La crisi di mezza età

Credo che mi stia prendendo in pieno. Ho iniziato il nuovo anno, nonché il nuovo decennio, facendo una marea di cazzate. Pensando una marea di cazzate. Incazzandomi per una marea di cazzate.

Da un lato, mi convinco che dovrei rimettermi a studiare, a impegnare la mente con conoscenza nuova, progetti nuovi, saperi nuovi, e contemporaneamente liberarla con la meditazione (che sto provando ad implementare nella quotidianità). Dall’altro lato, nella vita vera, passo le giornate a guardare serie TV su Netflix (e ho pure finito Lucifer), ignorando le pile di libri che potrei/dovrei leggere, i tarocchi che dovrei imparare, il diario che dovrei cominciare a scrivere. L’ordine fisico e mentale che dovrei ricercare.

Mi aggiro su Tinder cercando non si sa cosa, forse la compagnia che all’improvviso mi sembra necessaria perché chissà, alla fine non sono l’isola che pensavo di essere. Ma magari è solo una malinconia passeggera, come questo gennaio che non finisce mai.

Tengo a debita distanza quelli che dimostrano interesse nei miei confronti, e mi preoccupo di preoccuparmi di quelli che chiaramente pensano ad altro, perché come sempre voglio quello che non posso avere e snobbo la tranquillità. Ovviamente poi me ne lamento, e torno ad incazzarmi. Un circolo vizioso infinito ed ingestibile.

Continuo a chiedermi se la gratitudine sia la conseguenza della felicità, o viceversa. E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Non vedo l’ora che sia la fine del mese. Non vedo l’ora di fare un giro a Milano, in compagnia di qualcuno che forse mi farà riacquistare fiducia nel genere umano. Salvo poi tornare a deprimermi, perché lui è un esemplare unico, e la maggioranza (percepita) vale davvero poco.

Non se ne esce, ragazzi. Ho bisogno che riparta al più presto la stagione dei concerti.

On air: La Superluna di Drone Kong – Futuro Ascetico

Statistiche inutili

Come sempre temporeggio (bevendo spuma), ma prima della fine dell’anno mi era venuta voglia di fare una lista di statistiche a caso sulla mia decade appena terminata. E quindi, ecco qui una inutile lista di “random facts” su questi ultimi 10 anni:

  • Paesi in cui ho vissuto: 3
  • Miglia percorse in aereo: incalcolabili. Mi sento decisamente responsabile per una bella fetta di riscaldamento globale. Ma almeno posso dire che per questi 10 anni ho vissuto senza auto (#sipuòfare)
  • Numero di volte in cui sono quasi morta (e me ne sono resa conto): 2
  • Pinguini avvistati: molti, ma mai abbastanza
  • Squali balena avvistati: uno solo. Magico.
  • Paesi visitati: 18, se ho fatto bene i conti
  • Lavori svolti: 11 (forse qualcosa in più, se conteggiamo le chiamate di mezza giornata)
  • Visite al pronto soccorso: 2
  • Fratture: 1 (la prima della mia vita)
  • Fritture: parecchie, di tutti i tipi
  • Litri di alcol consumati: anche qui, calcolo impossibile. Non credo ci sia da vantarsene
  • Post su Instagram: 1210
  • Amici rimossi da Facebook (ma soprattutto dalla vita vera): 3 (di quelli sui quali avevo anche investito energia), più altri conoscenti random e di poco conto
  • Imprecazioni urlate, bisbigliate, o solo pensate: meglio lasciar perdere
  • Foto scattate a Maroubra: ci potrei riempire calendari giornalieri anche per il prossimo decennio
  • Pub visitati a Oxford, sui circa 60 rapprsentati in questa bella stampa (che avrei dovuto comprare…): 49. Un buon numero, direi. E poi qui ne mancano anche alcuni…
  • Concerti visti: moltissimi. I soldi spesi meglio nella vita.
  • Concerti degli U2: 7
  • Partecipazioni a concorsi pubblici: 2
  • Tornei di UNO che hanno comportato l’espulsione da piccole città australiane: 1 (UNO!)
  • Matrimoni (da invitata): 9
  • Matrimoni (da sposa): 0
  • Partecipazioni a balli in college: 1. Epico.
  • DJ10 camminate: 2
  • DJ10 corse: ovviamente 0
  • Vittorie al pub quiz: ho perso il conto…
  • Mia band del decennio (secondo Spotify): The Killers
  • Manufatti in ceramica realizzati a mano: direi una ventina
  • Miglior lavoro del decennio: 6 mesi da volontaria a Greenpeace Sydney
  • Miglior capo del decennio (ma diciamo pure della vita): Scott
  • Post più inutile del decennio: probabilmente questo

On air: The Killers – Rut

Nel dubbio, abbraccia il tuo capo

Ma solo se gli vuoi bene, cosa sicuramente poco scontata.
Ieri, in quel paese favoloso che sono gli Stati Uniti d’America, si festeggiava il National Boss Day. L’ho scoperto per caso, cazzeggiando su Twitter, e ho subito riportato la cosa al mio ex capo di Oxford. Quello a cui ho voluto, e voglio tutt’ora, tantissimo bene. Quello che vince a mani basse il titolo di miglior capo della storia, e che mi manca ogni giorno che entro in ufficio e non lo trovo – cioè da quasi 4 anni a questa parte.
Mi ha ringraziato, domandandosi poi che razza di mondo è questo, dove ci dobbiamo inventare una giornata per celebrare i capi. E ha aggiunto che era felice di essersene andato prima di me, perché non avrebbe retto il colpo della mia partenza. In una giornata in cui stavo vedendo tutto nero, quel messaggio mi ha riacceso la luce. Affetto, e soprattutto stima, erano ciò di cui avevo bisogno ieri. Di cui sto avendo bisogno ultimamente. E lui c’è sempre, per ricordarmi quanto valgo.

Ho trascorso il weekend a Milano. Inutile addentrarsi nuovamente nell’argomento. L’esperimento “online dating” è fallito, e continuerà a fallire fino a che non avrò risolto le mie questioni con la Madunina. Oppure fino a che non sarà spuntato un nuovo elemento a spazzare via tutto. I candidati attuali non sono all’altezza manco per niente. E, visti certi momenti che ho vissuto tra sabato e domenica, affermo con certezza che serve veramente un candidato molto ma molto valido.

Per ora, tenterò di fare questo piccolo esercizio per aumentare l’ottimismo, che non è decisamente una delle mie migliori qualità. Ho una Moleskine rossa, nuova fiammante, bellissimo regalo, che non vede l’ora di essere sfruttata per qualcosa che abbia senso. Che può essere questo, ma anche la mia nuova avventura, nella quale sto cercando di buttarmi perché secondo me l’universo vuole così: la lettura dei tarocchi. Stay tuned…

On air: Tre Allegri Ragazzi Morti – Bengala

Innamorarsi a Milano (part 2)

A poco più di un anno fa risale uno dei miei ultimi post, che parlava, tra le altre cose, delle mie scorribande in giro per Milano. Si intitolava “Innamorarsi a Milano“, e riassumeva il mio rapporto di amore-odio con la città. Un rapporto che cominciava più a propendere verso l’amore, o quantomeno l’apprezzamento (“io ti amo, e poi ti odio, e poi ti amo, e poi ti odio, e poi ti apprezzo” come cantavano gli Elii).

La mia personale guida milanese è forse la ragione principale che mi spinge a cercare di trovarmi spesso in area meneghina, per le più disparate ragioni (lavoro, matrimoni organizzati a centinaia di km di distanza – ma per arrivarci devo passare da lì… – concerti, treni in coincidenza…).
La mia personale guida milanese è il classico “ragazzo da sposare”: intelligente, gentile e cortese con tutti, disponibile anche con i miei amici a rimorchio, sempre sul pezzo se c’è da organizzare qualcosa per la mia permanenza, dal trasporto alla cena alla visita culturale. Devi raggiungerlo a casa? Ti viene a prendere in stazione. Si deve uscire presto la mattina e non ti può fare il caffè? Ti paga la colazione al bar.
Mi sento di affermare con un 98.7% di sicurezza che quasi qualsiasi donna che abbia avuto a che fare con lui se ne sia innamorata. E’ il sogno proibito delle mie amiche che l’hanno conosciuto quando l’ho conosciuto io, e ha fatto innamorare le mie amiche che non lo conoscevano fino a poco tempo fa. Nella mia classifica degli uomini da sposare si trova al terzo posto, dietro a Hugh Jackman (foto mia!) e Keanu Reeves. E sento di avere molte più probabilità di sposare Keanu Reeves.
Perché lui non ha bisogno di nessuno. O almeno, questa è la teoria delle sue fans. Non gioca nell’altra squadra. Semplicemente, non gioca. Il ché è un vero peccato, ma, allo stesso tempo, una consolazione. Al grido di “mal comune mezzo gaudio”, penso che, se non posso averlo io, è giusto che non possa averlo nessuna. Tiè!

A parlarne così, forse sembro davvero innamorata. Non lo sono. Nella mia testa è tutto ordinato in maniera razionale. Mi piacerebbe illudermi, ma mi sa che sono troppo vecchia e indurita. Per il momento, mi basta qualche serata insieme. Un aperitivo a casa e lavare i piatti, ascoltare musica di merda, chiacchierare. Gingillarsi col pensiero di ciò che non sarà mai, senza perdere il controllo.

Side note: a seguito dei miei ultimi scritti, che risalgono al viaggio a New York dell’anno scorso, segnalo poco.
1. Ho finalmente friendzonato una persona che mi stava addosso da mesi. Non sapevo bene come fare, dato che di solito in friendzone ci finisco io, ed è stato un processo lungo e complesso. Il risultato è che l’amicizia a mio avviso è compromessa (e vorrei sottolineare che io ero sempre stata piuttosto chiara sul fatto di non essere interessata a lui se non come amico… o almeno così pensavo). Ma direi che l’ha presa meglio del previsto, dato che i miei agenti segreti mi dicono che si è già trovato un rimpiazzo. Se questo fosse vero amore… Teniamo però conto che questa persona secondo me odia(va) la mia guida milanese (essendosi fatto dei viaggi sicuramente più grossi dei miei), quindi… Ma va va va va.
2. Sto per prenotare un viaggetto qui… Se esistesse davvero la serendipity, sul volo interno dovrei ritrovare il bel pilota di 4 anni fa… Quasi quasi prenoto di nuovo in business.

On air: The John Butler Trio – Tahitian Blue

Bright lights, big city

New York non è ospitale. E’ molto grande e non ha cuore. Non è incantevole, non è amichevole. E’ frenetica, rumorosa e caotica, un luogo difficile, avido, incerto. New York non fa nulla per chi come noi è incline ad amarla, tranne far entrare dentro il nostro cuore una nostalgia di casa che ci sconcerta quando ci allontaniamo e ci domandiamo perché siamo inquieti. A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

– Maeve Brennan

 

Un paio di settimane fa sono tornata a New York. Mancavo da ben 6 anni.
E pensare che per tanto tempo l’ho snobbata, ritenendola un luogo che sì, forse poteva essere interessante, ma sicuramente l’America poteva offrire di meglio. 
New York è esattamente come descritto in questo trafiletto, ripreso da un libro che mi è arrivato poco dopo essere tornata dal viaggio (che tempismo!). E’ grande, incasinata, per certi versi minacciosa – coi suoi palazzi altissimi, i tombini fumanti, i tunnel scuri della metropolitana – ha un clima strano, estremo. Viverci non è semplice, ti porta via tanta energia. Eppure… Eppure, quando te ne vai, ti manca. 
Tornandoci, ho notato con piacere di ricordare ancora molto, di sapermi muovere bene.
Ho notato molti cambiamenti, come ad esempio nella zona del World Trade Center. L’ultima volta che ci ero stata, era un grande cantiere. Ora lo è ancora, ma qualcosa è stato terminato. One World Trade Centre, l’edificio più alto, l’osservatorio su tutta la città. L’ascensore più veloce, il più del più… E, ovviamente, il centro commerciale poco distante. Quello che ha catturato l’attenzione di metà del mio gruppo, quella venuta per lo shopping selvaggio e il pendolarismo Times Square – 5th Avenue.
Se c’è un posto che detesto a New York è Times Square. Le luci al neon sono belle viste una volta. Poi però i miei occhi si focalizzano sui ristoranti turistici, i negozietti di souvenir brutti, la troppa gente. Quando abitavo a New York, ogni tanto andavo al cinema da queste parti. Diversamente, Times Square era solo la stazione di scambio della metro che prendevo per andare a lavorare. 
A metà vacanza, ho cambiato hotel. Avevo prenotato un posticino in Upper West Side, e finalmente ho iniziato a respirare. Strade ampie, case bellissime e ancora addobbate per Halloween, caffè e ristoranti finalmente uno diverso dall’altro. Era come essere in un’altra città.
Ed era come non essere in città il Giardino Botanico del Bronx. Un’oasi di natura a poca distanza da Manhattan. Il regno del foliage, che tanto attira i viaggiatori in questa parte del mondo. Mentre nel resto della città si correva la maratona, io passeggiavo in un fazzoletto di foresta nativa, conservata uguale a prima dell’arrivo europeo in nord America. 

Foliage

L’East Village non è cambiato per nulla, invece. I suoi murales al loro posto, i negozi, i miei ristoranti preferiti, le avenues larghe e poco trafficate, le strade alberate. Tutto lì, dove lo avevo lasciato. E dove avevo lasciato un frammentino di cuore.

Oggi compio l’ennesima rivoluzione attorno al sole. Comincio ad abituarmi all’idea che Firenze sia casa.

Ma resta il fatto che
A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

Innamorarsi a Milano

Le ultime due settimane le ho trascorse in un piccolo universo parallelo, fatto di festival estivi e piccole esplorazioni cittadine. Inutile dire che il ritorno alla realtà mi ha gettato nello sconforto, specie alla luce del fatto che, fino ad ottobre, non ci saranno altri concerti in vista (forse).

Firenze ci ha regalato una 3 giorni rock metal un po’ nostalgica. I più giovani partecipanti erano i Foo Fighters, che sono poi anche stati gli unici che ho deciso di vedere. La mia coinquilina di Sydney era perdutamente innamorata di Dave Grohl (forse lo è ancora?). Una mia cara amica detesta Dave Grohl perché parla male di Bono. Per questa ragione, lo dovrei detestare anche io. Ma è bravo, e quindi ignoro gli insulti al mio unico dio.
I FF sono un bel gruppo, ottimi musicisti polistrumentisti, evidentemente amano molto esibirsi dal vivo (credo li abbiano rimossi dal palco con la forza), e fanno molto ridere. Nel loro momento cover band, hanno cantato le parole di Jump di Van Halen sulla musica di Imagine (una delle canzoni dei Beatles che mi piacciono meno in assoluto): il risultato è stato esilarante. Jump, una canzone di speranza.
Ci hanno anche regalato un breve momento in compagnia dei Guns’n’Roses (headliner del giorno dopo), portando sul palco un imbolsito Axl Rose al quale non avrei mai dato i miei soldi.

La settimana scorsa è stata la volta del concerto che aspettavo da anni: una persona normale direbbe Pearl Jam, io dico The Killers. Come già annunciato qualche tempo fa, amo molto questi giovanotti di Las Vegas. Che avevo colpevolmente ammirato dal vivo solo una volta nella vita (una volta fatta di mille peripezie), e che non vedevo l’ora di riabbracciare.
Prima di loro, sul palco allestito in mezzo alle campagne dell’hinterland milanese, il fratello Gallagher più antipatico – c’è chi dice però il più bello, ma secondo me Noel sta invecchiando meglio del previsto. Liam, vestito del suo classico k-way, ha praticamente cantato un 75% di scaletta degli Oasis, e quindi l’ho tollerato.
Ma io ero lì per i lustrini, le luci al neon, i coriandoli, e le stelle filanti, e Brandon Flowers fasciato in un completo dorato. È stata una bellissima festa, nel vero senso della parola (il golden boy compiva gli anni quella sera). Durata troppo poco, ma sufficiente a riaccendere definitivamente la scintilla del vero amore.
“Ora vi canto l’ultima canzone” – ci ha detto Brandon a un certo punto
“NO!” – ha risposto in coro il pubblico che non aveva alcuna voglia di andarsene
“Ma io devo tornare alla mia vita, e voi dovete tornare alla vostra!” – ha ribattuto lui.
Eh no, caro. La mia vita fa schifo. Tornaci tu alla mia!
Mi sono incamminata verso la metropolitana pensando che vorrei diventare una loro groupie. Sì, voglio andare in tour con i Killers.
In attesa di poter avverare il mio sogno, tiro avanti a colpi di interviste, videoclip, video di concerti, playlist di Spotify. Io e Brandon Flowers siamo coetanei, ma ultimamente mi sembra di avere circa 20 anni in meno di quelli che ho. Grazie, BF.

Venerdì è stata la volta dei Pearl Jam. Non li avevo mai visti, e mi sentivo un po’ in soggezione, perché ero gravemente impreparata rispetto ai loro fan di vecchia data (diciamo il 98% del pubblico). Ma ne è valsa la pena. Eddie Vedder è l’unico sopravvissuto di quel famoso trio di Seattle che includeva Nirvana e Soundgarden – decisamente mi sembra in forma, e invecchiato molto meglio di Axl Rose, però insomma, non si sa mai… La musica splendida, lui che si era preparato i fogli per parlarci in italiano, il festeggiamento per l’anniversario di matrimonio, una voce fantastica. Peccato solo per quei testi incomprensibili, che poi culminano con questa spettacolare travisata.
Che, tra l’altro, è stata la chiusura del concerto. E io l’ho cantata col testo travisato. Perdonami, Eddie, ma ho riso tantissimo.

Ho infine trascorso il sabato portata in giro per Milano da un amico al quale proporrei un secondo lavoro come guida turistica. Non era la prima volta che succedeva. È evidente che lui ami la sua città, e girare con lui la sta facendo apprezzare (amare forse è un po’ esagerato) anche a me. È bello sentirsi raccontare storie, perché quella strada si chiama così, com’erano i navigli una volta, e come potrebbero essere in futuro. Intrufolarsi nei cortili per sbirciare le case di ringhiera, che da fuori sembrano anonimi palazzi cittadini, e dentro sono piccoli mondi colorati fatti di balconi di ferro e piante e fiori. Entrare negli spazi creativi della Milano del design (!) e giocare sui dondoli.

Smetto di sognare ad occhi aperti e vado a chiudere lo zaino, ché stasera si va in Inghilterra. Giusto per non perdere il vizio.

On air: The Killers – Shot At The Night

Incontri ravvicinati del brutto tipo

A cavallo delle vacanze di Pasqua, sono tornata nella Perfida Albione. C’era un concerto (che poi non c’è stato), e mi è bastata come scusa per prenotare un aereo e andare a trovare gli amici.

Mentre ci accingevamo a scendere su Londra, mi sono ricordata vari motivi per cui quel paese non mi manca affatto: “It is a fine morning in London, light breeze, 5 degrees Celsius”. A Firenze ne avevo lasciati poco meno di 20. Dal finestrino, che vedevo poco, avendo il famigerato middle seat, ho iniziato a scorgere le file di casette tutte uguali della periferia londinese. Quanta tristezza, quanta bruttura. Quelle casette di mattoncini rossi della rivoluzione industriale, tutte uguali, piccole e umide.
Ben arrivata.
Mi avvio verso la campagna, inizia a piovere. Piove e smette, e ricomincia, e smette, e tira il vento. Grande classico.
Arrivo in paese. Ho un’oretta da perdere prima di incontrare gli amici per pranzo, così mi parcheggio in un caffè del mio vecchio quartiere. Prendo una tazza di Earl Grey a 200 gradi, leggo cose qua e là sul cellulare. Alzo un attimo lo sguardo, e vedo che sulla strada sta passando lui. Proprio lui.
Il p.d.m.
Oppebbacco.
Vederlo col sacchettino di un supermercato mi rassicura sul fatto che non sarà dei nostri a pranzo (non che avessi dubbi). Mi dico che ci sta, visto che il posto di lavoro è lì vicino. E poi poteva anche andare peggio, potevo proprio incontrarlo davvero, faccia a faccia.
Mi avvio verso il vecchio lavoro. Incontro gente che mi chiede se sono tornata (NO!). Si va al solito pub per un pranzo di due ore e più (è il giorno prima delle vacanze, e c’è molta gente dei dintorni che in vacanza praticamente c’è già). Conto che, poco più di due ore dopo, tornerò al pub, e avrò giusto il tempo di passare da casa di D. per lasciare la borsa e darmi una rinfrescata, prima di uscire di nuovo.
Rientrando verso l’ufficio, incontro di nuovo lui.
Il p.d.m.
Questa volta, si sta dirigendo verso un altro edificio del campus, in compagnia del suo capo. Sotto il mio ombrello si ripara una mia amica e sua collega – la quale, ovviamente, non vuol farsi vedere dal capo dopo una pausa di due ore. Ignoriamo entrambi con eleganza. Un altro proiettile schivato.
Saluto tutti, e decido di chiamare un taxi, perché piove, e ho la borsa, e me lo posso permettere. Il taxi ha altri piani, e mi dice di aspettare 20 minuti.
20 minuti!
L’ansia comincia a salire, perché il p.d.m. prima o poi dovrà tornare indietro, e io dovrò attendere lì per un bel po’. Andrà tutto bene?
No.
Lui e il suo capo tornano, io sono ancora lì come un barbagianni ad attendere. Per educazione, soprattutto nei confronti del suo capo, faccio un cenno di saluto. Penso di essermela cavata con poco.
No.
No, questo buffone, che quasi un anno prima avevo preso a male parole, al quale avevo promesso che non l’avrei mai più contattato in vita mia, si è fermato a chiacchierare.
Hello, stranger!
Hi.
Paralizzata e allibita, l’ho sentito parlare del più e del meno, del suo recente viaggio in Australia, della bimba dei suoi amici che avevo conosciuto anche io.
Vai a Barcellona, eh? (non ti parlo da un anno e sai i miei programmi?!)
Scusate, ma io ho le prove della nostra ultima discussione, e del punto che ho messo. È stata un’illusione, tipo Fight Club?
Keep in touch!
(KEEP IN TOUCH?!?)
Il mio contributo alla conversazione è stato una sinfonia di eh… mmm… ah… ehm… Nice… OK… See you.
Avrei voluto essere un’altra persona, o quantomeno una me più preparata per questo tipo di incontro. Una che gli avrebbe detto: “scusa, chi cazzo ti conosce?”
Non è andata così. Io non ho MAI la risposta pronta, quando serve.

Fortunatamente, il resto della permanenza è stato migliore. Ho incontrato ex capo, che mi ha dedicato un’ora del suo tempo nonostante il braccio rotto (!), e gli amici a cui tenevo di più.
A chi mi fa notare che dico tanto che l’Inghilterra mi fa schifo ma son sempre là (che, per inciso, non è assolutamente vero), rispondo che sì, l’Inghilterra mi fa assai schifo. Mi fa schifo il clima, la qualità della vita. Ma i miei amici no. Quelli mi mancano ogni giorno.

     

      Si abbandona Albione (e il brutto tipo) e si torna in Toscana

La settimana scorsa sono uscita a cena con un gruppetto di persone. A un certo punto, quando ormai tutti hanno finito di mangiare, l’oste (chiamiamolo così) ci porta tre personaggi passati di lì per caso, e che – a suo avviso – si sarebbero trovati bene a fare due chiacchiere con noi davanti a un bicchiere di vino.
C’erano una volta una ragazza indiana, e un signore di Liverpool con il nipote.

E poi c’ero io, seduta di fronte al ragazzino di Liverpool.

Ora, chi non avesse dimestichezza col cosiddetto accento “scouse” mi creda sulla parola: è pressoché incomprensibile. Aggiungiamo che il protagonista è un ragazzo giovane e molto timido. E un po’ balbuziente.
Nonostante tutto, e nonostante le mie continue e imbarazzate richieste di ripetere (perché non capivo un cazzo, diciamolo), ci siamo intesi. Mi ha raccontato che avrebbe iniziato l’università a settembre. Io gli ho dato un po’ di consigli turistici su Bologna, che avrebbero visitato l’indomani.
Quando è stata ora, per me, di andare a casa, mi ha voluto abbracciare, lasciando di stucco lo zio.
Mi ha fatto sorridere. Chiaramente avevo di fronte un ragazzo, diciamo così, socially awkward, quasi sicuramente oscurato dallo zio chiassoso (il classico signore inglese di mezza età che incontreresti al bancone di un pub, rosso in volto dopo la sesta pinta), che trova interesse e attenzione da parte di una persona che forse gli piaceva un po’.
Ho fatto una fatica atroce per conversare, ma ne è valsa la pena.
Sembra una cazzata, ma essere gentili con gli altri fa bene.
(anche se non tutti se lo meritano).

A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

Gente di mare, che se ne va

Dopo innumerevoli tentativi, incessanti minacce, centinaia di CV spediti al continente, tra poco meno di una settimana lascerò quest’isola dimenticata da Dio. La mia personale Brexit è in procinto di diventare realtà.

Mi sembra incredibile. Ne ho parlato tanto, praticamente ho desiderato di andarmene dal momento in cui sono arrivata, eppure non riesco ad esaltarmi. Il lavoro che ho trovato in Italia è ottimo, almeno sulla carta. Vicino a casa, ma non troppo; ottimi benefit, probabili opportunità di carriera.
Quello che mi spaventa è il dover ricominciare da capo, di nuovo, in una nuova città. L’ho fatto quando mi sono trasferita in Australia, e l’ho rifatto quando sono arrivata qui. Mi è sempre andata bene, specialmente proprio qui, dove – per quanto io mi lamenti – ho trovato un gruppo di amici stupendi. Ce la farò di nuovo? E se i miei colleghi fossero una manica di stronzi? Se non mi trovassi bene?
Ma, alla fine, Oxford è un porto di mare: tutti, prima o poi, se ne vanno. Penso ad esempio a come era diverso il gruppo di amici “storici”, anche solo un paio di anni fa. Penso a chi se n’è andato fisicamente dalla città, e a chi semplicemente ha deciso di sparire.
Forse, egoisticamente parlando, è meglio partire. Ognuno, prima o poi, se ne andrà altrove. O forse è semplicemente più semplice pensarla così, perché la realtà è che, quando te ne vai, il mondo continua a girare, anche senza di te. Nessuno si ferma mentre raccogli i pezzi del tuo cuore spezzato, e nessuno si ferma se tu te ne vai.
Tornerò qui in estate, e già immagino che saranno cambiate cose. Qualcun’altro se ne sarà andato, o sarà in procinto di farlo.

Ieri ho salutato ex capo. Praticamente il primo addio “ufficiale”. Abbiamo passato un paio d’ore a bere birre e chiacchierare. Al momento dei saluti, mi ha gettato addosso una serie di complimenti che, detti da lui, per me valgono oro: è stato bellissimo lavorare con te, sei fantastica, ogni volta che faccio un colloquio a qualcuno penso “c’era una persona davvero bravissima…”. L’ho abbracciato, e poi sono corsa verso il bus col magone. Ex capo è stato papà, fratello, amico, mentore, e senza alcun dubbio il capo migliore della mia vita. Se fossero tutti così, lavorare sarebbe davvero un piacere.

L’altro giorno ho anche fatto l’ultimo pub quiz con la mia super squadra. E l’abbiamo vinto, grazie ad uno stupendo punto segnato dalla sottoscritta al tie-break. I fogli del quiz mi sono stati offerti come trofeo personale, non prima che i miei amici li arricchissero di messaggi carini per me. Non mi congratulerò mai abbastanza con me stessa per aver superato l’imbarazzo e la depressione del periodo di merda che stavo vivendo, ed aver chiesto i loro contatti prima che L. se ne andasse. In questi 6 ragazzi ho trovato un autentico tesoro.

La mia stanza è praticamente tutta impacchettata. Tra 2 giorni uscirò da quella porta per non tornare mai più. A nessuno importa niente, e per parte mia non provo altro che indifferenza. Non vedo l’ora di iniziare una nuova vita senza coinquilini.

Quanto alla mia dipartita da qui, ho cominciato a rendermi conto delle emozioni proprio quando ho salutato ex capo. A quel punto ho cominciato a mettermi nell’ordine di idee che tutte queste persone che vedo e sento ogni giorno presto spariranno dalla mia vita. Resteremo in contatto, ci rivedremo presto, ma sarà tutto in un’altra dimensione.
D’altra parte, negli ultimi 2 anni qui sentivo che la mia vita si era praticamente cristallizzata. Ero pronta ad andare via, e per questo non muovevo nulla. Non cambiavo casa perché tanto dicevo che l’avrei fatto solo quando avessi deciso di cambiare quantomeno città. A pensarci bene, ho perso molto tempo.

Quando l’ho detto al p.d.m., che era al corrente del mio iniziale colloquio per questo nuovo lavoro (fu 2 anni fa, quando eravamo ancora amici), ha detto che era una bella notizia, che sicuramente mi sentivo sollevata. “Anche tu sarai sollevato”, gli ho detto.
“Mi manchi nella mia vita. Sarà agrodolce quando il momento arriverà”. Agrodolce?!? Resta che non ha proferito parola, non ha chiesto nulla. Neanche io l’ho fatto, ad essere sinceri, ma quantomeno non gli ho mai neanche fatto presente che mi manca. Dopodomani lo vedrò per l’ultima volta.
Un paio di mesi fa mi aveva contattato per lamentarsi del fatto che non veniva invitato ad uscire – i veri amici ti contattano per queste cose importanti. Non avendo più alcun freno e/o bisogno di essere cortese con lui, gli ho spiegato chiaramente cose che già gli avevo spiegato, aggiungendo che basterebbe solo chiedere. Son pur sempre i suoi colleghi. Io me ne sono andata da un anno.
Ho colto la palla al balzo per sfoderare la mia anima scorpionica, informandolo che mi amareggiava il fatto di essere sostanzialmente accusata di tenerlo fuori dal giro (non mi amareggiava un bel niente, a dire il vero, a parte forse la sua faccia). Salta fuori che teme che gli altri sappiano della nostra storia, e questo potrebbe aver influito sull’opinione che hanno di lui. Ahah! Prima di tutto, se gli altri sapessero la storia, credo che riceverebbe un trattamento ben peggiore di un mancato invito al pub. In secondo luogo, e cosa più importante: ad avere la coscienza sporca si rischia di diventare paranoici. Attenzione!
Come sempre ci ha tenuto a farmi presente che conserva bellissimi ricordi dei bei tempi con me, e che gli manco. “Anche tu – gli ho detto – ma preferisco far finta di non averti neanche mai conosciuto, visto che non posso neanche parlarti in privato o vederti per una birra”.
Spera che la situazione migliorerà, un giorno. Beh, gran coglione, ecco fatto: come sempre, devo fare tutto io.
Ora però lui e lei a chi daranno la colpa quando le cose vanno male?
Risposta della mia amica che lo conosce: a te, perché sei andata via. Touchée.

Svalentinamente

La settimana scorsa, il web mi ha ricordato, era San Valentino.

La data, per quanto mi riguarda, è abbastanza fastidiosa (almeno per ora), per due motivi principali:

  • E’ il compleanno del mio ex migliore amico
  • E’ il giorno che ha segnato l’inizio della distorta e malata relazione col p.d.m.

Quindi no, non ce l’ho necessariamente con le coppie felici e le loro dolci effusioni, ma più velocemente passa la giornata e meglio è.

Quest’anno ho rispolverato una mia vecchia tradizione: San Valentino è la festa degli innamorati, ma per estensione potrebbe essere anche quella di coloro che se vojono bbbene. Gli amici, insomma. E da brava persona quale sono, ho inviato a tutti una deliziosa immagine del presidente Trump che fa gli auguri, e per alcuni fortunati ho anche comprato cioccolatini. Soprattutto era martedì, ovvero quiz night.
Ma io non volevo mangiare al pub, e nel frattempo nella mia testa si era insinuata la pazza idea del sushi. A quel punto, l’ipotesi di fare la figura della sfigata che va da sola al ristorante la sera di San Valentino non mi spaventava affatto. Se il sushi mi entra nel cervello, io devo mangiare sushi. Punto. Com’è, come non è, i miei fedeli amici F. e N. mi chiedono se avessi programmi per la serata. Dico del quiz, e accenno al sushi da sola.
N: “Vengo con te”. Eh? N è il tipico americano sospettoso dei cibi “etnici”, quindi rimango sorpresa (scopriremo poi che non voleva restare a casa a fare niente). F dice che chiede al moroso, ma è praticamente un sì al 110%, perché anche lei non sa resistere al sushi. E così, in 10 minuti, ho imbastito una cena di sushi a 4. E chi se ne frega del San Valentino, anche per F che sarebbe in coppia, ma festeggia con noi perché si può ingozzare.
Alla fine il quiz non c’era, ma gli amici sì. E la giornata è volata.

L’altro giorno mi sono messa a fare un po’ di stalking al p.d.m. Non dovrei, lo so. Forse l’ho fatto mentre riflettevo sul fatto che, da che ci conosciamo, ormai siamo al punto in cui siamo stati più a lungo nemici che amici. Durati pochissimo, e forse non valeva la pena stare tanto male. Senza forse.
Nella mia opera investigativa mi sono ovviamente tenuta alla larga da FB, il luogo più pericoloso per la salute mentale, perché anche io ho una dignità e non sono completamente pazza (credo). Ma ho intravisto il profilo LinkedIn. Non siamo connessi, realisticamente non ci sono validi motivi per farlo. Ho notato che la sua foto profilo è un selfie con la sua padroncina. Ora dico: non c’è bisogno di andare su Business Insider per sapere che la foto giusta per un profilo professionale non è un selfie, e soprattutto non è un selfie con un’altra persona. Di chi è sto profilo?
Generalmente ho poca tolleranza nei confronti di chi nel profilo FB usa una foto con il proprio partner (non mi esprimo neanche su quelli col profilo condiviso), perché puoi anche avere la relazione più stupenda della storia, e per questo ti invidio ovviamente, ma questo non dovrebbe annullare la tua individualità. Se tu ti chiami Pinco Pallino, il profilo dovrebbe essere tuo e di nessun altro. Magari una foto con gli amici, o la mamma, ogni tanto. Ma soprattutto la tua faccia, perdio! Ho appena fatto una carrellata dei miei amici, e ho notato che sono pochissimi quelli con le foto di coppia. Principalmente gente che usa FB pochissimo, e sicuramente non ha sbattimento di cambiare quella che magari è stata la prima foto profilo.
Ho anche fatto una carrellata delle mie connessioni LinkedIn, e ho appurato che, a parte qualche foto magari non proprio professionale, nessuno ha una foto dove compaia qualcun’altro (moglie/marito/figli/animali/creature di fantasia).
Non voglio formulare varie teorie secondo le quali lui sia stato plagiato da una strega, ma sicuramente qualcosa che non va c’è. Sicuramente non è la persona indipendente che vuol far credere di essere. Sicuramente, e questo non lo dico io che ormai non lo vedo e sento da mesi – lo dicono i suoi colleghi e miei amici – è cambiato. Si lamenta di non venire invitato agli eventi, e quando lo inviti non si presenta e non dice nulla. C’è una maniera di dire in inglese “non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”, ma non rende abbastanza l’idea.
Poi ho notato che è coinvolto in un’iniziativa professionale con un altro tizio del mio vecchio lavoro, uno odiato praticamente da tutti, e non sono rimasta sorpresa. I conti tornano. Ognuno ha gli amici che si merita, I guess.
Ma non preoccupiamoci di nulla, l’importante è che siamo connessi su FB, perché l’amicizia vera è lì!

Il consiglio del giorno: fate attenzione al brunch domenicale con 2 ore di prosecco illimitato.

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