandano, e poi rimandano ancora, e poi non hanno soldi, e poi “dovremmo vederci presto”, e poi spariscono. Ne ho piene le palle. Siate onesti con gli altri, e prima di tutto con voi stessi. Smettetela di dire cazzate. Io tempo a questa gente non ne do più.

 

Cuori infranti, errori, fughe

A inizio settimana si è concluso quello che spero sia l’ultimo capitolo dell’infinita saga del p.d.m. Sta durando talmente da tanto che ormai anche io, che sono un osso duro, mi sono stufata. E non smetterò mai di invidiare chi è capace di recidere di netto certi rapporti ormai tenuti in vita solo dalle macchine.

Non è che morissi dalla voglia di parlare, ma mi sembrava giusto farlo: avevo richiesto una pausa per un periodo di tempo, avevo detto che non era per sempre, e ritenevo doveroso, o quantomeno onesto, fare il punto della situazione. Avrei potuto far finta di niente, sparire nell’ombra. Puntare sul poco chiaro e sul non detto, ma poi mi sarei abbassata al suo livello. Il livello di uno che non ha aspettato un secondo per rilanciare le sue accuse classiche (“non ho più amici per colpa tua” – eh?), come se le sue scelte di vita le dettassi io, o gli avessi messo contro il dipartimento – e tutto ciò senza esserci e/o parlare di lui. Come direbbe Abatantuono: so maco.

Anche solo per questo ci tenevo al confronto. Che nella mia testa avevo immaginato in maniera ben precisa: ci sarà un bivio, e dovremo decidere se ritentare o mollare. Ed ero in cuor mio sicura che l’una o l’altra scelta sarebbero andate bene.

E invece non c’è stato un bel niente di definitivo. Come sempre, nel suo caso. Il solito disco rotto: se non diventi amica di lei, non potremo più vederci. Lei, stupendamente insicura, che teme un fantasma.
“Non capisce perché la eviti, pensa che tu faccia così perché ti ho spezzato il cuore”.
“Ma tu mi hai spezzato il cuore”.
Silenzio.
“Anche gli amici ti possono spezzare il cuore”.
Segue breve spiegazione di come funzionano le amicizie, e caduta delle mie braccia nel farlo. Non c’è speranza.

E quindi, alla fine, mi ci sono adeguata al suo livello di merda. Ho detto che certo, alla prossima occasione avrei interagito con questa incredibile frantumamaroni, sperando neanche troppo segretamente che qualcosa venga a prendermi prima che ciò accada.
Di conseguenza, ora si capisce anche meno di prima. Cosa si fa? Se non si trova l’occasione per sbloccare il livello “fidanzata cagacazzo” ci si continua ad ignorare come prima?
Me ne sono andata da quel tavolino ancora più scoraggiata e scoglionata di prima, amareggiata per aver fatto l’unica cosa che non avrei dovuto fare. Arrabbiata per questo stupido errore.

E poi, come per magia, mi sono imbattuta in questo post del blog di Linus, che conteneva una delle grandi perle di saggezza di Aldo Rock, che condivido qui. Soprattutto per ricordarmi di essere più buona con me stessa.

Caro Uomo,
come dice il “maestro”, “Non ci sono errori nella vita”.
Ogni errore è un destino, apre porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.
Auguri
Aldo Rock

100 Happy Days – Settimana 13

02/11/2015: Massimo sbattimento in ufficio, capo in paranoia perché parto per 3 settimane, un sacco di roba da fare e un po’ di ansia perché, diciamoci la verità: son 3 anni e mezzo che non mi faccio 20 ore di volo per andare dall’altra parte del mondo. Ce la farò? Ma intanto la valigia è pronta, e il check in è fatto. I’m ready to fly (se la nebbia se ne va).

03/11/2015: Prima di tutto, che figata che esiste una app per WordPress! Così posso continuare a scrivere anche in viaggio. E poi oggi ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. Stress, gente impazzita… Affari loro, io vado! Sono ora a Heathrow, sono tutti stranamente amichevoli e mi emoziono sempre più al pensiero di tornare nella mia seconda casa dopo tanto tempo!
(E a bordo c’era la nazionale di rugby australiana, che alla fine è un bel vedere).

04/11/2015: Che dire di un giorno passato interamente in aereo? Che mi è andata bene perché avevo vicini di posto simpatici e no rompicoglioni, che su voli così lunghi non è proprio scontato. E ho affrontato le turbolenze con tranquillità (più o meno).

05/11/2015: Ciao Perth! Dopo qualche momento di incertezza, dovuta soprattutto al trauma da viaggio, mi sono tuffata in città, con la bizzarra sensazione che fosse passata al massimo qualche settimana dalla mia ultima visita, e non più di 3 anni. Sono andata alla mia spiaggia preferita, ho sonnecchiato al sole, e ho cenato coi miei amici e compagni di bevute R e L. Come ai vecchi tempi. Tasso di felicità: very high!

06/11/2015: Un giorno tutto per me. R e L avevano da fare, così mi sono organizzata per fatti miei. Mi sono alzata con calma, ho mangiato un mango perfetto (+1000000 punti felicità – che meraviglia trovarsi qui nella stagione giusta!), sono uscita a fare due passi in centro e poi ho preso il treno per Fremantle, il vero porto della città. Un sobborgo grazioso che ha mantenuto la sua architettura coloniale: palazzi di arenaria ed edifici colorati sulla strada principale. Sono andata alla vecchia prigione (l’edificio più antico del Western Australia) e sono finita in mezzo a un tour molto interessante. Ho concluso la gita con una bella birra (fredda, finalmente! No alla birra calda inglese), tranquilla al pub per i fatti miei. Ma che bello!

07/11/2015: In giro per le cantine della Swan Valley con R e L, e i genitori di L. È stato come fare un salto indietro nel tempo, a quando andavo a casa loro a Sydney e poi non riuscivo mai a tornare la sera stessa perché si beveva sempre troppo vino. La dimostrazione che con certe persone belle non serve la vicinanza geografica, perché poi ci si rivede e si riprende il discorso dove era stato interrotto dopo l’ultimo bicchiere di vino.

08/11/2015: E siamo arrivati in fondo anche a questa settimana! Oggi sveglia presto e volo per Port Lincoln via Adelaide. Giornata di transito, diciamo che sono felice di aver superato brillantemente il volo su aereo tipo giocattolo con eliche… Anche se mi sono aiutata un po’ con qualche goccia di valeriana! Il posto non è un granché, come spesso è il caso per le città australiane più isolate – domenica sera, strade deserte, solo io e qualche disadattato a spasso. Per fortuna so che c’è di meglio!

 

Uno dei vicini di casa dei miei amici

Uno dei vicini di casa dei miei amici

100 Happy Days – Settimana 11

Riassuntini felici della settimana appena trascorsa.

 

19/10/2015: Sole a Varsavia! Ultima giornata piena insieme al mio compagno di merende. Abbiamo visitato di nuovo la città vecchia, che finalmente ci ha mostrato i suoi veri colori, e siamo stati al museo dell’insurrezione. Una visita molto interessante e toccante. Abbiamo concluso in bellezza con una sontuosa cena in un grazioso ristorante, con tanto di vodka offerta dal cameriere che masticava un po’ di italiano. E poi un’ultima bevuta assieme. Cheers!

20/10/2015: Stavolta devo dire che non mi dispiaceva partire. Mi è piaciuto questo assaggio di Europa dell’est, ma mi sento un po’ troppo occidentale per trovarmici a mio agio. Detto ciò, mi sono goduta una passeggiata da sola, ho visto un paio di cose che ci erano sfuggite nei giorni precedenti, e poi mi sono spazzolata l’ennesimo piatto di pierogi, che sono il mio nuovo piatto preferito. La cucina polacca non mi ha sbalordito, ma quei ravioli sono deliziosi! (strano che si parli di cibo qui, eh?).
Nota a margine: in un negozio di artigianato locale, inaspettatamente risento dopo anni questa canzone di Johnny Rzeznik dei miei amati Goo Goo Dolls. Davvero una piacevole sorpresa (e ovviamente da allora la canzone è in loop su Youtube).

21/10/2015: I fans attenti sanno che questa data fa rima con Ritorno al Futuro. In un cinema locale proiettavano il primo e il secondo, e alla fine sono riuscita ad organizzarmi con F per andare (solo io e lei perché gli altri interessati sono arrivati lunghi e non c’erano più biglietti). Che bello! I film li avevo visti secoli addietro, me li ricordavo piacevoli ma non così belli e divertenti. Ovviamente ho il bias della persona nata e cresciuta negli anni 80, ma davvero sono uno spasso. A seguire, abbiamo recuperato R e S e siamo andati in giro per un paio di pub per finire la serata. Grande Giove, che divertimento!

22/10/2015: Dopo migliaia di miglia trascorse sui cieli d’Europa, finalmente British Airways mi conferma la Bronze Membership! Zero vantaggi, ma era talmente vicina che ormai la bramavo come poche altre cose. Finalmente ce l’ho fatta!

23/10/2015: Come sempre, star fuori dall’ufficio è un toccasana: oggi tour di varie potenziali location per eventi – non che io faccia questo di lavoro, ma mi piaceva l’idea di visitare qualche luogo di Oxford generalmente inaccessibile (e mangiando gratis). Il prosecchino alle 11:30 ci voleva proprio.  E poi il nuovo collega N ha organizzato una serata al pub, e ci ha fatto finalmente conoscere il suo cane!

24/10/2015: Giornatina tranquilla, come non ne vivevo da un po’. Ho infornato biscotti e sono uscita a cena, sfondandomi di delizioso sushi con i soliti sospetti. Viva i biscotti, viva il cibo giapponese!

25/10/2015: Sto per dire una cosa che mi farà passare per pazza: sono stata a lavorare (di domenica) e mi è piaciuto! Attenzione: non soffro di stakanovismo, ma ci sono delle cosette che non riesco mai a fare durante la settimana perché c’è sempre qualcuno che rompe. La domenica è tutto tranquillo, e la produttività s’impenna. Dopo il dovere, sono andata a vedermi la semifinale di rugby (brava Australia! Ma sabato prossimo faccio il tifo per gli All Blacks), e poi aperitivo con gli italiani, e infine ho infornato una pizza che credevo sarebbe stata un disastro e invece è uscita ottima. Meglio di quelle che facevo per quello là. Settimana chiusa in bellezza.

100 Happy Days – Settimana 6

Riassuntini felici della settimana appena trascorsa.

 

14/09/2015: non c’è molto da stare allegri quando si lascia casa per tornare qui, soprattutto con un volo delle 8 di mattina che richiede sveglia alle 5:00 (le 500, come direbbe il Trio Medusa) per poter arrivare in ufficio senza prendere la mezza giornata di ferie. Ma ho visto un arcobaleno dall’aereo!

15/09/2015: ho ricominciato pilates. Non che avessi mai realmente smesso, ma nelle ultime 2-3 settimane avevo dato la priorità all’ipnosi e alla mia salute mentale. Ho constatato oggi che la combinata pilates-ipno è in realtà assai vincente. Ultimamente dormo un casino e sono entusiasta. Menzione speciale alla mia insegnante di pilates, che mi conosce da poco, ultimamente mi ha visto pochissimo, ma ha notato il mio taglio di capelli. (Ho anche visto un altro arcobaleno!)

16/09/2015: in giornate anonime come queste, di cosa ci si può rallegrare? La so! Ho prenotato il biglietto del treno per andare a Manchester nel weekend. Fuga continua.

17/09/2015: boh. Altra giornata poco saporita. Mi sto drogando di documentari di Alberto Angela. Suppongo sia bello quando si imparano nuove cose?

18/09/2015: la vita è più bella quando viaggi, e io lo so bene. Treno per Manchester, venerdì sera in città con L, che si è trasferita (o meglio, è tornata) qui da poco. Vincente!

19/09/2015: a Manchester oggi c’era un food festival, dove abbiamo passato qualche oretta ascoltando gruppi bizzarri, mangiando e bevendo anche piuttosto bene. A seguire un spritz col Campari (un po’ triste) e una serata al pub sgarruppato preferito di L. Terrazza con vista su un paesaggio urbano e uno splendido tramonto, gruppetti carini che suonavano. E un tizio che, attaccando bottone in maniera molto gentile e poco provolonica, ha commentato in maniera sconvolta la mia età: “Cosa???? Ma… ma io ti davo 21 anni al massimo!”. Grazie, sei il mio nuovo migliore amico! E poi mi ha salutato con un simpatico “Have a wonderful life”, che spero mi sia di buon auspicio.

20/09/2015: come sempre, tornare è un pacco. Ma il bello di oggi è stato il risveglio con calma, il giretto per il quartiere e il pranzo alle 16. La domenica dovrebbe essere sempre sinonimo di relax.

La risposta e’ dentro di te (eppero’ e’ sbagliata)

Un paio di settimane fa mi sono sottoposta ad una seduta di reiki. Avendo una madre vagamente frikkettona, ho fatto bella figura con la mia operatrice (che peraltro già conoscevo), informandola che ero al corrente dell’esistenza di chakra, meridiani e compagnia bella. Ma poiché lavoro in un laboratorio di ricerca, e sono circondata da pluridottorati incassati nelle loro scatolette targate scienza, oltre al fatto che sono naturalmente diffidente, mi sono sdraiata sul lettino con una buona dose di scetticismo.

Devo dire che il risultato e’ stato interessante. Per prima cosa, ho notato come sia stata in grado per un’ora intera di ascoltare una persona che mi parlava, in una sorta di monologo nel quale ho giusto recitato un paio di battute, senza che la mia mente vagasse. Ho ascoltato attentamente parola per parola, senza preoccuparmi ne di quello che magari potevo non aver capito, ne di quello che sarebbe venuto dopo. Una lettera dopo l’altra. E non perché fossero cose incredibilmente affascinanti ed interessanti, ma perché evidentemente la ragazza e’ stata in grado di “controllare” la mia mente (per cosi’ dire) mantenendola fissa sul famoso “qui e ora”. Io tendo a distrarmi con molta facilita’ (infatti mediamente mi ci vuole una settimana a scrivere un post, e non solo perché magari sono in ufficio e devo fare altro), e anche per questo trovo difficile la meditazione – magari riesco a stare concentrata per qualche attimo, prima che la mia mente vaghi nel passato e nel futuro, o in qualche luogo misterioso. Dunque, il solo fatto di essere stata li’ corpo e mente per tutto quel tempo e’ stato un successo.

La prima parte del trattamento consisteva nel controllo dei chakra e nella loro apertura. Non avevo dubbi sul fatto che ci fosse da risistemare praticamente ogni cosa, ma ho particolarmente apprezzato la spiegazione e della mia situazione attuale, e di come le cose dovrebbero stare. In particolare per quanto riguarda il sesto e il settimo chakra, quelli collegati alla mente, al cervello, alle intuizioni. Mi e’ stato detto quello che già sapevo: che la mia mente controlla tutto, che pensa e pianifica e stabilisce cose da fare o non fare sulla base di proiezioni che disegna appoggiandosi ad esperienze passate, a tensioni e paure. Quello lo sapevo bene: sono perfettamente conscia del tempo che passo a riflettere, a rimuginare su cose dette o non dette, a pensare di fare cose che poi o non farò perché temo le conseguenze, o farò ma dopo averle pianificate fino all’ultimo dettaglio.
Il punto sul quale non avevo mai riflettuto e’ perché faccio questo.
Essenzialmente, ciò che mi e’ stato spiegato e’ che fin da piccoli, incoraggiati dai genitori che ci vogliono (giustamente) proteggere, alleniamo la mente a farci da scudo. E se magari da piccoli si tratta di cose elementari, tipo imparare che facendo una certa cosa ci faremo male, man mano che si cresce la mente la fa sempre più da padrone: ci impedisce di vivere nel famoso “qui e ora” perché troppo occupata ad attingere dal passato elementi per pianificare il futuro. Ma la cosa positiva di questa ovvia scoperta e’ stata il modo di affrontarla:
“Ringrazia la tua mente, perché tutto quello che ha fatto finora lo ha fatto per proteggerti. Ringraziala e apprezza il suo lavoro, tutto quello che ha fatto per te. Abbracciala, dille che e’ tutto a posto e non si deve più preoccupare per te”.
Capito? Non sentirti un coglione manovrato come un burattino dalla propria mente, e non accusare la stessa di averti fatto del male. Che concetto semplice e bellissimo.

Sono uscita dal trattamento con una strana sensazione di pace interiore (l’obiettivo era quello, no?), e per alcuni giorni sono effettivamente riuscita a trarre benefici a livello psicologico. Ho notato come la mia mente non si fosse fermata (per quello credo serva un miracolo), ma avesse semplicemente cambiato attività: invece di pianificare, riproduceva musica. Successi vecchi e nuovi, tormentoni, canzoni alle quali non pensavo da un po’. C’era di tutto, ed era estremamente rilassante.

Naturalmente, le cattive abitudini – si sa – sono dure a morire. E proprio adesso che mi servirebbe la tranquillità necessaria per fare una scelta importante… Beh, non mi si spegne la radio e riapre l’ufficio pianificazione?
E’ in questi momenti che provo invidia per gli scemi. Loro non si farebbero tutte queste pare, e mangerebbero prosciutto (cosa che ho appena fatto, ma le pare non sono passate. Ma almeno il prosciutto e’ buono).

“Chi vive sperando…

…muore cagando” – Lorusso, isoletta dell’Egeo che non conta un cazzo, 1941.

Una delle mie citazioni preferite da uno dei miei film preferiti, Mediterraneo. Fuga più o meno voluta dalla realtà, ritorno a casa più o meno forzato, impossibilità di rientrare nei ranghi, nuova fuga. E poi va avanti, avanti, avanti… La storia della mia vita.

Oltre che traslocatrice seriale, come già specificato precedentemente, sono anche un’inguaribile, romantica sognatrice. Pessimista, ma pur sempre sognatrice. E prima accetterò questo fatto, prima forse riuscirò a smettere i panni dell’eterna cinica e disillusa, e imparerò a saltare di più nel vuoto.

Prima però bisogna tornare in forma. Le ultime 3 settimane sono durate come 3 mesi, nessuna cellula del mio corpo ha fatto quello che doveva fare, e mi sono ritrovata salma ambulante sull’orlo di una crisi di nervi. Star male quando si è lontani da casa è sempre un’esperienza traumatica, perché in fin dei conti vorremmo sempre accanto a noi una mamma o una nonna, o anche un papà, per farci compagnia e prendersi cura di noi. Aver per le mani troppo tempo, abbinato al disagio fisico e al fatto di essere in solitaria, provoca grave disagio mentale. A parte la paura di morire di una banale influenza o infezione (cercare i propri mali su Google equivale a diagnosticarsi senza dubbio qualche malattia terminale, è risaputo), si accavallano pensieri orribili di solitudine eterna, si tirano le somme su un terzo di vita reputato fallimentare e si gettano le basi per ulteriore pessimismo e fastidio sul futuro.
Poi, come per magia, pian piano il corpo reagisce, e si riprende la strada del ritorno nel mondo dei vivi. Si scopre che il mondo ha continuato tranquillamente a girare senza di noi, anche se gli amici e i colleghi si sono preoccupati di sapere come stavamo e come mai eravamo spariti dalla circolazione.
C’è chi poi, beatamente agli antipodi, ignorava un po’ tutto quanto, e continua a farlo senza colpo ferire. Io le invidio le persone che non si rendono conto di quello che fanno, e che navigano tranquillamente lungo il fiume della vita senza accorgersi che magari la loro barchetta sta speronando qualcuno, o facendo affondare qualcun altro.

Onestamente, spero che un giorno anche io sarò così. Anche se temo che andrà a finire come pronosticato da Lorusso.