Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…

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And the winner is…

Avevo questo post pronto a partire più o meno un mesetto fa, ma poi la vita si è messa in mezzo, la noia l’ha fatta da padrone, ed eccomi qui, 25 giorni dopo, a riprenderlo in mano.
In origine, doveva essere dedicato alla vittoria al pub quiz, con breve riflessione sull’importanza del pub quiz stesso a livello sociale. Voleva anche essere una celebrazione di questo evento, la prima vittoria da che abito in UK. Che, a voler vedere, è un bello schifo. A Sydney avevo uno squadrone e vincevo di continuo, e i premi erano anche più interessanti (generalmente più soldi da spendere al pub). Qui ci son voluti 3 anni di tentativi. E non mi son neanche goduta il premio, ma poi non mi posso lamentare: sono andata in vacanza a ripetizione.

Ad ogni modo, il titolo del post si presta bene anche al resto delle riflessioni che ho accumulato in queste settimane. Ci sono tanti vincitori a cui deve essere riconosciuto il giusto merito. Andando in ordine più o meno cronologico:

  • Il tizio della telefonata: chi ha letto il post precedente ricorderà il personaggio di dubbia qualità col quale avevo avuto un altrettanto dubbio appuntamento telefonico. Dopo un mio ultimo messaggio di risposta ad una sua qualche domanda inutile, lui non aveva più scritto. Io nemmeno, e per me era finita lì. Naturalmente, mentre sono in giro per Nizza a farmi i cavoli miei, mi arriva un messaggio da lui, che diceva più o meno: “Ciao, volevo sapere come va e com’è andato il weekend in Italia [di due settimane prima, n.d.r.], e se avevi ancora voglia di incontrarci per bere una cosa. Non c’è problema se non sei più interessata!” – gli avrei voluto rispondere con una cosa a metà tra l’emoji che piange dal ridere e un “macheccazz?”, e poi ho pensato che non avevo tempo da perdere. Silence treatment.
  • Gary: trattasi non della lumaca amica di Spongebob, bensì di un tizio trovato sempre sulla terribile Happn, e che avevo erroneamente etichettato come “normale”. Uno col quale scambiavo un paio di messaggi al giorno, e del quale elogiavo l’atteggiamento da non rompiballe. Mi chiede un paio di volte di uscire, e io declino per altri impegni (ragazzi, ho anche la mia vita da vivere, abbiate pazienza). Finalmente ci accordiamo per quando sarei tornata da Nizza. Non lo sento per qualche giorno e avverto già le vibrazioni negative. La mattina del giorno dell’appuntamento, mi arriva un messaggio che dice: “Scusa, non posso uscire stasera, non sto bene e non sono neanche andato a lavorare”. Ovviamente il Fantozzi che è in me ha gridato alla cagata pazzesca, ma ho mangiato la foglia e gli ho augurato una pronta guarigione. Un paio di giorni dopo mi manda un messaggio chilometrico in cui mi spiega che in realtà aveva conosciuto un’altra, e che non sapeva cosa fare e un sacco di altre cagate. Grande Gary! 2 pagine di messaggio al quale ho risposto con un elegante: “OK, ciao”. Dai Gary, c’era davvero bisogno di scrivere quel messaggio da giustificazione delle medie?
  • Mrs J: chiameremo così una delle mirabolanti protagoniste del mio nuovo lavoro. Che insegna al corso in ambito di leadership, risorse umane, varie ed eventuali. Dopo la prima parte di corso, abbiamo fatto un debriefing per vedere com’erano andate le cose: per parte nostra (team che si occupava soprattutto di logistica) era andato tutto perfettamente, la gente era entusiasta, e tutti i piccoli problemi erano stati sistemati. Il responso degli accademici (inclusa Mrs J): “Sì, brave, ottimo lavoro. Però questo non andava, e questo, e questo, e quello, e quell’altro, e bla bla bla”. Ora, fin qui non me ne fregherebbe un cazzo, perché trattasi di gente che non ha una buona comprensione della realtà. Ma quando ti tocca di seguire una sessione, e finisci col sentire lei che spiega agli studenti che il feedback generico (es. “Bravo, ottimo lavoro”) deve essere evitato, in favore di feedback specifico sulle cose che si sono fatte bene… E ripensi a quel debriefing… Scappa un po’ da ridere.
  • Io: mi auto-assegno il premio di vacanziera dell’anno: in 2 settimane mi sono sparata Costa Azzurra e Croazia. Assaggini, ok, ma mi congratulo con me stessa perché le ho azzeccate tutte. Location, spostamenti, periodo, alloggi, cibo… Brava soprattutto sull’alloggio di Spalato, con annessa socializzazione con i proprietari e merenda con fettona di torta e in TV la Paperissima croata con i politici che cadevano da ogni dove.
  • Io (di nuovo): perché finalmente mi è riuscito il colpaccio. Quello vero. Finalmente il p.d.m. ha ammesso le sue colpe! E’ stata un’esperienza vagamente mistica e quantomeno surreale. Non ero neanche del tutto certa che stesse veramente dicendo quello che stava dicendo. Per farla breve, l’ho praticamente costretto a mantenere la sua parola rispetto al nostro rendez-vous dopo quello che avevo organizzato io un mesetto abbondante fa. Nel decidere le date, mi ha detto che a giugno la paranoica sarebbe tornata, e quindi non ci potevamo vedere, e avremmo dovuto parlare. Che palle! Ma vabbè, me la son cercata. Come sempre, la serata va bene, si ride, si scherza e si fa finta di niente, fino a che ovviamente bisogna arrivare al dunque. E io, a quel punto ormai stremata perché, cazzo, non so in quale altro modo spiegarti qual è il problema, resto sorpresa: mi sento dire cose tipo “Tutto questo gran casino è solo ed esclusivamente colpa mia, non sono stato un buon amico, e se non vorrai perdonarmi lo accetto e sarà una mia perdita, sei sempre stata molto meglio di me”. Eh? Cioè, mi stai dicendo che, dopo avermi accusato delle peggio cose, ora finalmente ammetti che in realtà le cose stavano un po’ diversamente? Santi numi!
    Ovviamente c’era anche il però: eh ma per restare amici, lei deve essere d’accordo, e quindi tipregotipregotipregotiscongiuro sii gentile con lei quando la vedi, o tutto andrà in fumo. La cosa che sono riuscita ad estrapolare è che lui non è che non si fa sentire perché non gliene frega (cosa che sospettavo, e che mi faceva anche un po’ girare i coglioni e mi faceva domandare che cazzo stessi ancora a perder tempo, come gli ho espressamente detto), ma perché sai, io abito con lei, e se sente il mio cellulare che suona poi mi chiede chi è, e se sei tu (io che magari dico: “Ciao, come va”)… “Però io sono libero di fare quello che voglio” – dì, parliamone! Ed è stato lì che ho avuto quel senso di deja-vu, del vecchio Andy di New York e la moglie che lo comandava e non potevamo essere amici (io, minaccia fantasma a un oceano di distanza). Questi son smidollati e vanno evitati come la peste, ecco tutto.
    Abbiamo continuato a parlare anche dopo che ci hanno sbattuto fuori dal pub, e nonostante gli dicessi di andare a casa, ché so badare a me stessa e l’autobus lo aspetto tranquillamente anche da sola, lui stava lì, e si scusava, e mi abbracciava e mi diceva quanto ero meglio di lui, e “sai vero che ti voglio bene”. No.
    Ovviamente resta aperta una questione: metti che per qualsivoglia motivo io e lei non ci incrociamo per chissà quanto (come del resto è già successo: se escludiamo la festa di Natale, dove mi sono smaterializzata, io lei l’ultima volta l’ho vista quasi un anno fa), noi due che si fa? E gliel’ho anche ripetuto via messaggio, e non ho avuto risposta. Eh, perché non c’è risposta. Se dev’essere una terza persona a decidere, io non so mica se ci voglio stare. Non gli piacerà ammetterlo, ma comanda lei, e a lui va da dio perché non deve decidere nulla. Lui è quella persona lì.
    Detto ciò, questa è una piccola soddisfazione e me la gusto. Come ha giustamente commentato Abe: “il suo riconoscimento delle proprie colpe ti farà assaporare il gusto della giustizia. Come se l’universo fosse tornato a combaciare. Ti sei tolta quello spiacevole senso di asimmetria e ingiustizia”.
    Cazzo, sì!

Onwards and upwards.

Soundtrack: Muse – Map of your head

Di quando smisi di scrivere…

…e altre storie tristi.

No, non poi tanto, ma mi dispiace sempre un po’ quando abbandono temporaneamente il blog.
Diciamo che son stati un paio di mesi movimentati, e il tempo (e la voglia) di scrivere un po’ latitanti. E dire che un paio di cose da raccontare le avrei. Ma non è sempre facile trovare l’ispirazione.

Da brava persona metodica, potrei andare per punti. Dall’ultima volta che ho scritto:

  • Ho trovato un nuovo lavoro. Finalmente sono riuscita a scappare dal laboratorio di pazzi. Una cosa che avrei dovuto fare almeno un anno prima, ma la mia incrollabile fedeltà nei confronti del capo mi ha convinta a restare, nonostante stessi affogando in un mare di merda.
  • Nuovo lavoro ha voluto dire soprattutto salutare la testa di cazzo. Ovviamente è venuto alla mia festicciola di addio, e altrettanto ovviamente si è in seguito lamentato del fatto che non gli avessi dedicato sufficienti attenzioni. Il fatto che lui non mi abbia ringraziato per il regalo che gli ho lasciato, e/o si sia sincerato delle mie condizioni fisiche (dato che mi ero nel frattempo ammalata, domenica avevo 38 di febbre e lunedì iniziavo il nuovo lavoro – ottimo!), e/o mi abbia chiesto come fosse andato il primo giorno (a differenza del 90% delle persone che sapevano del cambio – e lui sarebbe il mio caro amico) è del tutto irrilevante. Ma su questo punto torneremo a breve.
  • Ho salutato alcuni amici che hanno lasciato la valle di lacrime, beati loro. Continuo a non capacitarmi del fatto che io non sono ancora riuscita a fuggire. Non nascondo che la cosa mi fa abbastanza incazzare.
  • Sono stata a Roma, una toccata e fuga per vedere il rugby. E’ stato divertentissimo, e anche se sono tornata a pezzi, lo rifarei altre mille volte. Rivedere un vecchio amico, chiacchierare con gente nuova, fare piccoli progetti che probabilmente non si realizzeranno mai… Sarebbe da fare molto ma molto più spesso.

E poi basta, veramente. Mica tanto, vero? Ma ho passato un mese infernale a causa del male orribile che mi ha colto (dire banale raffreddore sarebbe quantomeno riduttivo). Presentarsi al nuovo lavoro senza voce, con la tosse, il naso chiuso, e il colorito di un cadavere non è proprio una cosa che consiglio. Ma nonostante ciò sono ancora qui, e non mi hanno ancora sbattuto fuori a calci in culo, anche se non ho ancora capito esattamente qual è il mio ruolo. Pare vagamente collegato alla mia laurea, cosa abbastanza sorprendente.

Sto pian piano tentando di uscire dall’ibernazione, anche se in questo paese triste per me comincia la stagione della bestemmia facile. Mentre nel resto del bacino del Mediterraneo il sole splende e la gente inizia a mettere le maniche corte e ad andare al mare, io ho il piumino e gli stivali. E la cosa non è destinata a cambiare in tempi brevi.

L’altro giorno ho deciso, dopo 4 mesi, di mettere mano alle 1600 foto scattate in Australia. Volevo selezionarne un po’ da mettere su FB, più per me stessa che per i miei contatti (ai quali sicuramente fottesega di vedere decine di foto di Maroubra). A parte l’ovvia nostalgia riguardando quei posti stupendi, e le foto scattate con i miei amici che ora sono tanto lontani, ho notato una cosa: ero felice. Nelle mie foto non avevo il classico sorriso “da foto”, che magari sei veramente contento ma soprattutto vuoi venire bene. No, era proprio una faccia felice, di una persona senza pensieri che si crogiolava nella bellezza. Direi che è proprio questo che mi manca di più adesso: essere felice come lo ero in quelle foto.

L’altra sera ho rivisto la testa di cazzo. Ho come sempre proposto io di vederci, e come sempre me ne sono pentita. Non so perché lo faccio. Dev’essere una specie di forma di dipendenza, o un contorto tentativo di fare non so bene cosa. L’ho rivisto dopo un mese di silenzio, e dopo una scenata venerdì che ha lasciato molto perplessi i colleghi – vittimismo, sclero, o semplicemente il fatto che è uno stronzo comincia veramente ad emergere, ora che non ci sono più io a mitigare.
Facendo finta che mai sia successo nulla, le cose vanno sempre bene. Ma quando arrivi a fine serata è un altro discorso. Lui se ne va per i cazzi suoi, tranquillamente convinto che tutto sia risolto. Io aspetto il mio bus col magone, incazzata, ancora incredula al pensiero di quanto sia stato stronzo. Quello che noto è che ogni volta che lo vedo, poi mi sento a pezzi, come se mi fosse stata tolta tutta l’energia vitale. E lo sapete perché? Perché lui è il classico esemplare di vampiro energetico, nel caso specifico un vampiro narcisista. Lasciando perdere la grafica ignorante, io ci credo a questa cosa. Nella stessa maniera in cui esistono persone che con la loro energia ti sanno attrarre, affascinare, conquistare, così esistono persone che l’energia te la risucchiano. Più o meno volontariamente, ma sono persone da lasciare indietro. Lo so che l’ho già detto fin troppe volte, ma ora veramente basta. Non è più un mio amico, non so nulla né voglio sapere nulla della sua vita. Bisogna tagliare il cordone. Se si farà vivo lui in futuro, bene. Altrimenti, adios amigo.

Sydney back

 

 

 

Ho perso le parole

Non è da me citare Ligabue, ma questo verso calza a pennello in questo momento.
A tre settimane dal piacevole scambio di idee di cui al mio ultimo post, cosa si è risolto? Un bel cazzo di niente.
Del resto, la sua richiesta molto umana era che io e la sua bella paranoica diventassimo amicones (certo!), ma se non abbiamo modo di incontrarci… Come si fa? Che era poi la domanda che avrei dovuto fargli, ma ovviamente non ho fatto perché ci ho pensato troppo tardi. Fino al momento in cui Iddio deciderà che le nostre strade si incrocino, io e lui che si fa? Do la soluzione: ci si ignora come e peggio di prima.

Un paio di giorni dopo la chiacchierata, siamo usciti per il compleanno di una comune amica. O forse solo amica mia e conoscente di lui, perché io gli ho rubato tutti gli amici. Semantica a parte, ci troviamo seduti di fianco ed è come essere in una landa desolata, con un vento freddo che ci avvolge. Non riusciamo a dirci niente. Talmente imbarazzante che, per scalfire il ghiaccio (romperlo sarebbe stato impossibile), gli ho chiesto robe di lavoro di cui non mi importava nulla. Oltre che imbarazzante, era molto, molto triste. Questo episodio, abbinato ai pianeti avversi che circolavano nel mio segno nelle scorse settimane (ma io l’oroscopo lo leggo dopo, solo per trovare conferme), mi ha fatto passare un paio di settimane orribili. Quel pensiero fisso, che credevo di essermi tolta dalla testa, era tornato a martellare. Quello che mi faceva esplodere il cervello era il pensiero di non aver risolto la questione in nessuna maniera. Sapere di aver avuto in mente un itinerario con due sole vie percorribili, ed averne scelta una terza inesistente che lasciava tutto nella confusione più totale. Persa nella giungla, senza un machete per farmi strada.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un sito chiamato The Unsent Project. Qui, una tizia che non saprei ben definire (blogger?) ha iniziato a raccogliere presunti SMS che le persone vorrebbero inviare (ma non lo fanno) ai loro primi amori. Lei li prende, li stampa sullo sfondo del colore indicato dal mittente, e li pubblica su Instagram. Principalmente una galleria del dolore, anche se non mancano messaggi sarcastici, acidi, cattivelli. Personalmente, e non è difficile capire il perché, quello che mi ha colpito di più è stato il seguente:

Unsent

Mi si è proprio stretto il cuore. Si litiga, si discute. Ma è deprimente arrivare al punto in cui si è talmente barricati dietro i propri muri difensivi che non si riesce neanche più a dirsi ciao.

Ma poi, in questo caso, è vera anche questa affermazione (dove “rapinatori” sta per “rapitori”, credo):

Rapitori

Do ragione a Joker, perché mi fa ridere.

Cuori infranti, errori, fughe

A inizio settimana si è concluso quello che spero sia l’ultimo capitolo dell’infinita saga del p.d.m. Sta durando talmente da tanto che ormai anche io, che sono un osso duro, mi sono stufata. E non smetterò mai di invidiare chi è capace di recidere di netto certi rapporti ormai tenuti in vita solo dalle macchine.

Non è che morissi dalla voglia di parlare, ma mi sembrava giusto farlo: avevo richiesto una pausa per un periodo di tempo, avevo detto che non era per sempre, e ritenevo doveroso, o quantomeno onesto, fare il punto della situazione. Avrei potuto far finta di niente, sparire nell’ombra. Puntare sul poco chiaro e sul non detto, ma poi mi sarei abbassata al suo livello. Il livello di uno che non ha aspettato un secondo per rilanciare le sue accuse classiche (“non ho più amici per colpa tua” – eh?), come se le sue scelte di vita le dettassi io, o gli avessi messo contro il dipartimento – e tutto ciò senza esserci e/o parlare di lui. Come direbbe Abatantuono: so maco.

Anche solo per questo ci tenevo al confronto. Che nella mia testa avevo immaginato in maniera ben precisa: ci sarà un bivio, e dovremo decidere se ritentare o mollare. Ed ero in cuor mio sicura che l’una o l’altra scelta sarebbero andate bene.

E invece non c’è stato un bel niente di definitivo. Come sempre, nel suo caso. Il solito disco rotto: se non diventi amica di lei, non potremo più vederci. Lei, stupendamente insicura, che teme un fantasma.
“Non capisce perché la eviti, pensa che tu faccia così perché ti ho spezzato il cuore”.
“Ma tu mi hai spezzato il cuore”.
Silenzio.
“Anche gli amici ti possono spezzare il cuore”.
Segue breve spiegazione di come funzionano le amicizie, e caduta delle mie braccia nel farlo. Non c’è speranza.

E quindi, alla fine, mi ci sono adeguata al suo livello di merda. Ho detto che certo, alla prossima occasione avrei interagito con questa incredibile frantumamaroni, sperando neanche troppo segretamente che qualcosa venga a prendermi prima che ciò accada.
Di conseguenza, ora si capisce anche meno di prima. Cosa si fa? Se non si trova l’occasione per sbloccare il livello “fidanzata cagacazzo” ci si continua ad ignorare come prima?
Me ne sono andata da quel tavolino ancora più scoraggiata e scoglionata di prima, amareggiata per aver fatto l’unica cosa che non avrei dovuto fare. Arrabbiata per questo stupido errore.

E poi, come per magia, mi sono imbattuta in questo post del blog di Linus, che conteneva una delle grandi perle di saggezza di Aldo Rock, che condivido qui. Soprattutto per ricordarmi di essere più buona con me stessa.

Caro Uomo,
come dice il “maestro”, “Non ci sono errori nella vita”.
Ogni errore è un destino, apre porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.
Auguri
Aldo Rock

Universo, parlami!

Ultimamente sto notando alcuni messaggi neanche tanto subliminali che forse mi stanno indicando un percorso da seguire.

Oroscopo di Simon and the Stars 25-27 Novembre:
Luna Piena che punta il proprio riflettore sulla necessità di tagliare rami secchi e di stabilire confini più marcati con gli altri. Per alcuni può trattarsi di pretendere con maggiore determinazione ciò che gli spetta e di rimandare al mittente ciò che non gli spetta. Potresti avvertire il bisogno di mettere le cose in chiaro, di fare accordi più “equi” con gli altri, smettendola di dare più di quanto ricevi.

Oroscopo di Rob Brezsny 26 Novembre – 2 Dicembre:
Ho idea che da qualche tempo il tuo corpo sia più sano e forte del solito. È così? Se è vero, cerca di capire perché. Ti sei preso più cura di te stesso? Hai approfittato di qualche fortunata conquista o novità inaspettata? Introduci queste nuove tendenze in modo permanente nella tua routine quotidiana. La stessa cosa vale per il tuo benessere psicofisico. Anche quello ultimamente sembra più forte. Perché? Hai forse cambiato atteggiamento e riesci a provare più emozioni positive? Per caso è successo qualcosa che ha scatenato un’inattesa ondata di speranza? Introduci anche queste nuove tendenze in modo permanente nella tua routine quotidiana.

Pagina Facebook di DeeJay Chiama Italia – 27 Novembre:
La luna piena che abbiamo visto in cielo la notte del 25 novembre era l’ultima prima del solstizio invernale.
Una credenza pagana racconta che questo evento segnala la fine di un anno di preoccupazioni e il momento giusto per decidere di lasciarseli alle spalle.
E’ un tempo di riflessione su quello che è stato e di rilancio su quello che sarà nei dodici mesi a venire.
Che cosa vorreste buttar via del 2015?

Ecco. Martedì sono tornata alla seduta di ipnosi. Ovviamente mentre ero via non potevo farla, ma non ne avevo nemmeno bisogno. Altrettanto ovviamente, nel momento in cui ho rimesso piede nella valle di lacrime, si sono ripresentate alcune preoccupazioni.
La santa donna che settimanalmente ascolta i miei deliri ha deciso che è ora di basta con la gestione del rapporto col p.d.m., e che il punto cruciale da risolvere è la mia autostima. Il campanello d’allarme è arrivato dal mio capo: alla verifica annuale della performance lavorativa (l’equivalente professionale del colloquio genitori-insegnanti), per la quale ero già pronta a confessare tutti i miei drammi personali adducendoli quali scuse per il mio scarso rendimento, mi sono sentita dire che ho lavorato molto bene quest’anno, e sono tutti entusiasti. Eh?! Evidentemente qualche dote di paraculo me la sono portata dietro dai tempi dell’università, oltre ad avere ottime capacità di utilizzo del pilota automatico.

Dicevamo: sono meglio di quello che penso, non sono cattiva come temo e dovrei smetterla di farmi pare preoccupandomi di uno che alla fine sto trattando ancora in modo decente quando invece non gli dovrei nulla (vedi alla voce “concerto”, e come ho implorato le mie amiche di essere gentili con lui di modo che tutti potessimo passare una bella serata – tutto questo quando avrei potuto semplicemente dirgli di prendere il suo biglietto e andarsene affanculo).

Si deduce infine che tutti i messaggi riportati sopra fanno parte di un piano del mio subconscio, coadiuvato da svariate voci esterne, che stanno cercando di farmi capire in ogni modo e maniera che la strada, per quanto dolorosa, è una sola.

 

Si sta svegli finché non muore la speranza

… maledetta stronza che non muore mai, mentre io vorrei dormire.

On air, tanto per cambiare, Lo Stato Sociale di “Mi sono rotto il cazzo”. Che, anche se ultimamente sono di umore decisamente migliore rispetto a quando la ascoltavo in loop, contiene sempre molti pensieri che condivido.

L’altro giorno, a pranzo con L e una sua amica, si parlava di un’altra loro amica (che anche io conosco) e della sua ultima disavventura sentimentale. Per un annetto ha frequentato un tizio che un bel giorno, di punto in bianco, le ha detto arrivederci e grazie. “Le ha spezzato il cuore – ha detto L – soprattutto perché non se lo aspettava”.
Ne è seguita una riflessione ovvia: quando senti queste storie, ti domandi chi te lo faccia fare di ributtarti nella mischia, se poi tanto va a finire così. Pessimismo, ok, ma la logica non fa una piega.

Chi ce lo fa fare? La speranza. La maledetta stronza che non muore mai. Che per quanto tu ti racconti che non hai aspettative, un po’ comunque speri che le cose vadano come vorresti. Almeno una volta.

Che è poi il motivo per cui ieri mi è salita un po’ di malinconia. Perché tutto sommato speravo in una risposta diversa a una domanda che alla fine potevo anche non fare. Perché quando le cose finiscono all’improvviso, spesso quello che rende difficoltoso affrontare il dolore è la mancanza di una chiusura, un dirsi in modo chiaro che basta, fine.
Quando una persona ti toglie il tappeto da sotto i piedi, finisci col culo in terra e ti fai molto male. C’è chi, oltre a fare ciò, magari ti guarda con aria di sufficienza dicendoti qualcosa tipo: “Beh, come avrai notato, il tappeto volevo regalarlo a qualcun’altro”, e si stupisce pure se te la prendi, e ti da’ la colpa se ti arrabbi troppo. Quando invece sarebbe bastato dire: “Senti, guarda, io il tappeto me lo riprendo. Ti sposti, per favore?” (mi piace molto parlare per metafore – questa del tappeto forse inconsciamente ispirata dal Grande Lebowski).

Certi numeri gli amici (o presunti tali) me li fanno in genere una volta nella vita, perché poi dalla suddetta vengono eliminati. Il problema vero in tutta questa storia è che questo qui non l’ho ancora fatto fuori. E’ un rapporto che ho messo in coma farmacologico suggerendo un time out, ma comincio a convincermi che non serva a nulla una pausa se non c’è in effetti niente da recuperare. Ci sarebbe forse da rifondare tutto. In un altro luogo, in un altro tempo.
Nel frattempo considero il ghosting: allo scadere del time out, farò finta di nulla e mi dissolverò nell’etere. Sperando che la speranza, maledetta stronza, si sia dissolta anche lei.

Impressioni di settembre (ad agosto)

Settembre mi ha sempre messo un po’ di ansia mista a malinconia ed entusiasmo. Nell’emisfero nord, settembre è un altro gennaio: è il ritorno dalle vacanze, il ritorno a scuola. E’ quando ricominciano corsi e attività. A casa ci sarebbe odore di vendemmia e quella luce nel cielo che annuncia l’autunno.

Qui sull’isola, se ci si basasse solo sul meteo, saremmo già arrivati a fine ottobre. Le giornate si stanno accorciando vistosamente, e il grigio le fa sembrare ancor più brevi.
L’altra sera sono uscita poco dopo le otto. Il sole era già tramontato, pioveva. Mi sono guardata attorno e ho visto quella luce, quel preambolo di autunno. Mi ha portato la malinconia dei ricordi dell’autunno scorso, di un anno andato decisamente meglio di questo. Ma quella luce mi ha anche ricordato che settembre è alle porte, e allora bisogna ricominciare. Non la scuola, non il corso di francese.
Bisogna ricominciare un po’ a vivere meglio.

Che rumore fa la felicità? (Parte 3: ricominciamo)

In un post datato luglio 2014, annunciavo il fallimento del progetto 100 Happy Days, la sfida personale a trovare ogni giorno, per 100 giorni, un motivo per essere felici. Avevo interrotto la missione perché mi era capitato un piccolo casino, che poi avevo più o meno brillantemente risolto. Ma la voglia, l’interesse, se n’erano andati. Forse allora credevo di essere felice senza bisogno di ricordarmelo. O forse avevo mollato perché alla fine restavo (resto?) convinta che non si può essere felici. Gira che ti rigira, anche se il 71% dei partecipanti (stando alle stime del sito ufficiale) dichiara di aver mollato per mancanza di tempo, io so bene di aver mollato perché non ero motivata.

Perché ho deciso di riprendere in mano la sfida? Perché questi ultimi mesi della mia vita sono stati uno schifo assoluto. E, se da un lato ho capito di aver bisogno di aiuto a livello un po’ più professionale di una chiacchierata tra amici, dall’altro è anche ora che mi dia da fare da sola per tirarmi fuori da questo enorme buco in cui mi sono ficcata (o nel quale qualcuno mi ha ficcata, poi io ho continuato a scavare per andare più giù che potevo).

E quindi ci riprovo. Per non spammare, farò un post settimanale che raccoglie i momenti felici dei 7 giorni. E/o eventuali riflessioni ad essi (o alla mancanza di essi) legate. La mia storia inizia giovedì 13 agosto 2015. In bocca al lupo a me.

  • 13/08/2015: oggi capo mi ha portato un mango. E’ un po’ un suo classico, quando li trova in offerta me ne porta uno in dono. Non lo faceva da un po’, e la tempistica è stata eccezionale, dato che avevo trascorso una serata di merda e la giornata non stava andando per niente bene. Un mango è un gustoso motivo per essere felici.
  • 14/08/2015: qui devo dire di aver fatto molta fatica. Mettiamola così: in un periodo di forte stanchezza fisica e mentale, riuscire finalmente ad addormentarmi senza aiuto di valeriana è stato positivo.
  • 15/08/2015: ci sarebbero stati i presupposti per incazzarsi. L’amica, per la quale avevi tenuto libero il sabato, ti tira il pacco. Ma tu conosci i tuoi polli, e dal cielo è piovuta l’offerta di una birretta in compagnia. Il pacco era telefonato, e alla fine hai tirato fuori una bella serata con gente divertente. Ridere, di questi tempi, è essenziale.
  • 16/08/2015: ecco, qui ho fatto MOLTA fatica. L’amica del pacco mi ha trascinata fuori a tradimento con lo stronzo alla radice di tutti i miei problemi attuali. E’ stato un autentico disastro. Ritrovarsi paralizzati, non in grado di proferire verbo con una persona che, fino a qualche mese fa, era uno dei tuoi migliori amici è molto doloroso e frustrante. Non fa bene a nessuno. Ma ci si prova, a trovare un aspetto positivo. In questa brutta giornata, ha le sembianze di una coppia di amici che non vedevo da un po’. Due persone simpatiche e buone, che mi hanno strappato qualche parola e sorriso in un pomeriggio in cui avrei voluto solo scomparire dalla faccia della terra.

Fette di prosciutto

Ho appena dato un titolo che mi fa venire fame. Anche se ho appena pranzato, io due fette di prosciutto me le farei proprio.

Un’introduzione a cazzo proprio come la chiacchierata dell’altra sera. Sediamoci qua fuori a prendere una birra, parlando del nulla. Che alla fine è anche piacevole, ma poi non si arriva al dunque.
Peraltro, vista la durezza del messaggio di un paio di giorni prima (che se ce l’avessi avuto di fronte, si sarebbe preso un vaffanculo diretto e senza traduzione), e la freddezza del suo “Beviamo qualcosa al pub e poi vediamo”, per non parlare dell’ultima volta che ci eravamo visti per “chiarire”, non mi sarei aspettata che mi abbracciasse per salutarmi.
Per come è andata la serata, ho capito di avere io il coltello dalla parte del manico, per una volta. Tutta la sua acidità si è rivelata un bluff quando, a metà serata, mi ha detto: “Sta andando tutto molto bene, dobbiamo parlare di altro?”. Paraculo livello sensei, master of the universe, cintura nera.
Tutta quella rabbia che trasudava dal suo minaccioso messaggio che si chiudeva con un patetico: “la mia pazienza sta per finire” (vogliamo parlare della mia?) si è rivelata la proverbiale coda di paglia, di cui lui peraltro è dotatissimo, e che sfoggia e si liscia con molta regolarità. Gente che ha osato comportarsi come lui, in passato, è stata eliminata dalla mia vita senza passare dal via. Il fatto che io fossi lì era effettivamente un piccolo segnale di apertura (sul quale ancora rifletto e nutro dubbi e perplessità, e a giudicare da come ha abbassato la cresta e incassato il cazziatone, forse questo particolare lo ha anche capito.
Ovviamente per il resto non garantisco. In effetti sono ancora incerta sul fatto che la cosa funzionerà. Giusto ieri abbiamo litigato via messaggio per l’ennesima incomprensione.

Lo strappo è grande, profondo, e metterci una pezza non è semplice. La cosa preoccupante è che ormai non ci si capisce più, e non è un semplice problema linguistico.

Ho perso la capacità di inghiottire cazzate. Non riesco più a tenermi dentro le cose. Mi dici una stronzata? Aspettati un commento caustico.
Ieri avrei potuto lasciar perdere con un chissenefrega, ma ho cercato la rissa. Apposta. Poi alla fine mi sono incazzata il triplo e quasi non ho dormito. Se non è una roba malsana questa…
Ma ad ogni modo, se devo investire tempo ed energie riparando un rapporto, non lo farò a sorrisini e diplomazia. Inutile essere cortesi e lasciare cose non dette, perché il nocciolo del problema è proprio quello: non dirsi le cose. La situazione peraltro potrebbe essere aiutata dal fatto che in fondo non è rimasto praticamente nulla da dirsi. Torneremo ad essere quei due che pranzano assieme e si raccontano due cazzate per passare una mezz’ora. Il paragrafo sotto prevede il futuro.

La mia teoria è che, man mano che passa il tempo, è importante coltivare pochi legami, ma profondi, duraturi e di valore. Legami che richiedano impegno per essere mantenuti, ma non sforzo e fatica e nervoso. Rapporti bilanciati dove ognuno mette un po’ del suo, magari non in maniera esattamente uguale, ma quantomeno simile. Perché mai dovrei voler tirare una carretta con un peso morto, che mi da’ più ansie e grattacapi che gioia?
Alla fine dei conti, secondo me tutto si risolverà quando io leverò le tende. Per allora magari avremo ricostruito qualcosa di vagamente positivo, ci prometteremo di sentirci spesso e parlare su Skype, e vederci ogni tanto, che i voli costano poco. Ma ci staremo mentendo, perché alla fine ognuno andrà per la sua strada e ci dimenticheremo di ciò che eravamo. Ce lo stiamo già dimenticando ora.

Quello che ho fatto, per il momento, è stato togliermi le famose fette di prosciutto dagli occhi. Sto prosciutto, evidentemente, sta meglio dentro una piada, non piazzato lì ad oscurarci la vista e la percezione.
Le ho tolte e ho visto una persona molto meno attraente di quanto ricordassi, e un po’ più triste. Uno sguardo a volte infastidito e spesso fastidioso. Gli occhi di una persona molto, troppo egoista per rendersi conto del male che fa. Ma che non giustificherò più al grido di “non se ne rende conto”.

Perché poi, gira che ti rigira, mi sono rotta il cazzo.

On air: Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo (ovviamente)

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