Innamorarsi a Milano

Le ultime due settimane le ho trascorse in un piccolo universo parallelo, fatto di festival estivi e piccole esplorazioni cittadine. Inutile dire che il ritorno alla realtà mi ha gettato nello sconforto, specie alla luce del fatto che, fino ad ottobre, non ci saranno altri concerti in vista (forse).

Firenze ci ha regalato una 3 giorni rock metal un po’ nostalgica. I più giovani partecipanti erano i Foo Fighters, che sono poi anche stati gli unici che ho deciso di vedere. La mia coinquilina di Sydney era perdutamente innamorata di Dave Grohl (forse lo è ancora?). Una mia cara amica detesta Dave Grohl perché parla male di Bono. Per questa ragione, lo dovrei detestare anche io. Ma è bravo, e quindi ignoro gli insulti al mio unico dio.
I FF sono un bel gruppo, ottimi musicisti polistrumentisti, evidentemente amano molto esibirsi dal vivo (credo li abbiano rimossi dal palco con la forza), e fanno molto ridere. Nel loro momento cover band, hanno cantato le parole di Jump di Van Halen sulla musica di Imagine (una delle canzoni dei Beatles che mi piacciono meno in assoluto): il risultato è stato esilarante. Jump, una canzone di speranza.
Ci hanno anche regalato un breve momento in compagnia dei Guns’n’Roses (headliner del giorno dopo), portando sul palco un imbolsito Axl Rose al quale non avrei mai dato i miei soldi.

La settimana scorsa è stata la volta del concerto che aspettavo da anni: una persona normale direbbe Pearl Jam, io dico The Killers. Come già annunciato qualche tempo fa, amo molto questi giovanotti di Las Vegas. Che avevo colpevolmente ammirato dal vivo solo una volta nella vita (una volta fatta di mille peripezie), e che non vedevo l’ora di riabbracciare.
Prima di loro, sul palco allestito in mezzo alle campagne dell’hinterland milanese, il fratello Gallagher più antipatico – c’è chi dice però il più bello, ma secondo me Noel sta invecchiando meglio del previsto. Liam, vestito del suo classico k-way, ha praticamente cantato un 75% di scaletta degli Oasis, e quindi l’ho tollerato.
Ma io ero lì per i lustrini, le luci al neon, i coriandoli, e le stelle filanti, e Brandon Flowers fasciato in un completo dorato. È stata una bellissima festa, nel vero senso della parola (il golden boy compiva gli anni quella sera). Durata troppo poco, ma sufficiente a riaccendere definitivamente la scintilla del vero amore.
“Ora vi canto l’ultima canzone” – ci ha detto Brandon a un certo punto
“NO!” – ha risposto in coro il pubblico che non aveva alcuna voglia di andarsene
“Ma io devo tornare alla mia vita, e voi dovete tornare alla vostra!” – ha ribattuto lui.
Eh no, caro. La mia vita fa schifo. Tornaci tu alla mia!
Mi sono incamminata verso la metropolitana pensando che vorrei diventare una loro groupie. Sì, voglio andare in tour con i Killers.
In attesa di poter avverare il mio sogno, tiro avanti a colpi di interviste, videoclip, video di concerti, playlist di Spotify. Io e Brandon Flowers siamo coetanei, ma ultimamente mi sembra di avere circa 20 anni in meno di quelli che ho. Grazie, BF.

Venerdì è stata la volta dei Pearl Jam. Non li avevo mai visti, e mi sentivo un po’ in soggezione, perché ero gravemente impreparata rispetto ai loro fan di vecchia data (diciamo il 98% del pubblico). Ma ne è valsa la pena. Eddie Vedder è l’unico sopravvissuto di quel famoso trio di Seattle che includeva Nirvana e Soundgarden – decisamente mi sembra in forma, e invecchiato molto meglio di Axl Rose, però insomma, non si sa mai… La musica splendida, lui che si era preparato i fogli per parlarci in italiano, il festeggiamento per l’anniversario di matrimonio, una voce fantastica. Peccato solo per quei testi incomprensibili, che poi culminano con questa spettacolare travisata.
Che, tra l’altro, è stata la chiusura del concerto. E io l’ho cantata col testo travisato. Perdonami, Eddie, ma ho riso tantissimo.

Ho infine trascorso il sabato portata in giro per Milano da un amico al quale proporrei un secondo lavoro come guida turistica. Non era la prima volta che succedeva. È evidente che lui ami la sua città, e girare con lui la sta facendo apprezzare (amare forse è un po’ esagerato) anche a me. È bello sentirsi raccontare storie, perché quella strada si chiama così, com’erano i navigli una volta, e come potrebbero essere in futuro. Intrufolarsi nei cortili per sbirciare le case di ringhiera, che da fuori sembrano anonimi palazzi cittadini, e dentro sono piccoli mondi colorati fatti di balconi di ferro e piante e fiori. Entrare negli spazi creativi della Milano del design (!) e giocare sui dondoli.

Smetto di sognare ad occhi aperti e vado a chiudere lo zaino, ché stasera si va in Inghilterra. Giusto per non perdere il vizio.

On air: The Killers – Shot At The Night

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Incontri ravvicinati del brutto tipo

A cavallo delle vacanze di Pasqua, sono tornata nella Perfida Albione. C’era un concerto (che poi non c’è stato), e mi è bastata come scusa per prenotare un aereo e andare a trovare gli amici.

Mentre ci accingevamo a scendere su Londra, mi sono ricordata vari motivi per cui quel paese non mi manca affatto: “It is a fine morning in London, light breeze, 5 degrees Celsius”. A Firenze ne avevo lasciati poco meno di 20. Dal finestrino, che vedevo poco, avendo il famigerato middle seat, ho iniziato a scorgere le file di casette tutte uguali della periferia londinese. Quanta tristezza, quanta bruttura. Quelle casette di mattoncini rossi della rivoluzione industriale, tutte uguali, piccole e umide.
Ben arrivata.
Mi avvio verso la campagna, inizia a piovere. Piove e smette, e ricomincia, e smette, e tira il vento. Grande classico.
Arrivo in paese. Ho un’oretta da perdere prima di incontrare gli amici per pranzo, così mi parcheggio in un caffè del mio vecchio quartiere. Prendo una tazza di Earl Grey a 200 gradi, leggo cose qua e là sul cellulare. Alzo un attimo lo sguardo, e vedo che sulla strada sta passando lui. Proprio lui.
Il p.d.m.
Oppebbacco.
Vederlo col sacchettino di un supermercato mi rassicura sul fatto che non sarà dei nostri a pranzo (non che avessi dubbi). Mi dico che ci sta, visto che il posto di lavoro è lì vicino. E poi poteva anche andare peggio, potevo proprio incontrarlo davvero, faccia a faccia.
Mi avvio verso il vecchio lavoro. Incontro gente che mi chiede se sono tornata (NO!). Si va al solito pub per un pranzo di due ore e più (è il giorno prima delle vacanze, e c’è molta gente dei dintorni che in vacanza praticamente c’è già). Conto che, poco più di due ore dopo, tornerò al pub, e avrò giusto il tempo di passare da casa di D. per lasciare la borsa e darmi una rinfrescata, prima di uscire di nuovo.
Rientrando verso l’ufficio, incontro di nuovo lui.
Il p.d.m.
Questa volta, si sta dirigendo verso un altro edificio del campus, in compagnia del suo capo. Sotto il mio ombrello si ripara una mia amica e sua collega – la quale, ovviamente, non vuol farsi vedere dal capo dopo una pausa di due ore. Ignoriamo entrambi con eleganza. Un altro proiettile schivato.
Saluto tutti, e decido di chiamare un taxi, perché piove, e ho la borsa, e me lo posso permettere. Il taxi ha altri piani, e mi dice di aspettare 20 minuti.
20 minuti!
L’ansia comincia a salire, perché il p.d.m. prima o poi dovrà tornare indietro, e io dovrò attendere lì per un bel po’. Andrà tutto bene?
No.
Lui e il suo capo tornano, io sono ancora lì come un barbagianni ad attendere. Per educazione, soprattutto nei confronti del suo capo, faccio un cenno di saluto. Penso di essermela cavata con poco.
No.
No, questo buffone, che quasi un anno prima avevo preso a male parole, al quale avevo promesso che non l’avrei mai più contattato in vita mia, si è fermato a chiacchierare.
Hello, stranger!
Hi.
Paralizzata e allibita, l’ho sentito parlare del più e del meno, del suo recente viaggio in Australia, della bimba dei suoi amici che avevo conosciuto anche io.
Vai a Barcellona, eh? (non ti parlo da un anno e sai i miei programmi?!)
Scusate, ma io ho le prove della nostra ultima discussione, e del punto che ho messo. È stata un’illusione, tipo Fight Club?
Keep in touch!
(KEEP IN TOUCH?!?)
Il mio contributo alla conversazione è stato una sinfonia di eh… mmm… ah… ehm… Nice… OK… See you.
Avrei voluto essere un’altra persona, o quantomeno una me più preparata per questo tipo di incontro. Una che gli avrebbe detto: “scusa, chi cazzo ti conosce?”
Non è andata così. Io non ho MAI la risposta pronta, quando serve.

Fortunatamente, il resto della permanenza è stato migliore. Ho incontrato ex capo, che mi ha dedicato un’ora del suo tempo nonostante il braccio rotto (!), e gli amici a cui tenevo di più.
A chi mi fa notare che dico tanto che l’Inghilterra mi fa schifo ma son sempre là (che, per inciso, non è assolutamente vero), rispondo che sì, l’Inghilterra mi fa assai schifo. Mi fa schifo il clima, la qualità della vita. Ma i miei amici no. Quelli mi mancano ogni giorno.

     

      Si abbandona Albione (e il brutto tipo) e si torna in Toscana

La settimana scorsa sono uscita a cena con un gruppetto di persone. A un certo punto, quando ormai tutti hanno finito di mangiare, l’oste (chiamiamolo così) ci porta tre personaggi passati di lì per caso, e che – a suo avviso – si sarebbero trovati bene a fare due chiacchiere con noi davanti a un bicchiere di vino.
C’erano una volta una ragazza indiana, e un signore di Liverpool con il nipote.

E poi c’ero io, seduta di fronte al ragazzino di Liverpool.

Ora, chi non avesse dimestichezza col cosiddetto accento “scouse” mi creda sulla parola: è pressoché incomprensibile. Aggiungiamo che il protagonista è un ragazzo giovane e molto timido. E un po’ balbuziente.
Nonostante tutto, e nonostante le mie continue e imbarazzate richieste di ripetere (perché non capivo un cazzo, diciamolo), ci siamo intesi. Mi ha raccontato che avrebbe iniziato l’università a settembre. Io gli ho dato un po’ di consigli turistici su Bologna, che avrebbero visitato l’indomani.
Quando è stata ora, per me, di andare a casa, mi ha voluto abbracciare, lasciando di stucco lo zio.
Mi ha fatto sorridere. Chiaramente avevo di fronte un ragazzo, diciamo così, socially awkward, quasi sicuramente oscurato dallo zio chiassoso (il classico signore inglese di mezza età che incontreresti al bancone di un pub, rosso in volto dopo la sesta pinta), che trova interesse e attenzione da parte di una persona che forse gli piaceva un po’.
Ho fatto una fatica atroce per conversare, ma ne è valsa la pena.
Sembra una cazzata, ma essere gentili con gli altri fa bene.
(anche se non tutti se lo meritano).

A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

Gente di mare, che se ne va

Dopo innumerevoli tentativi, incessanti minacce, centinaia di CV spediti al continente, tra poco meno di una settimana lascerò quest’isola dimenticata da Dio. La mia personale Brexit è in procinto di diventare realtà.

Mi sembra incredibile. Ne ho parlato tanto, praticamente ho desiderato di andarmene dal momento in cui sono arrivata, eppure non riesco ad esaltarmi. Il lavoro che ho trovato in Italia è ottimo, almeno sulla carta. Vicino a casa, ma non troppo; ottimi benefit, probabili opportunità di carriera.
Quello che mi spaventa è il dover ricominciare da capo, di nuovo, in una nuova città. L’ho fatto quando mi sono trasferita in Australia, e l’ho rifatto quando sono arrivata qui. Mi è sempre andata bene, specialmente proprio qui, dove – per quanto io mi lamenti – ho trovato un gruppo di amici stupendi. Ce la farò di nuovo? E se i miei colleghi fossero una manica di stronzi? Se non mi trovassi bene?
Ma, alla fine, Oxford è un porto di mare: tutti, prima o poi, se ne vanno. Penso ad esempio a come era diverso il gruppo di amici “storici”, anche solo un paio di anni fa. Penso a chi se n’è andato fisicamente dalla città, e a chi semplicemente ha deciso di sparire.
Forse, egoisticamente parlando, è meglio partire. Ognuno, prima o poi, se ne andrà altrove. O forse è semplicemente più semplice pensarla così, perché la realtà è che, quando te ne vai, il mondo continua a girare, anche senza di te. Nessuno si ferma mentre raccogli i pezzi del tuo cuore spezzato, e nessuno si ferma se tu te ne vai.
Tornerò qui in estate, e già immagino che saranno cambiate cose. Qualcun’altro se ne sarà andato, o sarà in procinto di farlo.

Ieri ho salutato ex capo. Praticamente il primo addio “ufficiale”. Abbiamo passato un paio d’ore a bere birre e chiacchierare. Al momento dei saluti, mi ha gettato addosso una serie di complimenti che, detti da lui, per me valgono oro: è stato bellissimo lavorare con te, sei fantastica, ogni volta che faccio un colloquio a qualcuno penso “c’era una persona davvero bravissima…”. L’ho abbracciato, e poi sono corsa verso il bus col magone. Ex capo è stato papà, fratello, amico, mentore, e senza alcun dubbio il capo migliore della mia vita. Se fossero tutti così, lavorare sarebbe davvero un piacere.

L’altro giorno ho anche fatto l’ultimo pub quiz con la mia super squadra. E l’abbiamo vinto, grazie ad uno stupendo punto segnato dalla sottoscritta al tie-break. I fogli del quiz mi sono stati offerti come trofeo personale, non prima che i miei amici li arricchissero di messaggi carini per me. Non mi congratulerò mai abbastanza con me stessa per aver superato l’imbarazzo e la depressione del periodo di merda che stavo vivendo, ed aver chiesto i loro contatti prima che L. se ne andasse. In questi 6 ragazzi ho trovato un autentico tesoro.

La mia stanza è praticamente tutta impacchettata. Tra 2 giorni uscirò da quella porta per non tornare mai più. A nessuno importa niente, e per parte mia non provo altro che indifferenza. Non vedo l’ora di iniziare una nuova vita senza coinquilini.

Quanto alla mia dipartita da qui, ho cominciato a rendermi conto delle emozioni proprio quando ho salutato ex capo. A quel punto ho cominciato a mettermi nell’ordine di idee che tutte queste persone che vedo e sento ogni giorno presto spariranno dalla mia vita. Resteremo in contatto, ci rivedremo presto, ma sarà tutto in un’altra dimensione.
D’altra parte, negli ultimi 2 anni qui sentivo che la mia vita si era praticamente cristallizzata. Ero pronta ad andare via, e per questo non muovevo nulla. Non cambiavo casa perché tanto dicevo che l’avrei fatto solo quando avessi deciso di cambiare quantomeno città. A pensarci bene, ho perso molto tempo.

Quando l’ho detto al p.d.m., che era al corrente del mio iniziale colloquio per questo nuovo lavoro (fu 2 anni fa, quando eravamo ancora amici), ha detto che era una bella notizia, che sicuramente mi sentivo sollevata. “Anche tu sarai sollevato”, gli ho detto.
“Mi manchi nella mia vita. Sarà agrodolce quando il momento arriverà”. Agrodolce?!? Resta che non ha proferito parola, non ha chiesto nulla. Neanche io l’ho fatto, ad essere sinceri, ma quantomeno non gli ho mai neanche fatto presente che mi manca. Dopodomani lo vedrò per l’ultima volta.
Un paio di mesi fa mi aveva contattato per lamentarsi del fatto che non veniva invitato ad uscire – i veri amici ti contattano per queste cose importanti. Non avendo più alcun freno e/o bisogno di essere cortese con lui, gli ho spiegato chiaramente cose che già gli avevo spiegato, aggiungendo che basterebbe solo chiedere. Son pur sempre i suoi colleghi. Io me ne sono andata da un anno.
Ho colto la palla al balzo per sfoderare la mia anima scorpionica, informandolo che mi amareggiava il fatto di essere sostanzialmente accusata di tenerlo fuori dal giro (non mi amareggiava un bel niente, a dire il vero, a parte forse la sua faccia). Salta fuori che teme che gli altri sappiano della nostra storia, e questo potrebbe aver influito sull’opinione che hanno di lui. Ahah! Prima di tutto, se gli altri sapessero la storia, credo che riceverebbe un trattamento ben peggiore di un mancato invito al pub. In secondo luogo, e cosa più importante: ad avere la coscienza sporca si rischia di diventare paranoici. Attenzione!
Come sempre ci ha tenuto a farmi presente che conserva bellissimi ricordi dei bei tempi con me, e che gli manco. “Anche tu – gli ho detto – ma preferisco far finta di non averti neanche mai conosciuto, visto che non posso neanche parlarti in privato o vederti per una birra”.
Spera che la situazione migliorerà, un giorno. Beh, gran coglione, ecco fatto: come sempre, devo fare tutto io.
Ora però lui e lei a chi daranno la colpa quando le cose vanno male?
Risposta della mia amica che lo conosce: a te, perché sei andata via. Touchée.

Svalentinamente

La settimana scorsa, il web mi ha ricordato, era San Valentino.

La data, per quanto mi riguarda, è abbastanza fastidiosa (almeno per ora), per due motivi principali:

  • E’ il compleanno del mio ex migliore amico
  • E’ il giorno che ha segnato l’inizio della distorta e malata relazione col p.d.m.

Quindi no, non ce l’ho necessariamente con le coppie felici e le loro dolci effusioni, ma più velocemente passa la giornata e meglio è.

Quest’anno ho rispolverato una mia vecchia tradizione: San Valentino è la festa degli innamorati, ma per estensione potrebbe essere anche quella di coloro che se vojono bbbene. Gli amici, insomma. E da brava persona quale sono, ho inviato a tutti una deliziosa immagine del presidente Trump che fa gli auguri, e per alcuni fortunati ho anche comprato cioccolatini. Soprattutto era martedì, ovvero quiz night.
Ma io non volevo mangiare al pub, e nel frattempo nella mia testa si era insinuata la pazza idea del sushi. A quel punto, l’ipotesi di fare la figura della sfigata che va da sola al ristorante la sera di San Valentino non mi spaventava affatto. Se il sushi mi entra nel cervello, io devo mangiare sushi. Punto. Com’è, come non è, i miei fedeli amici F. e N. mi chiedono se avessi programmi per la serata. Dico del quiz, e accenno al sushi da sola.
N: “Vengo con te”. Eh? N è il tipico americano sospettoso dei cibi “etnici”, quindi rimango sorpresa (scopriremo poi che non voleva restare a casa a fare niente). F dice che chiede al moroso, ma è praticamente un sì al 110%, perché anche lei non sa resistere al sushi. E così, in 10 minuti, ho imbastito una cena di sushi a 4. E chi se ne frega del San Valentino, anche per F che sarebbe in coppia, ma festeggia con noi perché si può ingozzare.
Alla fine il quiz non c’era, ma gli amici sì. E la giornata è volata.

L’altro giorno mi sono messa a fare un po’ di stalking al p.d.m. Non dovrei, lo so. Forse l’ho fatto mentre riflettevo sul fatto che, da che ci conosciamo, ormai siamo al punto in cui siamo stati più a lungo nemici che amici. Durati pochissimo, e forse non valeva la pena stare tanto male. Senza forse.
Nella mia opera investigativa mi sono ovviamente tenuta alla larga da FB, il luogo più pericoloso per la salute mentale, perché anche io ho una dignità e non sono completamente pazza (credo). Ma ho intravisto il profilo LinkedIn. Non siamo connessi, realisticamente non ci sono validi motivi per farlo. Ho notato che la sua foto profilo è un selfie con la sua padroncina. Ora dico: non c’è bisogno di andare su Business Insider per sapere che la foto giusta per un profilo professionale non è un selfie, e soprattutto non è un selfie con un’altra persona. Di chi è sto profilo?
Generalmente ho poca tolleranza nei confronti di chi nel profilo FB usa una foto con il proprio partner (non mi esprimo neanche su quelli col profilo condiviso), perché puoi anche avere la relazione più stupenda della storia, e per questo ti invidio ovviamente, ma questo non dovrebbe annullare la tua individualità. Se tu ti chiami Pinco Pallino, il profilo dovrebbe essere tuo e di nessun altro. Magari una foto con gli amici, o la mamma, ogni tanto. Ma soprattutto la tua faccia, perdio! Ho appena fatto una carrellata dei miei amici, e ho notato che sono pochissimi quelli con le foto di coppia. Principalmente gente che usa FB pochissimo, e sicuramente non ha sbattimento di cambiare quella che magari è stata la prima foto profilo.
Ho anche fatto una carrellata delle mie connessioni LinkedIn, e ho appurato che, a parte qualche foto magari non proprio professionale, nessuno ha una foto dove compaia qualcun’altro (moglie/marito/figli/animali/creature di fantasia).
Non voglio formulare varie teorie secondo le quali lui sia stato plagiato da una strega, ma sicuramente qualcosa che non va c’è. Sicuramente non è la persona indipendente che vuol far credere di essere. Sicuramente, e questo non lo dico io che ormai non lo vedo e sento da mesi – lo dicono i suoi colleghi e miei amici – è cambiato. Si lamenta di non venire invitato agli eventi, e quando lo inviti non si presenta e non dice nulla. C’è una maniera di dire in inglese “non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”, ma non rende abbastanza l’idea.
Poi ho notato che è coinvolto in un’iniziativa professionale con un altro tizio del mio vecchio lavoro, uno odiato praticamente da tutti, e non sono rimasta sorpresa. I conti tornano. Ognuno ha gli amici che si merita, I guess.
Ma non preoccupiamoci di nulla, l’importante è che siamo connessi su FB, perché l’amicizia vera è lì!

Il consiglio del giorno: fate attenzione al brunch domenicale con 2 ore di prosecco illimitato.

A volte ritornano

Non scrivo da tanto. Un misto di mancanza di tempo (plausibile, avendo trascorso praticamente ogni weekend da qualche parte nel mondo che non fosse Oxford, e dovendo lavorare per il resto del tempo), e di mancanza di argomenti.

Potrei parlare del referendum e del mio primo voto all’estero. O della doccia in mezzo alla stanza nell’hotel di Vienna, o delle escape room (quella di Bologna batte quella di Oxford), o del lecca lecca alla ddddroooga di Amsterdam, o della valanga di acqua caduta dal cielo di Malaga. Potrei parlare un altro po’ delle Azzorre, o del Lake District e i colori dell’autunno, e un gruppo di amici belli che si lasciavano illuminare dal sole di un tramonto inglese come pochi ne ho visti da quando sono qui.
Potrei parlare del mio primo compleanno in Inghilterra, e di quanto piacere mi ha fatto riuscire a riunire tanti amici in un anonimo mercoledì di novembre. Ricevere biglietti, cioccolatini, una torta con le candeline, tanti abbracci e sorrisi. Io, che sempre fuggo per i compleanni, mi sono resa propriamente conto che qui non è poi male.
Potrei parlare dei 5 colloqui di lavoro in una settimana, e magari del nuovo lavoro che – scartoffie permettendo – inaugurerà il mio 2017. Ne ho bisogno. Dove sono ora non va. O meglio, il lavoro va, è tanta della gente che ci sta in mezzo che non va. Classico risultato di una fuga rocambolesca, ovvero prendo quello che prendo, pur di scappare. Diciamo che di una cosa sono sicura: con le grandi banche di investimento ho chiuso. Detesto il loro operato e la maniera in cui trattano i propri dipendenti (e io, per inciso, non sono un loro dipendente), e in generale rovinano il mondo. Soprattutto, nel mio caso specifico, detesto la loro totale mancanza di collegamento con la realtà, che tanti grattacapi mi ha dato e tuttora mi dà. Basta. Dall’anno prossimo si punta sulla matematica!

Dall’anno prossimo si dovrebbe tentare anche di far fuori in maniera definitiva certe palle al piede che non mollano. Il p.d.m. non demorde nella sua follia. Qualche settimana fa gli ho proposto un evento a cui sarei andata con una collega (non sia mai che io e lui usciamo soli), per tastare il terreno. “Purtroppo” non poteva in quanto in partenza per l’Australia (in realtà lo sapevo, e sapevo di cadere in piedi. Qualcosa avrò pure imparato dal re dei paraculi), ma gli averebbe fatto piacere vederci al suo ritorno, ovviamente su mio suggerimento. Appena atterrato mi ha scritto. L’urgenza di vedermi in settimana era dettata dal fatto che la sua padrona era ancora agli antipodi, e questo ci lasciava una ghiotta opportunità di vederci per un paio di losche birre. Mi ci è voluto un attimo a rispondergli perché mi erano cadute le braccia (e mi era scesa la catena), ma OK, vediamoci pure con massima urgenza. Abbiamo fatto gli amiconi e ci siamo salutati senza toccare nessun argomento delicato (tipo: che amicizia di merda è una dove ci evitiamo attivamente?). Ma a me le cose lasciate a metà danno abbastanza noia, e così gli ho detto (via messaggio, ché ormai è una gara a chi paraculeggia di più) che così non va, che non posso sempre essere io a prendere l’iniziativa, e che mi sono rotta i coglioni davvero (quest’ultima parte è un omissis).
“Ci provo, ma ho le mani legate”. E via la pappardella di come lui stia mettendo a rischio la sua relazione per mantenere un’amicizia con me (di quale amicizia parli?). Molto bene. Se queste sono le condizioni, non credo che correrai più rischi, in futuro.
Segue la solita pappardella sulla mia responsabilità nei di lei confronti (ebbbasta), e la chicca: però mi farebbe piacere che ci riconnettessimo su FB. E’ strano vederti nelle foto degli altri e avere l’impressione che io sia uno sconosciuto. Uhm… E qui ho preso tempo, perché qualunque cosa mi venisse in mente avrebbe scatenato ulteriori vespai. Cose tipo: ma perché, io e te ci conosciamo? Oppure: ti vuoi fare i cazzi miei senza dovermi parlare? O anche: beh, ti aggiungeresti alla folta schiera di “amici” che stanno lì ma ai quali raramente rivolgo la parola. Benvenuto.
Mi sono riservata il diritto di pensarci e fargli sapere più avanti. Su FB non custodisco certo segreti di stato, e fondamentalmente non mi importa molto se lui può vedere le mie foto (fermo restando che lui resterà bloccato a vita), ma fatico a capire il senso di questa cosa. Però il lato buono che purtroppo mi domina gli vorrebbe dare questo contentino. Chissà perché è così importante per lui.

Ad ogni modo, questa cosa del rendez-vous l’ho fatta soprattutto per me. Un anno e mezzo di counselling e lavoro per ricostruirmi, e devo pur verificare come stanno le cose. Ho constatato con piacere che riesco a vedere la situazione in maniera perlopiù distaccata. Quando lui mi dice che gli mancano i momenti che passava con me, io penso che a me invece non mancano. O meglio, è un ricordo che rimane nel passato, e verso il quale non provo più nostalgia. E’ una cosa che deve essersi affinata col tempo, perché provo lo stesso nei confronti di molte cose: se, per esempio, 10 anni fa avevo nostalgia dell’Australia, e stavo male perché volevo tornarci ad ogni costo, oggi ripenso a quell’esperienza come una cosa bellissima che fa parte del passato, e lì deve restare. Avrò sempre con me ricordi bellissimi, abbinati però alla consapevolezza che quei momenti non possono tornare, e sarebbe stupido desiderarlo.
Le cose cambiano, le persone altrettanto. Ovviamente avrei piacere di riprendere i contatti con una persona alla quale tenevo molto, e forse un po’ ci tengo tuttora, altrimenti non mi impegnerei tanto a cercare di sistemare le cose, e non me la prenderei quando ricevo certe risposte. Ma siamo al fragile punto di rottura in cui ormai non fa differenza sia che si ritorni in contatto, sia che ci si mandi reciprocamente affanculo. E secondo me lui questa cosa non l’ha capita. Non ha nemmeno capito che non siamo più amici. Forse dovrei smetterla di essere diplomatica e dirgli le cose come stanno.

Nel frattempo, da un angolino nascosto del mio torbido passato, è tornato a spuntare il mitico Brendan detto Robby, il personaggio che tanto filo da torcere mi diede nei miei primi anni australiani. Uno stronzo di prima categoria, ma che ritengo avesse comunque molta più onestà intellettuale del p.d.m. Uno che, accidenti a lui, mi eliminò da FB anni fa. Avrei voluto farlo io per prima.
Ebbene, questo signore è rispuntato su Instagram, e ora mi segue. E fa pure belle foto, e ha il “mi piace” facile. Chissà che vuole. Magari anche a lui mancano i bei vecchi tempi.

L’estate è finita

Lo dico senza particolare tristezza, perché quest’isola dimenticata da Dio ha messo in scena una inaspettata settimana di fine estate pressoché perfetta.
OK, metà settimana l’ho trascorsa tra le quattro mura di una vecchia scuola di Leeds, ma c’era il sole, e un bel caldo (un po’ troppo caldo in effetti, per un palazzo senza aria condizionata), e la semplice sorpresa di trovarsi con temperature vicine ai 30°C, in Inghilterra, in settembre. Cose mai viste.

Se le previsioni sono giuste, tutto finirà domani. E quindi oggi mi sono concessa un ultimo sfizio: un paio di birrette in un pub all’aperto, avvolta dalla luce tenue del sole d’autunno. Abbastanza caldo da poter stare all’aperto in maglietta, ma con la sensazione di poter scorgere la foschia di ottobre all’orizzonte. Ché, ve l’ho già detto, qui l’autunno arriva prima.

In questi giorni, ho cercato di mettere in pratica il mio buon proposito di capodanno: leggere di più. Dopo anni che se ne stava parcheggiato in libreria, ho preso in mano Oceano Mare di Baricco. Un libercolo apparentemente leggero, ma in effetti leggero solo di peso. Ho cominciato a fare orecchie qua e là per ricordare i passaggi che più mi sono piaciuti. Ad oggi il più toccante è sicuramente questo:

         Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate della corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

La vita sarebbe dolce.

Dolce come un ricordo.
L’altro giorno ascoltavo un podcast di Deejay Chiama Italia, e alla fine dell’intervento partiva una canzone. Immagino sia stata famosa l’anno scorso, ma per me è semplicemente la colonna sonora del mio viaggio in Australia.
Qantas ha questa bella abitudine (che sinceramente non ricordavo): creare delle playlist mensili, che suonano nella cabina durante l’imbarco e la discesa. Meglio di quella lagna alienante di British Airways, anche se devo dire che le canzoni datate di Sata Air Açores avevano un loro perché.
E allora questo pezzo, che forse era il primo della playlist, o semplicemente ha catturato la mia attenzione più di altri, per me ha il dolce ricordo di una fredda sera del novembre inglese, seguito da una calda notte del novembre di Perth. E ha l’agrodolce ricordo di un assolato pomeriggio di Sydney, e di una buia mattina di Londra. Quante cose, in pochi minuti di musica.

 

Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

Agostunno

Nella ridente Inghilterra, che ci crediate o no, è già iniziato l’autunno.
Partiamo dal presupposto che, per quanto mi riguarda, l’estate finisce quando inizia, ovverosia quando, circa dal 21 giugno in avanti, le giornate iniziano ad accorciarsi. Credo di aver adottato questa filosofia appunto da quando sono qui. Perché, innanzitutto, in questo paese l’estate non esiste. E dunque sono solo contenta quando scatta il solstizio, e so che questa pena di stagione farlocca si avvia lentamente al termine. Ma anche perché le stagioni procedono in maniera diversa rispetto al Mediterraneo. Qui si nota in maniera molto chiara come si allunghino le giornate fino a culminare a giugno. E si nota altrettanto chiaramente come, in maniera repentina, comincino ad accorciarsi dopo il solstizio. La luce, ad agosto, è già quella che in Italia vedremmo a settembre.

Accolgo questo passaggio con un misto di malinconia e speranza. Malinconia perché mi rendo conto che, come cantavano i Righeira (!): “L’estate sta finendo, e un anno se ne va”. Ed è vero. Ho già detto che per me (e presumo per molti) settembre è come l’inizio dell’anno, ed evidentemente agosto diventa quello spartiacque tra il prima e il dopo. Un momento per riflettere su quello che ho combinato durante l’anno. Che alla fine non è molto (salvo stabilire il mio nuovo record di numero di paesi visitati in un anno).
Speranza perché, come sempre, voglio credere che inizierà qualcosa di nuovo, che cambieranno cose, che la vita diventerà migliore.

Vorrei avere lo spirito di love2lie, che dice: “Per una volta ho deciso di fregarmene e vivere qualche cosa che fosse buono solo per me, senza spiegare niente a nessuno, per autogratificarmi”.
Ecco, io non ci riesco. Che non vuol dire che un atteggiamento sia giusto o sbagliato. Semplicemente non ce la faccio. Se ci riuscissi, forse starei meno incastrata nella mia testa e vivrei un po’ più serena. Forse. Ma forse non sarei io.

Che ci crediate o no, non mi sono ancora scrollata di dosso il p.d.m. C’è una specie di connessione malata e malsana che ci impedisce di liberarci definitivamente l’uno dell’altra. Io ho fatto del mio meglio, eh. Ho smesso di contattarlo, l’ho rimosso da tutti i social esistenti sul pianeta, lo escludo da ogni evento che coinvolga i nostri amici comuni, e quando è coinvolto lo tratto male. Salvo poi pensare che un po’ mi manca, e oddiononsaròstatatroppocattiva e vabbè ma vaffanculo. Un rapporto evidentemente molto sano.
Prima di partire per un weekend fuori porta, due settimane fa, me lo sono ritrovato tra i piedi con consorte. Ho fatto del mio meglio per ridurre al minimo le interazioni, e ho pensato di far bene, visto anche che lei ogni tanto mi lanciava certi sguardi affilati che neanche la scimitarra del Califfo. Ovviamente mi è anche salito il nervoso, e quindi a un certo punto ho levato le tende, e, con un messaggio che forse avrei potuto evitarmi, gli ho detto che la situazione era ridicola e non poteva funzionare. Scambio di opinioni abbastanza acido, ma niente. Nessuno dei due vuole tagliare.
A volte penso che in tutto questo tempo siamo sempre stati troppo diplomatici ed educati. Spiegazioni su spiegazioni su spiegazioni… Ci sarebbe materiale a sufficienza per un dibattito strutturato, col moderatore e il pubblico. Quando, forse, ci sarebbe solo voluta una bella litigata come Dio comanda. Con insulti, urla ed eventualmente qualche calcio in culo. C’è ancora troppa rabbia repressa qui in giro, e la diplomazia non è la maniera per sfogarla.
Quanto tempo perso.

L’altro giorno ho letto l’oroscopo (eh, cosa volete che vi dica… son tempi duri). Questo passaggio mi ha colpito, perché io l’ho letto in una maniera, e l’amica a cui l’ho passato mi ha dato un’altra opinione:
“Sta cambiando lo scenario, non fare resistenze. Soprattutto chi non riesce a trovare un amore da tempo, deve rompere il sortilegio del “non mi vuole nessuno” con la consapevolezza che forse a        volte sei troppo esigente o troppo sfiduciata dalle relazioni. Le giornate di Ferragosto e quelle del fine settimana dal 19 al 21 possono portare un incontro importante, basta che metti da parte gli      ideali e accogli una diversità che non è limite ma arricchimento di ciò che già sei”.

Ora, io ci ho letto una cosa tipo mia madre che si rammarica del fatto che io sia, appunto, troppo esigente (sfiduciata non lo sa, ma anche quello è molto vero). Il classico “non ti va bene nessuno! Rimarrai zitella!” (eh, pazienza. C’è troppa gente in giro che non sa il congiuntivo, o la differenza tra you’re/your).
L’amica con cui l’ho condiviso ha invece offerto la sua interpretazione: “Sta dicendo di smetterla di pensare a un coglione che hai idealizzato e di rapportarti con la realtà in modo positivo”.

E come cazzo si fa??? [a rapportarsi alla realtà in modo positivo, intendo. Quando l’estate è già autunno].

Tra 10 giorni vado alle Azzorre. Magari in una caldera nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico troverò la risposta.

Bologna

L’altro giorno era il 2 agosto, che a Bologna, da 36 anni, non è un giorno qualunque d’estate. E’ il giorno in cui, come ho letto ieri da qualche parte, sono finiti i sogni.

Come sempre, come ogni anno dal 1980 in poi, il 2 agosto Bologna si ferma, e ricorda le sue vittime. Gli 85 morti, gli oltre 200 feriti, ma anche i famigliari, i soccorritori, la città intera. L’Italia.
Come sempre, come ogni danno dal 1980 in poi, chiediamo risposte, e giustizia. Ogni maledetto anno, governi di qualunque colore vengono coperti di fischi, perché non è possibile che dopo 36 anni ancora non siamo considerati degni di sapere com’è veramente andata. Che valga sempre la regola tutta italica del non dire nulla per non pestare i piedi sbagliati.
Che poi, mi domando: al di là degli esecutori materiali (ovviamente ignobili criminali), quelli che sanno come sono andate le cose come fanno a vivere con loro stessi? A portarsi appresso il peso di centinaia di vite distrutte? Lo so, la risposta è semplice: se non hai una coscienza, vivi sereno.

Io non c’ero ancora, quel 2 agosto, eppure mi sembra di aver vissuto quel giorno. Ogni volta mi si stringe il cuore, per il dolore e la rabbia, vedendo le immagini, leggendo i racconti, leggendo le storie delle vittime. Sentendo le storie degli amici che l’hanno scampata per un pelo (un treno in ritardo, un cambio di programma… Quanto è potente il destino). Sentendo mio padre che racconta di un tizio incontrato sotto i portici in paese, un soldato che stava tornando a casa, e anche lui l’aveva scampata, ma correva coperto di sangue dicendo che era esplosa la stazione, che era saltata per aria una caldaia (la prima versione ufficiale).
Sarà che Bologna è casa, che sono entrata ed uscita da quella stazione ogni giorno per anni, e forse quel pensiero c’è sempre stato, di cosa era successo in quel luogo, qualche anno prima. Che poi speri sempre che non succeda di nuovo.

Ieri leggevo questo articolo, che parla di una mostra fotografica intitolata “Due Minuti Dopo”, organizzata dal Collegio bolognese degli Infermieri. La mostra raccoglie scatti che raccontano la strage dal punto di vista dei soccorritori: le decine di medici ed infermieri, tra cui anche molti rientrati di corsa dalle ferie per dare una mano nell’emergenza, ma anche i tanti cittadini volontari.
“C’è l’autobus 37 – recita l’articolo – che divenne un’ambulanza quando i mezzi di soccorso si rivelarono insufficienti a caricare morti e feriti, e ci sono gli infermieri che si fanno largo tra le macerie. Ma c’è anche il dolore e lo sgomento impresso sui volti di chi, quel giorno, lavorava in ospedale, e fece fatica a dormire per mesi, poi, al ricordo delle famiglie disperate che piangevano i propri cari uccisi nella strage”.
Guardavo le foto, e mi veniva da piangere. Vedendo il caos, e la tanta gente coinvolta, un dilagare di umanità ferita, di gente che senza esitazione si aiutava.
Pensavo a cosa avrei fatto io. Realisticamente, pensavo a cosa farei io.

Possibile che non abbiamo imparato nulla? Che per far uscire la compassione e il senso di unità dobbiamo prima ammazzarci tra di noi?

 

Bologna panorama

 

[Prometto che il prossimo post affronterà argomenti meno impegnativi!]

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