Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

Annunci

Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…

100 Happy Days – Settimana 8

Riassuntini felici della settimana appena trascorsa.

28/09/2015: Comincio a rendermi conto del fil rouge che collega i miei giorni felici: il cibo! Oggi la mia amica M., quella secondo la quale l’unico vero triathlon è antipasto-primo-secondo (!), mi ha portato delle mega ciambelle artigianali di Roma. I suoi gliene hanno portate una vagonata quando sono venuti a trovarla, e nel timore che andassero a male ha scelto un paio di intenditori per regalarne alcune. Inzuppate nel caffellatte sono una goduria. E poi, per non farsi mancare nulla, ho preparato una bella teglia di lasagne. Comfort food per i tempi bui.

29/09/2015: Oggi è stata una giornata un po’ del cazzo, diciamolo. Del resto, 100 Happy Days è una challenge, una sfida. Non è che ogni giorno possa essere tutto perfetto, e alle volte risulta difficile trovare qualcosa per cui essere felici. Per esempio, oggi ho dovuto accettare di malavoglia il fatto che uno dei miei aiutanti di punta alla conferenza della prossima settimana sarà il mio ex amico del cuore (collega che si occupa della logistica: “Tu sei molto amica di S. vero? Ora lo andiamo a chiamare per darci una mano!” ……….. Silenzio). Poi a fine giornata mi arriva una mail di una delle risorse umane che molto cortesemente mi invita a restituire il 40% del mio stipendio di questo mese per un errore dell’ufficio paghe. E poi non si va al pub quiz. E quindi torno a casa e come sempre trovo le pulizie non fatte, mi metto a farle io e arriva la deficiente con cui abito che mi dice: “Guarda lo stavo per fare io!” – ma vai in mona, e preferibilmente stai zitta.
Insomma, una schifezza. Se devo (e devo!) trovare un aspetto positivo, probabilmente la mia reazione alla mail sullo stipendio: probabilmente qualche tempo fa sarei andata in para, mentre ieri ho letto la mail, l’ho girata al capo, e con un bel respiro mi sono autoconvinta che non ci sia alcun problema e che i miei soldini resteranno con me. Non mi preoccupo.

30/09/2015: Lati negativi della giornata: meeting con Mr Simpatia (lo ammetto, sono io la sgodevole in questo momento, ma insomma…), che dopo settimane si è ripresentato a pranzo con noi al grido di “E’ da un bel po’ che non si organizza un venerdì al pub…”. Ora, a parte il fatto che io venerdì scorso c’ero al pub, la domanda sorge spontanea: perché non organizzi tu?
Lati positivi della giornata: C. è venuta a trovarci con la sua bimba di 2 mesi, mi ha fatto veramente piacere rivederla dopo un bel po’. E’ una delle mie persone preferite qui dentro, sempre gentile e disponibile. Una di quelle persone che ti strappano sempre un sorriso. Ho chiacchierato tanto con lei e il mio collega R., che è sempre grandioso. E poi c’era la torta (parlo di cibo, strano)! In serata mi sono buttata all’avventura del meetup: per essere stata una serata in compagnia di sconosciuti, è stata piuttosto piacevole.

01/10/2015: Fisicamente non sto benissimo e il periodo mi debilita un po’ anche per ricordi dell’anno passato, di quando si stava effettivamente meglio. Merda mi infastidisce con il suo trappolamento per le ferie, e vorrei solo che stesse zitto e mi lasciasse perdere. Non sopporto neanche quei 2 minuti di interazione. Ma insomma, anche oggi si è mangiato a sbafo (!), ho finalizzato un altro paio di cose per l’Australia, e sono andata a farmi ipnotizzare – sto diventando molto brava in questa meditazione guidata e mi sembra piuttosto utile. Aggiungo infine che sono arrivata al giro di boa! 50 giorni di pensieri positivi. Riusciranno i nostri eroi ad arrivare in fondo?

02/10/2015: Giornata inizialmente pessima, a causa della nostalgia (di cui al post dettagliato). Ma poi il lavoro è scivolato via velocemente, e la sera sono partita per Nizza. Sì, un altro giretto per scappare dalla perfida Albione. Ho fatto tutto un po’ di fretta, e sono arrivata a mezzanotte in una città silenziosa. Ho visto il mare e stavo già meglio.

03/10/2015: Sveglia presto e inizio in scioltezza con un bel tour enogastronomico a piedi. Non prelibato come quello di San Sebastian – che mi fa venire l’acquolina in bocca solo a pensarci – ma tutto sommato molto interessante e divertente. E poi se si magna… In serata ho incontrato M., un amico di A. che da qualche mese si è trasferito in Costa Azzurra. L’aperitivo si è presto trasformato in cena a causa dell’alluvione che si stava abbattendo sulla città, ma del quale ovviamente non ci siamo accorti! Sì, pioveva forte forte e tantissimo e non riuscivamo a trovare un momento opportuno per uscire dal locale, ma… Siamo vivi. Questa è un’ottima ragione per essere felici!

04/10/2015: L’anno scorso San Petronio ci regalò uno spettacolare upgrade da due stanze doppie a una suite imperiale, ad oggi il mio miglior colpo per quanto riguarda i soggiorni in hotel. Quest’anno mi sono svegliata da sola nella mia cameretta di Nizza. Un po’ malinconica, sicuramente, ma dopo il disastro della sera prima non pensavo avrei aperto la finestra su un sole splendente. Spero sia una metafora della mia vita. Ho fatto tutta la Promenade des Anglais fino al castello, e sono salita a godermi un panorama stupendo, fatto di tante sfumature di blu incorniciate da pini marittimi profumatissimi. Non è stato facile scendere, ma poi il blu diventava sempre più stupendo mentre camminavo sul lungomare verso il porto vecchio. Ho mangiato una ratatouille mica male (anche se mi fa un po’ ridere l’orgoglio che i francesi provano per questa roba che alla fine è praticamente una peperonata), e poi sono andata a sedermi in un baretto sulla spiaggia. Il cameriere non mi ha cagata di striscio, quindi senza colpo ferire ho passato un’oretta al sole su una comoda poltrona in riva al mare e senza sganciare un euro. Success! Ho messo i piedi in acqua (che male quei maledetti ciottoli) e mi sono riempita gli occhi di blu e di mare. Provo profondissima invidia per chi abita in un posto come Nizza. O come San Sebastian. O Sydney.

20151004_180528

Pinguini e vita moderna

Ultimamente ho eletto il pinguino a mio animale guida. Pensiamoci: il pinguino è la metafora perfetta di chi si sente costantemente fuori luogo. Pacioso, rotondetto, cammina goffo sui ghiacci e sembra un po’ uno sfigatello, almeno fino a quando non si tuffa in acqua, e allora ecco che sfreccia veloce, coordinato, elegante. Bellissimo.

Gli adolescenti sono pinguini sulla terraferma. Poi succede che alcuni restano tali, oppure trovano pochi specchi d’acqua per dar mostra delle loro competenze natatorie. Eccomi, io sono uno di questi qui. E sono particolarmente abile nel trovare situazioni in cui infilarmi restando invischiata, goffa pinguina senza via d’uscita.

Ma forse non sapete che (come ci insegna Wikipedia): Camminano lentamente dondolandosi. Questi animali hanno un’andatura molto buffa e solo sulle discese ghiacciate raggiungono notevoli velocità, lanciandosi in lunghe scivolate sulla pancia. Con quell’andatura sembrano docili, ma sanno essere molto coraggiosi. Per difendere il compagno o i propri piccoli possono tirare beccate molto forti.
Io compagno o piccoli non ne ho, ma le beccate forti le tiro eccome. Soprattutto quando mi fregano lo specchio d’acqua per nuotare veloce.

Ultimamente sono stato coraggioso pinguino incazzato che beccava forte su terraferma. Spero di potermi presto tuffare e far vedere quanto sono leggiadra ed elegante.

Nell’attesa, guardo loro.

Penguins

Capolinea

Siamo in arrivo a *inserire nome della stazione*, termine corsa del treno

E’ sorprendente vedere come certe relazioni tra persone possano logorarsi in un attimo. Come tutto stia andando per la sua strada quando all’improvviso arriva uno scossone, che, accompagnato da silenzi e incomprensioni, fa precipitare tutto in un secondo.
Immaginando la relazione come un viaggio, si potrebbe dire di essere arrivati al capolinea prima del previsto. Un po’ come quando nella metropolitana di New York, quando fanno qualche lavoro sui binari, ti spostano le linee e tu ti sbagli e prendi un treno espresso invece di un locale. Uno che fa tante fermate in meno e ti porta all’arrivo prima di quando avevi previsto (che nella maggior parte dei casi andrebbe anche bene, ma stavolta…). Sei distratto e le stazioni passano una dopo l’altra, e solo quando ormai è troppo tardi di accorgi dell’errore. Magari hai anche qualche borsa, e ti devi affrettare a scendere, prima che arrivi l’addetto a sbatterti fuori.

Ecco, io ero su questo treno espresso. Io ero distratta, lui no. Chissà, forse credeva che io fossi più attenta. O io credevo che lui avesse meno fretta. O magari ci siamo sbagliati entrambi, ma poi a lui effettivamente faceva comodo arrivare prima, perché durante il tragitto, all’ultima stazione prima del capolinea, un passeggero che era su un’altra carrozza si è spostato nella nostra.

Siamo scesi alla stessa stazione. Lui e lei sono subito saltati su un altro treno, mentre io sono rimasta lì sul binario, come una pirla. Quel treno in realtà è ancora al binario, con le porte aperte. Lui sta seduto con lei, ma guarda fuori dal finestrino, cercandomi. Pensa che dovrei salire con loro, sventola la mano e dice delle cose poco chiare, ma io mi volto dall’altra parte. Alla fine dei conti, non eravamo d’accordo così. E anche se i piani possono cambiare, c’è modo e modo di comunicarlo. Me la sono presa, non lo ascolto.
Manca ancora un po’ di tempo alla partenza. Io sono ancora lì sul binario, ma sto guardando i tabelloni con gli orari. Lui non si sbraccia più, mi manda un messaggio dicendo che mi vorrebbe sul treno, ma se non me ne frega niente posso anche andare affanculo, perché lui si sta facendo in quattro per tenermi un posto (anche se il treno è vuoto), e io neanche lo ringrazio.
“Non te ne frega niente”, pensa lui. Esattamente il contrario, dico io.
E’ quello che si dice un buon amico, uno che quando ci ripensi ti chiedi: ma come ho fatto a stare in treno con lui per così tante ore senza rendermi conto del fatto che teneva tanti posti occupati intorno a lui solo per stare più comodo, o alternativamente per farmici sedere quando fosse salito un passeggero che preferiva avere accanto?
Tappabuchi, si dice?

Il treno è ancora fermo al binario. Ho guardato il tragitto. Ci sono altri treni su tratte simili, che fermano in stazioni diverse. Magari ci vedremo ad un “interchange” (che ora non mi ricordo come si dice in italiano, chiedo venia). O a destinazione.

E’ ora che decida dove andare. Un treno lo trovo, ma ci salgo da sola.

[Disclaimer: questo post non è sponsorizzato da Trenitalia! Ma è decisamente alimentato dall’amore per la metafora del viaggio… anche in forma di trasporto pubblico]

Non si può morire due volte (forse?)

Rileggendo accuratamente le parole del precedente post, ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto prima. A conti fatti, c’era un 50% di probabilità di successo. Ovviamente ho fallito.
Mentre mi accingevo a preparare la missione, ho cercato di mettere da parte i consigli di Luca Argentero (!) e di tornare alle mie sane abitudini negative: sapendo di andare incontro ad un suicidio quasi garantito (fanculo al 50% statistico di probabilità di successo), ho cercato di mettermi nell’ordine di idee che non sarebbe andata bene.

Se ci ripenso, mi sembra di aver visto tutto in un film. E’ arrivata una tranvata che non mi sarei aspettata, e gli attimi seguenti sono stati una specie di tortura, mentre dentro di me pregavo che si aprisse una voragine sotto la mia sedia e la terra mi inghiottisse facendomi sparire per sempre. Ho (ri)scoperto una cosa che chi, come me, gioca in difesa nota troppo raramente: la speranza è veramente l’ultima a morire. Ci possiamo preparare quanto ci pare ad un fallimento o una brutta notizia: la verità è che, sotto sotto, c’è sempre un briciolo di speranza che le cose vadano come vogliamo. E’ quel nanogrammo di speranza che poi crea il groppo in gola, ti chiude lo stomaco, ti toglie il sonno e ti fa domandare, tra un singhiozzo e l’altro: “Ma perché non deve andare MAI come vorrei?”.

E’ molto difficile trovare un lato positivo in queste cose, specie per i discepoli del pessimismo cosmico, ma mi sono sforzata.
Primo: ho fatto una cosa mai tentata prima (almeno non in questa maniera), e sono ancora qui. Lo posso raccontare. Sono sopravvissuta.
Secondo: Sono viva. Nel senso che sono ancora in grado di provare emozioni. Mi ero autoconvinta di avere un cuore di pietra, ma da qualche parte ci dev’essere qualche rimasuglio di panna (tipo cornetto). C’è sempre anche un rovescio della medaglia in questo, ma lo prendo comunque come una cosa buona.
Terzo: lo posso rifare. Non per masochismo, ma ho capito che sono in grado. Ci ho messo quei 30 anni a capirlo, ma meglio tardi che mai. E poiché c’è qualcosa che secondo me non è ancora chiaro, posso lanciarmi sul secondo round della missione. Tanto il treno mi ha già investito una volta, non posso soccombere di nuovo nella stessa maniera. No?

Canto diurno di una segretaria errante dell’Emilia

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?”

Somiglia alla tua vita la vita del pastore, proseguiva Giacomo “Mister Ottimismo” Leopardi. Non si può dire che sia molto diversa la vita della segretaria, la quale si siede alla scrivania e ogni giorno si smazza più o meno le stesse scartoffie e risponde alle stesse domande.

La segretaria come me, che non passa i (molti) momenti morti a pittarsi le unghie, ha tempo per pensare. Citando ancora Leopardi:

“Dimmi: perché giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”

La sottoscritta segretaria a riposo fa una carrellata della vita, rilegge qualche pensiero passato, archiviato e messo sotto chiave, e riflette. Senza scivolare nel pessimismo assoluto che fa dire al pastore errante dell’Asia: “E’ funesto a chi nasce il dì natale”, la pessimista segretaria errante dell’Emilia inquadra la sua classica maniera di ragionare: andrà tutto male.

Pare che, in economia, esista una teoria secondo la quale la positività crea risultati positivi. Non posso confermare né smentire la cosa, e nemmeno approfondire, anche perché l’unica nozione che ho in questo senso è stata estrapolata da un’intervista a Luca Argentero su Vanity Fair (!). Forse, in effetti, è una boiata, e Luca Argentero è positivo perché è un figo e gli va tutto meglio che a me. Pero’ cosi, per non saper né leggere né scrivere, razionalmente mi viene da pensare che un atteggiamento positivo porti, se non proprio risultati positivi, almeno una maniera migliore di affrontare le situazioni.
Per converso, io, segretaria errante, uso la teoria opposta: tutto andrà male, quindi, se va male me lo aspettavo, e se invece va bene tanto di guadagnato.

Devo ammetterlo, è un atteggiamento che non ha mai portato grandi risultati. Per usare una metafora calcistica, è come fare catenaccio spietato con una sola punta davanti: non si prende gol, ma nemmeno lo si fa. In parole povere, uno non si fa male, ma il risultato non è positivo: è non negativo.
Eppure continuo su questa strada: l’autodifesa preferita a qualche salto nel vuoto che ogni tanto, forse, bisognerebbe tentare.

In effetti, la segretaria errante dell’Emilia preferisce leggere Leopardi in pausa pranzo e ragionare con lui delle stelle e della natura matrigna, piuttosto che riorganizzare gli schemi in campo e metter su un attaccante e togliere un difensore, e provare a sbloccare il risultato.

E il calciomercato di gennaio è già finito…