And the winner is…

Avevo questo post pronto a partire più o meno un mesetto fa, ma poi la vita si è messa in mezzo, la noia l’ha fatta da padrone, ed eccomi qui, 25 giorni dopo, a riprenderlo in mano.
In origine, doveva essere dedicato alla vittoria al pub quiz, con breve riflessione sull’importanza del pub quiz stesso a livello sociale. Voleva anche essere una celebrazione di questo evento, la prima vittoria da che abito in UK. Che, a voler vedere, è un bello schifo. A Sydney avevo uno squadrone e vincevo di continuo, e i premi erano anche più interessanti (generalmente più soldi da spendere al pub). Qui ci son voluti 3 anni di tentativi. E non mi son neanche goduta il premio, ma poi non mi posso lamentare: sono andata in vacanza a ripetizione.

Ad ogni modo, il titolo del post si presta bene anche al resto delle riflessioni che ho accumulato in queste settimane. Ci sono tanti vincitori a cui deve essere riconosciuto il giusto merito. Andando in ordine più o meno cronologico:

  • Il tizio della telefonata: chi ha letto il post precedente ricorderà il personaggio di dubbia qualità col quale avevo avuto un altrettanto dubbio appuntamento telefonico. Dopo un mio ultimo messaggio di risposta ad una sua qualche domanda inutile, lui non aveva più scritto. Io nemmeno, e per me era finita lì. Naturalmente, mentre sono in giro per Nizza a farmi i cavoli miei, mi arriva un messaggio da lui, che diceva più o meno: “Ciao, volevo sapere come va e com’è andato il weekend in Italia [di due settimane prima, n.d.r.], e se avevi ancora voglia di incontrarci per bere una cosa. Non c’è problema se non sei più interessata!” – gli avrei voluto rispondere con una cosa a metà tra l’emoji che piange dal ridere e un “macheccazz?”, e poi ho pensato che non avevo tempo da perdere. Silence treatment.
  • Gary: trattasi non della lumaca amica di Spongebob, bensì di un tizio trovato sempre sulla terribile Happn, e che avevo erroneamente etichettato come “normale”. Uno col quale scambiavo un paio di messaggi al giorno, e del quale elogiavo l’atteggiamento da non rompiballe. Mi chiede un paio di volte di uscire, e io declino per altri impegni (ragazzi, ho anche la mia vita da vivere, abbiate pazienza). Finalmente ci accordiamo per quando sarei tornata da Nizza. Non lo sento per qualche giorno e avverto già le vibrazioni negative. La mattina del giorno dell’appuntamento, mi arriva un messaggio che dice: “Scusa, non posso uscire stasera, non sto bene e non sono neanche andato a lavorare”. Ovviamente il Fantozzi che è in me ha gridato alla cagata pazzesca, ma ho mangiato la foglia e gli ho augurato una pronta guarigione. Un paio di giorni dopo mi manda un messaggio chilometrico in cui mi spiega che in realtà aveva conosciuto un’altra, e che non sapeva cosa fare e un sacco di altre cagate. Grande Gary! 2 pagine di messaggio al quale ho risposto con un elegante: “OK, ciao”. Dai Gary, c’era davvero bisogno di scrivere quel messaggio da giustificazione delle medie?
  • Mrs J: chiameremo così una delle mirabolanti protagoniste del mio nuovo lavoro. Che insegna al corso in ambito di leadership, risorse umane, varie ed eventuali. Dopo la prima parte di corso, abbiamo fatto un debriefing per vedere com’erano andate le cose: per parte nostra (team che si occupava soprattutto di logistica) era andato tutto perfettamente, la gente era entusiasta, e tutti i piccoli problemi erano stati sistemati. Il responso degli accademici (inclusa Mrs J): “Sì, brave, ottimo lavoro. Però questo non andava, e questo, e questo, e quello, e quell’altro, e bla bla bla”. Ora, fin qui non me ne fregherebbe un cazzo, perché trattasi di gente che non ha una buona comprensione della realtà. Ma quando ti tocca di seguire una sessione, e finisci col sentire lei che spiega agli studenti che il feedback generico (es. “Bravo, ottimo lavoro”) deve essere evitato, in favore di feedback specifico sulle cose che si sono fatte bene… E ripensi a quel debriefing… Scappa un po’ da ridere.
  • Io: mi auto-assegno il premio di vacanziera dell’anno: in 2 settimane mi sono sparata Costa Azzurra e Croazia. Assaggini, ok, ma mi congratulo con me stessa perché le ho azzeccate tutte. Location, spostamenti, periodo, alloggi, cibo… Brava soprattutto sull’alloggio di Spalato, con annessa socializzazione con i proprietari e merenda con fettona di torta e in TV la Paperissima croata con i politici che cadevano da ogni dove.
  • Io (di nuovo): perché finalmente mi è riuscito il colpaccio. Quello vero. Finalmente il p.d.m. ha ammesso le sue colpe! E’ stata un’esperienza vagamente mistica e quantomeno surreale. Non ero neanche del tutto certa che stesse veramente dicendo quello che stava dicendo. Per farla breve, l’ho praticamente costretto a mantenere la sua parola rispetto al nostro rendez-vous dopo quello che avevo organizzato io un mesetto abbondante fa. Nel decidere le date, mi ha detto che a giugno la paranoica sarebbe tornata, e quindi non ci potevamo vedere, e avremmo dovuto parlare. Che palle! Ma vabbè, me la son cercata. Come sempre, la serata va bene, si ride, si scherza e si fa finta di niente, fino a che ovviamente bisogna arrivare al dunque. E io, a quel punto ormai stremata perché, cazzo, non so in quale altro modo spiegarti qual è il problema, resto sorpresa: mi sento dire cose tipo “Tutto questo gran casino è solo ed esclusivamente colpa mia, non sono stato un buon amico, e se non vorrai perdonarmi lo accetto e sarà una mia perdita, sei sempre stata molto meglio di me”. Eh? Cioè, mi stai dicendo che, dopo avermi accusato delle peggio cose, ora finalmente ammetti che in realtà le cose stavano un po’ diversamente? Santi numi!
    Ovviamente c’era anche il però: eh ma per restare amici, lei deve essere d’accordo, e quindi tipregotipregotipregotiscongiuro sii gentile con lei quando la vedi, o tutto andrà in fumo. La cosa che sono riuscita ad estrapolare è che lui non è che non si fa sentire perché non gliene frega (cosa che sospettavo, e che mi faceva anche un po’ girare i coglioni e mi faceva domandare che cazzo stessi ancora a perder tempo, come gli ho espressamente detto), ma perché sai, io abito con lei, e se sente il mio cellulare che suona poi mi chiede chi è, e se sei tu (io che magari dico: “Ciao, come va”)… “Però io sono libero di fare quello che voglio” – dì, parliamone! Ed è stato lì che ho avuto quel senso di deja-vu, del vecchio Andy di New York e la moglie che lo comandava e non potevamo essere amici (io, minaccia fantasma a un oceano di distanza). Questi son smidollati e vanno evitati come la peste, ecco tutto.
    Abbiamo continuato a parlare anche dopo che ci hanno sbattuto fuori dal pub, e nonostante gli dicessi di andare a casa, ché so badare a me stessa e l’autobus lo aspetto tranquillamente anche da sola, lui stava lì, e si scusava, e mi abbracciava e mi diceva quanto ero meglio di lui, e “sai vero che ti voglio bene”. No.
    Ovviamente resta aperta una questione: metti che per qualsivoglia motivo io e lei non ci incrociamo per chissà quanto (come del resto è già successo: se escludiamo la festa di Natale, dove mi sono smaterializzata, io lei l’ultima volta l’ho vista quasi un anno fa), noi due che si fa? E gliel’ho anche ripetuto via messaggio, e non ho avuto risposta. Eh, perché non c’è risposta. Se dev’essere una terza persona a decidere, io non so mica se ci voglio stare. Non gli piacerà ammetterlo, ma comanda lei, e a lui va da dio perché non deve decidere nulla. Lui è quella persona lì.
    Detto ciò, questa è una piccola soddisfazione e me la gusto. Come ha giustamente commentato Abe: “il suo riconoscimento delle proprie colpe ti farà assaporare il gusto della giustizia. Come se l’universo fosse tornato a combaciare. Ti sei tolta quello spiacevole senso di asimmetria e ingiustizia”.
    Cazzo, sì!

Onwards and upwards.

Soundtrack: Muse – Map of your head

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All’improvviso uno sconosciuto

Nell’ultimo mese ho pensato “bene” di gettarmi nelle acque infestate e malsane dell’online dating. Per dare un’idea del contesto: ho da 2 anni Tinder, il mio primo “match” è stato il p.d.m., e in tutto questo tempo sono uscita solo con un tizio. Un ragazzo carino, col piccolo difetto di abitare stabilmente in Nuova Zelanda. Dettagli.
Tinder peraltro è una noia mortale. Ci entro quando sono annoiata, e peggioro le cose scorrendo decine di facce e vite senza un perché. Il grande mistero per me resta il fatto che a volte (pochissime volte) scorro a destra, è un match perché il fenomeno dall’altra parte aveva scorso a destra su di me (e quindi si suppone che gli sia piaciuta), lascio passare 2 minuti, ritorno e non trovo nessuno. Ora, amici, qui ci sono persone che hanno una vita, e un messaggio magari te lo mandano più avanti.
Mi è anche stato fatto notare che spesso gli uomini scorrono a destra nel 99% dei casi, e quindi è facile trovare un “match”. Ma poi se non ti parlo nel giro di 1 nanosecondo mi cancelli? Mah.
Riassunto di Tinder: una persona incontrata. Account attivo, ma senza motivo.

 

In un disperato tentativo di dare una svolta alla mia vita, e di applicare la teoria del “chiodo sc(hi)accia chiodo” (che poi in realtà non è applicabile al caso specifico), mi sono buttata su altre due rivoluzionarie (!) piattaforme: OK Cupid e Happn. Che idea di merda.

OKC lo credevo il migliore: puoi creare un profilo dettagliato, e trovare persone presumibilmente compatibili in base a domande (a volte quantomeno bizzarre) a cui dovresti rispondere per definire che tipo di persona sei. Ovviamente tutto si basa sull’onestà di chi risponde, quindi… Vabbè, fidiamoci. Appena entri, l’effetto è quello di quando butti delle briciole in piazza San Marco e vieni aggredito a centinaia di piccioni: visualizzazioni a manetta, messaggi da ogni dove (tono generale: “Hey beautiful / Hey sweetheart / Hey gorgeous), dai personaggi più disparati ed improbabili.
Ho scritto a 3 persone: 1 mi ha detto che non cercava nulla (e allora perché hai un profilo, coglione?); 1 mi ha scritto un messaggio e poi non ha più risposto (grazie!); 1 ha messaggiato per un paio di giorni, per poi dirmi che non poteva uscire con me perché ha una politica (GIURO) secondo la quale non può uscire con persone che lavorano nel suo stesso edificio (edificio che ospita altre centinaia di persone. Detto per inciso: chi ha mai detto che volevo “uscire” con te?).
Capite che la mia fiducia ha cominciato subito a vacillare.
La persona migliore che mi ha contattato era un ragazzino che mi proponeva una relazione senza impegni, per passarsi il tempo. A parte che non so chi sei, e tanti anni guardando CSI mi hanno insegnato che è meglio esser cauti – ma ne ho ammirato l’onestà e il messaggio molto articolato. Era l’unico che mi desse l’idea di essere una brava persona.
Per inciso, OKC ha una falla importante (a parte essere pieno di gente di merda, ma forse quello è anche un problema di Oxford, o dell’Inghilterra in generale): non tiene conto delle distanze. Tu puoi scrivere nelle preferenze che vuoi trovare gente nei tuoi paraggi, e logica vorrebbe che solo persone nei tuoi paraggi possano contattarti. Mica vero. E così nulla vieta ad uno di Anchorage, Alaska, di mandarmi un messaggio (è successo). Amico di Anchorage, perché dovrei essere interessata a te, che stai a mille mila km di distanza? Non cerco un amico di penna. (Ma se tu fossi di Honolulu, e poi mi pagassi il volo per venire a trovarti, se ne potrebbe riparlare).
Riassunto di OKC: nessuna persona incontrata. Account disabilitato, per il momento.

Passiamo ora a Happn. Trattasi, per chi non lo sapesse, di una app che ti fa trovare persone che incontri nei tuoi paraggi. Nulla di particolarmente rivoluzionario rispetto alle altre, se non il fatto che le persone che trovi sono effettivamente (o quantomeno sono state) in un raggio compreso tra 250m e 3km da dove ti trovi tu. Il casino avviene quando viaggi, o sei in aeroporto, e allora ti capita chiunque.
Ad ogni modo, provo anche questa. Rendendomi subito conto che in un posto piccolo come questo, la gente che gira è sempre la stessa. E non sta bene.
Scambio qualche messaggio con un tizio che lavora qui ma abita fuori. Sembra (sottolineo sembra) una persona normale. Suggerisce un appuntamento telefonico. Una roba un po’ anni 80, se vogliamo (quando mio padre smadonnava se stavo troppo al telefono, magari in interurbana!). Mi sembra una buona idea, un buon compromesso tra il messaggiare in maniera compulsiva e un incontro immediato con un perfetto sconosciuto. Una bella chiacchierata, che mi fa pensare che sì, questo qua potrebbe anche valere un minimo di investimento di tempo e sforzi. Ovviamente sbagliavo. Si è rivelato un clamoroso rompipalle. Non uno stronzo, non un maniaco, semplicemente uno che non sapeva stare al suo posto. Son settimane impegnative al lavoro, che coincidono con l’inizio della presunta bella stagione – il periodo dell’anno in cui divento più incazzosa, perché di bello qui non c’è nulla. In questo contesto di stress, gradirei essere lasciata in pace, e non dover ricevere messaggi tipo “Sei triste? Sei ancora imbronciata? Ti posso consolare io!”.
Uffa. Non sono triste, non sono arrabbiata. Sono scoglionata. Come si traduce in inglese? Boh. Ma il succo è che, in questi momenti, vorrei vedere i miei amici, e non dover pensare di far colpo su un perfetto sconosciuto. Ovviamente questo da una settimana non si fa sentire – e mica che io lo abbia mandato affanculo o trattato male, sia chiaro. Altrettanto ovviamente, io non me ne lamento.
Riassunto di Happn: una persona incontrata al telefono (!). Account ancora attivo, ma per quanto?

Senza che me lo si faccia notare, ché tanto lo so già: ho un carattere difficile, non voglio rotture di cazzo, e forse non vado bene per il dating in generale, non solo quello online. Certo il panorama che mi sono trovata davanti è scoraggiante.

Bah. Io, nel dubbio, alle Azzorre ci vado da sola. E poi in futuro prenderò un cane e non avrò più bisogno di niente.