Svalentinamente

La settimana scorsa, il web mi ha ricordato, era San Valentino.

La data, per quanto mi riguarda, è abbastanza fastidiosa (almeno per ora), per due motivi principali:

  • E’ il compleanno del mio ex migliore amico
  • E’ il giorno che ha segnato l’inizio della distorta e malata relazione col p.d.m.

Quindi no, non ce l’ho necessariamente con le coppie felici e le loro dolci effusioni, ma più velocemente passa la giornata e meglio è.

Quest’anno ho rispolverato una mia vecchia tradizione: San Valentino è la festa degli innamorati, ma per estensione potrebbe essere anche quella di coloro che se vojono bbbene. Gli amici, insomma. E da brava persona quale sono, ho inviato a tutti una deliziosa immagine del presidente Trump che fa gli auguri, e per alcuni fortunati ho anche comprato cioccolatini. Soprattutto era martedì, ovvero quiz night.
Ma io non volevo mangiare al pub, e nel frattempo nella mia testa si era insinuata la pazza idea del sushi. A quel punto, l’ipotesi di fare la figura della sfigata che va da sola al ristorante la sera di San Valentino non mi spaventava affatto. Se il sushi mi entra nel cervello, io devo mangiare sushi. Punto. Com’è, come non è, i miei fedeli amici F. e N. mi chiedono se avessi programmi per la serata. Dico del quiz, e accenno al sushi da sola.
N: “Vengo con te”. Eh? N è il tipico americano sospettoso dei cibi “etnici”, quindi rimango sorpresa (scopriremo poi che non voleva restare a casa a fare niente). F dice che chiede al moroso, ma è praticamente un sì al 110%, perché anche lei non sa resistere al sushi. E così, in 10 minuti, ho imbastito una cena di sushi a 4. E chi se ne frega del San Valentino, anche per F che sarebbe in coppia, ma festeggia con noi perché si può ingozzare.
Alla fine il quiz non c’era, ma gli amici sì. E la giornata è volata.

L’altro giorno mi sono messa a fare un po’ di stalking al p.d.m. Non dovrei, lo so. Forse l’ho fatto mentre riflettevo sul fatto che, da che ci conosciamo, ormai siamo al punto in cui siamo stati più a lungo nemici che amici. Durati pochissimo, e forse non valeva la pena stare tanto male. Senza forse.
Nella mia opera investigativa mi sono ovviamente tenuta alla larga da FB, il luogo più pericoloso per la salute mentale, perché anche io ho una dignità e non sono completamente pazza (credo). Ma ho intravisto il profilo LinkedIn. Non siamo connessi, realisticamente non ci sono validi motivi per farlo. Ho notato che la sua foto profilo è un selfie con la sua padroncina. Ora dico: non c’è bisogno di andare su Business Insider per sapere che la foto giusta per un profilo professionale non è un selfie, e soprattutto non è un selfie con un’altra persona. Di chi è sto profilo?
Generalmente ho poca tolleranza nei confronti di chi nel profilo FB usa una foto con il proprio partner (non mi esprimo neanche su quelli col profilo condiviso), perché puoi anche avere la relazione più stupenda della storia, e per questo ti invidio ovviamente, ma questo non dovrebbe annullare la tua individualità. Se tu ti chiami Pinco Pallino, il profilo dovrebbe essere tuo e di nessun altro. Magari una foto con gli amici, o la mamma, ogni tanto. Ma soprattutto la tua faccia, perdio! Ho appena fatto una carrellata dei miei amici, e ho notato che sono pochissimi quelli con le foto di coppia. Principalmente gente che usa FB pochissimo, e sicuramente non ha sbattimento di cambiare quella che magari è stata la prima foto profilo.
Ho anche fatto una carrellata delle mie connessioni LinkedIn, e ho appurato che, a parte qualche foto magari non proprio professionale, nessuno ha una foto dove compaia qualcun’altro (moglie/marito/figli/animali/creature di fantasia).
Non voglio formulare varie teorie secondo le quali lui sia stato plagiato da una strega, ma sicuramente qualcosa che non va c’è. Sicuramente non è la persona indipendente che vuol far credere di essere. Sicuramente, e questo non lo dico io che ormai non lo vedo e sento da mesi – lo dicono i suoi colleghi e miei amici – è cambiato. Si lamenta di non venire invitato agli eventi, e quando lo inviti non si presenta e non dice nulla. C’è una maniera di dire in inglese “non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”, ma non rende abbastanza l’idea.
Poi ho notato che è coinvolto in un’iniziativa professionale con un altro tizio del mio vecchio lavoro, uno odiato praticamente da tutti, e non sono rimasta sorpresa. I conti tornano. Ognuno ha gli amici che si merita, I guess.
Ma non preoccupiamoci di nulla, l’importante è che siamo connessi su FB, perché l’amicizia vera è lì!

Il consiglio del giorno: fate attenzione al brunch domenicale con 2 ore di prosecco illimitato.

Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…