La crisi di mezza età

Credo che mi stia prendendo in pieno. Ho iniziato il nuovo anno, nonché il nuovo decennio, facendo una marea di cazzate. Pensando una marea di cazzate. Incazzandomi per una marea di cazzate.

Da un lato, mi convinco che dovrei rimettermi a studiare, a impegnare la mente con conoscenza nuova, progetti nuovi, saperi nuovi, e contemporaneamente liberarla con la meditazione (che sto provando ad implementare nella quotidianità). Dall’altro lato, nella vita vera, passo le giornate a guardare serie TV su Netflix (e ho pure finito Lucifer), ignorando le pile di libri che potrei/dovrei leggere, i tarocchi che dovrei imparare, il diario che dovrei cominciare a scrivere. L’ordine fisico e mentale che dovrei ricercare.

Mi aggiro su Tinder cercando non si sa cosa, forse la compagnia che all’improvviso mi sembra necessaria perché chissà, alla fine non sono l’isola che pensavo di essere. Ma magari è solo una malinconia passeggera, come questo gennaio che non finisce mai.

Tengo a debita distanza quelli che dimostrano interesse nei miei confronti, e mi preoccupo di preoccuparmi di quelli che chiaramente pensano ad altro, perché come sempre voglio quello che non posso avere e snobbo la tranquillità. Ovviamente poi me ne lamento, e torno ad incazzarmi. Un circolo vizioso infinito ed ingestibile.

Continuo a chiedermi se la gratitudine sia la conseguenza della felicità, o viceversa. E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Non vedo l’ora che sia la fine del mese. Non vedo l’ora di fare un giro a Milano, in compagnia di qualcuno che forse mi farà riacquistare fiducia nel genere umano. Salvo poi tornare a deprimermi, perché lui è un esemplare unico, e la maggioranza (percepita) vale davvero poco.

Non se ne esce, ragazzi. Ho bisogno che riparta al più presto la stagione dei concerti.

On air: La Superluna di Drone Kong – Futuro Ascetico

Statistiche inutili

Come sempre temporeggio (bevendo spuma), ma prima della fine dell’anno mi era venuta voglia di fare una lista di statistiche a caso sulla mia decade appena terminata. E quindi, ecco qui una inutile lista di “random facts” su questi ultimi 10 anni:

  • Paesi in cui ho vissuto: 3
  • Miglia percorse in aereo: incalcolabili. Mi sento decisamente responsabile per una bella fetta di riscaldamento globale. Ma almeno posso dire che per questi 10 anni ho vissuto senza auto (#sipuòfare)
  • Numero di volte in cui sono quasi morta (e me ne sono resa conto): 2
  • Pinguini avvistati: molti, ma mai abbastanza
  • Squali balena avvistati: uno solo. Magico.
  • Paesi visitati: 18, se ho fatto bene i conti
  • Lavori svolti: 11 (forse qualcosa in più, se conteggiamo le chiamate di mezza giornata)
  • Visite al pronto soccorso: 2
  • Fratture: 1 (la prima della mia vita)
  • Fritture: parecchie, di tutti i tipi
  • Litri di alcol consumati: anche qui, calcolo impossibile. Non credo ci sia da vantarsene
  • Post su Instagram: 1210
  • Amici rimossi da Facebook (ma soprattutto dalla vita vera): 3 (di quelli sui quali avevo anche investito energia), più altri conoscenti random e di poco conto
  • Imprecazioni urlate, bisbigliate, o solo pensate: meglio lasciar perdere
  • Foto scattate a Maroubra: ci potrei riempire calendari giornalieri anche per il prossimo decennio
  • Pub visitati a Oxford, sui circa 60 rapprsentati in questa bella stampa (che avrei dovuto comprare…): 49. Un buon numero, direi. E poi qui ne mancano anche alcuni…
  • Concerti visti: moltissimi. I soldi spesi meglio nella vita.
  • Concerti degli U2: 7
  • Partecipazioni a concorsi pubblici: 2
  • Tornei di UNO che hanno comportato l’espulsione da piccole città australiane: 1 (UNO!)
  • Matrimoni (da invitata): 9
  • Matrimoni (da sposa): 0
  • Partecipazioni a balli in college: 1. Epico.
  • DJ10 camminate: 2
  • DJ10 corse: ovviamente 0
  • Vittorie al pub quiz: ho perso il conto…
  • Mia band del decennio (secondo Spotify): The Killers
  • Manufatti in ceramica realizzati a mano: direi una ventina
  • Miglior lavoro del decennio: 6 mesi da volontaria a Greenpeace Sydney
  • Miglior capo del decennio (ma diciamo pure della vita): Scott
  • Post più inutile del decennio: probabilmente questo

On air: The Killers – Rut

Nel dubbio, abbraccia il tuo capo

Ma solo se gli vuoi bene, cosa sicuramente poco scontata.
Ieri, in quel paese favoloso che sono gli Stati Uniti d’America, si festeggiava il National Boss Day. L’ho scoperto per caso, cazzeggiando su Twitter, e ho subito riportato la cosa al mio ex capo di Oxford. Quello a cui ho voluto, e voglio tutt’ora, tantissimo bene. Quello che vince a mani basse il titolo di miglior capo della storia, e che mi manca ogni giorno che entro in ufficio e non lo trovo – cioè da quasi 4 anni a questa parte.
Mi ha ringraziato, domandandosi poi che razza di mondo è questo, dove ci dobbiamo inventare una giornata per celebrare i capi. E ha aggiunto che era felice di essersene andato prima di me, perché non avrebbe retto il colpo della mia partenza. In una giornata in cui stavo vedendo tutto nero, quel messaggio mi ha riacceso la luce. Affetto, e soprattutto stima, erano ciò di cui avevo bisogno ieri. Di cui sto avendo bisogno ultimamente. E lui c’è sempre, per ricordarmi quanto valgo.

Ho trascorso il weekend a Milano. Inutile addentrarsi nuovamente nell’argomento. L’esperimento “online dating” è fallito, e continuerà a fallire fino a che non avrò risolto le mie questioni con la Madunina. Oppure fino a che non sarà spuntato un nuovo elemento a spazzare via tutto. I candidati attuali non sono all’altezza manco per niente. E, visti certi momenti che ho vissuto tra sabato e domenica, affermo con certezza che serve veramente un candidato molto ma molto valido.

Per ora, tenterò di fare questo piccolo esercizio per aumentare l’ottimismo, che non è decisamente una delle mie migliori qualità. Ho una Moleskine rossa, nuova fiammante, bellissimo regalo, che non vede l’ora di essere sfruttata per qualcosa che abbia senso. Che può essere questo, ma anche la mia nuova avventura, nella quale sto cercando di buttarmi perché secondo me l’universo vuole così: la lettura dei tarocchi. Stay tuned…

On air: Tre Allegri Ragazzi Morti – Bengala

Innamorarsi a Milano (part 2)

A poco più di un anno fa risale uno dei miei ultimi post, che parlava, tra le altre cose, delle mie scorribande in giro per Milano. Si intitolava “Innamorarsi a Milano“, e riassumeva il mio rapporto di amore-odio con la città. Un rapporto che cominciava più a propendere verso l’amore, o quantomeno l’apprezzamento (“io ti amo, e poi ti odio, e poi ti amo, e poi ti odio, e poi ti apprezzo” come cantavano gli Elii).

La mia personale guida milanese è forse la ragione principale che mi spinge a cercare di trovarmi spesso in area meneghina, per le più disparate ragioni (lavoro, matrimoni organizzati a centinaia di km di distanza – ma per arrivarci devo passare da lì… – concerti, treni in coincidenza…).
La mia personale guida milanese è il classico “ragazzo da sposare”: intelligente, gentile e cortese con tutti, disponibile anche con i miei amici a rimorchio, sempre sul pezzo se c’è da organizzare qualcosa per la mia permanenza, dal trasporto alla cena alla visita culturale. Devi raggiungerlo a casa? Ti viene a prendere in stazione. Si deve uscire presto la mattina e non ti può fare il caffè? Ti paga la colazione al bar.
Mi sento di affermare con un 98.7% di sicurezza che quasi qualsiasi donna che abbia avuto a che fare con lui se ne sia innamorata. E’ il sogno proibito delle mie amiche che l’hanno conosciuto quando l’ho conosciuto io, e ha fatto innamorare le mie amiche che non lo conoscevano fino a poco tempo fa. Nella mia classifica degli uomini da sposare si trova al terzo posto, dietro a Hugh Jackman (foto mia!) e Keanu Reeves. E sento di avere molte più probabilità di sposare Keanu Reeves.
Perché lui non ha bisogno di nessuno. O almeno, questa è la teoria delle sue fans. Non gioca nell’altra squadra. Semplicemente, non gioca. Il ché è un vero peccato, ma, allo stesso tempo, una consolazione. Al grido di “mal comune mezzo gaudio”, penso che, se non posso averlo io, è giusto che non possa averlo nessuna. Tiè!

A parlarne così, forse sembro davvero innamorata. Non lo sono. Nella mia testa è tutto ordinato in maniera razionale. Mi piacerebbe illudermi, ma mi sa che sono troppo vecchia e indurita. Per il momento, mi basta qualche serata insieme. Un aperitivo a casa e lavare i piatti, ascoltare musica di merda, chiacchierare. Gingillarsi col pensiero di ciò che non sarà mai, senza perdere il controllo.

Side note: a seguito dei miei ultimi scritti, che risalgono al viaggio a New York dell’anno scorso, segnalo poco.
1. Ho finalmente friendzonato una persona che mi stava addosso da mesi. Non sapevo bene come fare, dato che di solito in friendzone ci finisco io, ed è stato un processo lungo e complesso. Il risultato è che l’amicizia a mio avviso è compromessa (e vorrei sottolineare che io ero sempre stata piuttosto chiara sul fatto di non essere interessata a lui se non come amico… o almeno così pensavo). Ma direi che l’ha presa meglio del previsto, dato che i miei agenti segreti mi dicono che si è già trovato un rimpiazzo. Se questo fosse vero amore… Teniamo però conto che questa persona secondo me odia(va) la mia guida milanese (essendosi fatto dei viaggi sicuramente più grossi dei miei), quindi… Ma va va va va.
2. Sto per prenotare un viaggetto qui… Se esistesse davvero la serendipity, sul volo interno dovrei ritrovare il bel pilota di 4 anni fa… Quasi quasi prenoto di nuovo in business.

On air: The John Butler Trio – Tahitian Blue

Bright lights, big city

New York non è ospitale. E’ molto grande e non ha cuore. Non è incantevole, non è amichevole. E’ frenetica, rumorosa e caotica, un luogo difficile, avido, incerto. New York non fa nulla per chi come noi è incline ad amarla, tranne far entrare dentro il nostro cuore una nostalgia di casa che ci sconcerta quando ci allontaniamo e ci domandiamo perché siamo inquieti. A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

– Maeve Brennan

 

Un paio di settimane fa sono tornata a New York. Mancavo da ben 6 anni.
E pensare che per tanto tempo l’ho snobbata, ritenendola un luogo che sì, forse poteva essere interessante, ma sicuramente l’America poteva offrire di meglio. 
New York è esattamente come descritto in questo trafiletto, ripreso da un libro che mi è arrivato poco dopo essere tornata dal viaggio (che tempismo!). E’ grande, incasinata, per certi versi minacciosa – coi suoi palazzi altissimi, i tombini fumanti, i tunnel scuri della metropolitana – ha un clima strano, estremo. Viverci non è semplice, ti porta via tanta energia. Eppure… Eppure, quando te ne vai, ti manca. 
Tornandoci, ho notato con piacere di ricordare ancora molto, di sapermi muovere bene.
Ho notato molti cambiamenti, come ad esempio nella zona del World Trade Center. L’ultima volta che ci ero stata, era un grande cantiere. Ora lo è ancora, ma qualcosa è stato terminato. One World Trade Centre, l’edificio più alto, l’osservatorio su tutta la città. L’ascensore più veloce, il più del più… E, ovviamente, il centro commerciale poco distante. Quello che ha catturato l’attenzione di metà del mio gruppo, quella venuta per lo shopping selvaggio e il pendolarismo Times Square – 5th Avenue.
Se c’è un posto che detesto a New York è Times Square. Le luci al neon sono belle viste una volta. Poi però i miei occhi si focalizzano sui ristoranti turistici, i negozietti di souvenir brutti, la troppa gente. Quando abitavo a New York, ogni tanto andavo al cinema da queste parti. Diversamente, Times Square era solo la stazione di scambio della metro che prendevo per andare a lavorare. 
A metà vacanza, ho cambiato hotel. Avevo prenotato un posticino in Upper West Side, e finalmente ho iniziato a respirare. Strade ampie, case bellissime e ancora addobbate per Halloween, caffè e ristoranti finalmente uno diverso dall’altro. Era come essere in un’altra città.
Ed era come non essere in città il Giardino Botanico del Bronx. Un’oasi di natura a poca distanza da Manhattan. Il regno del foliage, che tanto attira i viaggiatori in questa parte del mondo. Mentre nel resto della città si correva la maratona, io passeggiavo in un fazzoletto di foresta nativa, conservata uguale a prima dell’arrivo europeo in nord America. 

Foliage

L’East Village non è cambiato per nulla, invece. I suoi murales al loro posto, i negozi, i miei ristoranti preferiti, le avenues larghe e poco trafficate, le strade alberate. Tutto lì, dove lo avevo lasciato. E dove avevo lasciato un frammentino di cuore.

Oggi compio l’ennesima rivoluzione attorno al sole. Comincio ad abituarmi all’idea che Firenze sia casa.

Ma resta il fatto che
A casa o fuori, abbiamo nostalgia di New York non perché New York sia migliore o peggiore, ma perché la città ci possiede e non sappiamo perché.

Incontri ravvicinati del brutto tipo

A cavallo delle vacanze di Pasqua, sono tornata nella Perfida Albione. C’era un concerto (che poi non c’è stato), e mi è bastata come scusa per prenotare un aereo e andare a trovare gli amici.

Mentre ci accingevamo a scendere su Londra, mi sono ricordata vari motivi per cui quel paese non mi manca affatto: “It is a fine morning in London, light breeze, 5 degrees Celsius”. A Firenze ne avevo lasciati poco meno di 20. Dal finestrino, che vedevo poco, avendo il famigerato middle seat, ho iniziato a scorgere le file di casette tutte uguali della periferia londinese. Quanta tristezza, quanta bruttura. Quelle casette di mattoncini rossi della rivoluzione industriale, tutte uguali, piccole e umide.
Ben arrivata.
Mi avvio verso la campagna, inizia a piovere. Piove e smette, e ricomincia, e smette, e tira il vento. Grande classico.
Arrivo in paese. Ho un’oretta da perdere prima di incontrare gli amici per pranzo, così mi parcheggio in un caffè del mio vecchio quartiere. Prendo una tazza di Earl Grey a 200 gradi, leggo cose qua e là sul cellulare. Alzo un attimo lo sguardo, e vedo che sulla strada sta passando lui. Proprio lui.
Il p.d.m.
Oppebbacco.
Vederlo col sacchettino di un supermercato mi rassicura sul fatto che non sarà dei nostri a pranzo (non che avessi dubbi). Mi dico che ci sta, visto che il posto di lavoro è lì vicino. E poi poteva anche andare peggio, potevo proprio incontrarlo davvero, faccia a faccia.
Mi avvio verso il vecchio lavoro. Incontro gente che mi chiede se sono tornata (NO!). Si va al solito pub per un pranzo di due ore e più (è il giorno prima delle vacanze, e c’è molta gente dei dintorni che in vacanza praticamente c’è già). Conto che, poco più di due ore dopo, tornerò al pub, e avrò giusto il tempo di passare da casa di D. per lasciare la borsa e darmi una rinfrescata, prima di uscire di nuovo.
Rientrando verso l’ufficio, incontro di nuovo lui.
Il p.d.m.
Questa volta, si sta dirigendo verso un altro edificio del campus, in compagnia del suo capo. Sotto il mio ombrello si ripara una mia amica e sua collega – la quale, ovviamente, non vuol farsi vedere dal capo dopo una pausa di due ore. Ignoriamo entrambi con eleganza. Un altro proiettile schivato.
Saluto tutti, e decido di chiamare un taxi, perché piove, e ho la borsa, e me lo posso permettere. Il taxi ha altri piani, e mi dice di aspettare 20 minuti.
20 minuti!
L’ansia comincia a salire, perché il p.d.m. prima o poi dovrà tornare indietro, e io dovrò attendere lì per un bel po’. Andrà tutto bene?
No.
Lui e il suo capo tornano, io sono ancora lì come un barbagianni ad attendere. Per educazione, soprattutto nei confronti del suo capo, faccio un cenno di saluto. Penso di essermela cavata con poco.
No.
No, questo buffone, che quasi un anno prima avevo preso a male parole, al quale avevo promesso che non l’avrei mai più contattato in vita mia, si è fermato a chiacchierare.
Hello, stranger!
Hi.
Paralizzata e allibita, l’ho sentito parlare del più e del meno, del suo recente viaggio in Australia, della bimba dei suoi amici che avevo conosciuto anche io.
Vai a Barcellona, eh? (non ti parlo da un anno e sai i miei programmi?!)
Scusate, ma io ho le prove della nostra ultima discussione, e del punto che ho messo. È stata un’illusione, tipo Fight Club?
Keep in touch!
(KEEP IN TOUCH?!?)
Il mio contributo alla conversazione è stato una sinfonia di eh… mmm… ah… ehm… Nice… OK… See you.
Avrei voluto essere un’altra persona, o quantomeno una me più preparata per questo tipo di incontro. Una che gli avrebbe detto: “scusa, chi cazzo ti conosce?”
Non è andata così. Io non ho MAI la risposta pronta, quando serve.

Fortunatamente, il resto della permanenza è stato migliore. Ho incontrato ex capo, che mi ha dedicato un’ora del suo tempo nonostante il braccio rotto (!), e gli amici a cui tenevo di più.
A chi mi fa notare che dico tanto che l’Inghilterra mi fa schifo ma son sempre là (che, per inciso, non è assolutamente vero), rispondo che sì, l’Inghilterra mi fa assai schifo. Mi fa schifo il clima, la qualità della vita. Ma i miei amici no. Quelli mi mancano ogni giorno.

     

      Si abbandona Albione (e il brutto tipo) e si torna in Toscana

La settimana scorsa sono uscita a cena con un gruppetto di persone. A un certo punto, quando ormai tutti hanno finito di mangiare, l’oste (chiamiamolo così) ci porta tre personaggi passati di lì per caso, e che – a suo avviso – si sarebbero trovati bene a fare due chiacchiere con noi davanti a un bicchiere di vino.
C’erano una volta una ragazza indiana, e un signore di Liverpool con il nipote.

E poi c’ero io, seduta di fronte al ragazzino di Liverpool.

Ora, chi non avesse dimestichezza col cosiddetto accento “scouse” mi creda sulla parola: è pressoché incomprensibile. Aggiungiamo che il protagonista è un ragazzo giovane e molto timido. E un po’ balbuziente.
Nonostante tutto, e nonostante le mie continue e imbarazzate richieste di ripetere (perché non capivo un cazzo, diciamolo), ci siamo intesi. Mi ha raccontato che avrebbe iniziato l’università a settembre. Io gli ho dato un po’ di consigli turistici su Bologna, che avrebbero visitato l’indomani.
Quando è stata ora, per me, di andare a casa, mi ha voluto abbracciare, lasciando di stucco lo zio.
Mi ha fatto sorridere. Chiaramente avevo di fronte un ragazzo, diciamo così, socially awkward, quasi sicuramente oscurato dallo zio chiassoso (il classico signore inglese di mezza età che incontreresti al bancone di un pub, rosso in volto dopo la sesta pinta), che trova interesse e attenzione da parte di una persona che forse gli piaceva un po’.
Ho fatto una fatica atroce per conversare, ma ne è valsa la pena.
Sembra una cazzata, ma essere gentili con gli altri fa bene.
(anche se non tutti se lo meritano).

A volte ritornano

Mi ci è voluto un po’ per decidermi a ricominciare a scrivere. Sarà che non ho grandi avvenimenti da annotare, o semplicemente sono diventata pigra. Ora che ho un uso esclusivo del divano, e ho addirittura una TV moderna, ho scoperto un hobby tutto nuovo: spigozzamento (voce del verbo spigozzare, sonnecchiare) davanti allo schermo. Uno schermo di dimensioni oneste per guardare serie TV e il mio nuovo programma preferito: Casa Mika. Ecco, l’unico altro motivo (il primo è Alberto Angela) per pagare il canone Rai. C’è troppo pessimismo in me, troppa rassegnazione allo schifo, troppo sconforto, e Mika è l’antidoto perfetto. Sorrisi – non risate rumorose – dall’inizio alla fine. Se la sua casa esistesse davvero, è lì che vorrei abitare.

Negli ultimi mesi, dicevo, non sono successe cose incredibili.
Ho affrontato la prima estate italiana dopo quasi 10 anni, e dopo giorni a 40°C ho capito che avevo passato troppo tempo in Inghilterra.
Ho probabilmente prosciugato le fontane di Roma dopo il concerto degli U2, che invece a loro volta mi avevano prosciugato il portafogli. Ho fatto perfino un viaggio a Londra andata/ritorno quasi in giornata per loro (e anche per James).
Ho fatto le ferie (obbligate) ad agosto per la prima volta nella mia vita. Sono tornata a San Sebastian, e sono andata a trovare gli amici a Oxford.
Mio malgrado, ho dovuto rivedere anche il p.d.m., nonostante gli sforzi del destino e degli amici di tenermelo lontano. Avevo già messo in conto un arrivo terribile con atterraggio direttamente sul barbecue a casa di una comune amica (l’unica che lo compatisce), invitata anche la simpatica fidanzata. E invece, alle ore 400, mi sveglio per andare in aeroporto, accendo il telefono e, 250 messaggi dopo, scopro che la casa dell’amica si è allagata, e il barbie è conseguentemente annullato. Spiace per lei, ma sia lode al grande Poseidone, dio delle acque e mio liberatore! Penso che forse un santo in paradiso ce l’ho pure io. La bella sensazione dura poco, perché – si sa – il vero stronzo sa sempre come distinguersi. Nello specifico, si auto-invita ad una festa a casa di N., dalla quale era stato giustamente escluso, ma della quale era venuto a sapere da qualcuno (la classe dell’auto-invito è indiscutibile). Credevo peggio, ma è stato semplice ignorarsi vicendevolmente. Non ci siamo neppure salutati. L’ho intravisto un paio di volte osservarmi o commentare con qualcuno qualcosa che stavo dicendo, ma nient’altro. Ho visto una persona con poco da dire, incapace di relazionarsi con persone che non fossero i colleghi del suo gruppo. Una persona che si è fatta attorno terra bruciata, e senza aiuto da parte mia. Che poi il bello è quello: sicuramente pensa che sia io il grande burattinaio.
Ho visto una persona presentarsi ad una festa di addio di due amiche col solo intento di cercare di socializzare con chi sarebbe rimasto (come alla mia festa di addio, del resto). Ho visto questa persona andarsene senza nemmeno salutare le partenti. Chapeau.
Ho rivisto altri amici, a Oxford. Quelli del quiz. Ho scoperto che la fidanzata di M. in effetti esiste, e un po’ ci sono rimasta male.
Ho rivisto ex capo, col quale occasionalmente ora chiacchiero su WhatsApp. A quanto pare sono il suo unico contatto, a parte un pulitore di finestre (!). Me ne vanto.
Ho anche, in questi mesi, traslocato nella mia nuova casa. Ogni tanto ho incubi a base di coinquilini, ma poi mi sveglio da sola e tiro un sospiro di sollievo. Guardo fuori dalla finestra del salotto, vedo la cupola del Brunelleschi, e penso che poteva anche andarmi peggio.
Ho messo insieme qualche amica, ma dovrei smetterla di confrontare tutto con Oxford o Sydney. Devo darmi tempo.
Ho avuto un paio di “appuntamenti” con un ragazzo molto simpatico, ma temo che le nostre aspettative siano diverse. Ho paura di dover imparare come si fa a friendzonare (sigh) una persona, e temo di non avere le capacità.
Ho iniziato un corso di francese (ci sta), uno di yoga (alternativa a pilates), e uno di ceramica. Ceramica! Prevedo mensole piene di tazze e ciotole sbilenche.
Ho “corso” una DJTen. Mi interessava la maglietta.
Ho riscoperto i piccoli piaceri dell’Italia: tasse, accise e balzelli per qualunque cosa, ritardi e scioperi, inciviltà. Provo profonda ammirazione per gli stranieri che vengono qui e devono navigare la burocrazia, e non  nascondo che mi mancano i bei tempi delle buste paga con 2 o 3 voci al massimo e delle volture gratuite.
Ho visto l’Italia che non si qualifica ai mondiali per la prima volta in 60 anni, cosa che sinceramente speravo di non vedere mai.

Penso spesso all’Australia, e mi manca. A volte chiudo gli occhi e posso ancora andare a piedi da casa mia a Maroubra, scendere la collina e intravedere i primi surfisti. Posso farlo, in realtà, anche ad occhi aperti. Anche ora. Vorrei avere la certezza di poterci tornare presto, e non ce l’ho.

Tra mezz’ora è il mio compleanno. Non ho grandi programmi, non sarà memorabile. Forse dovrei fare bilanci, ma se li facessi non sarei del tutto soddisfatta. E quindi non li faccio.

Pasticcini, prosecco, e al prossimo anno.
On air: Noel Gallagher’s High Flying Birds – Holy Mountain

Cosa pensano le creature del mare?

E’ stato bello fuggire da qui, un paio di settimane fa. A ben vedere, è sempre bello fuggire da qui, ma questo è evidente.

Sono stata alle Azzorre. Quelle dell’anticiclone, per intenderci. Quell’arcipelago che, alla fine dei conti, è a solo 4 ore di volo da Londra, forse un paio da Lisbona, eppure ha l’aria di essere un luogo sperduto nel mezzo del nulla. In effetti un po’ lo è: 9 isole sparse in mezzo all’Atlantico, 9 speroni di roccia punteggiati di vulcani spenti, dove però la terra ribolle ancora, e là sotto fa ancora così caldo che puoi scavare una buca e metterci una pentola e cucinare uno stufato.
La natura è ancora abbastanza incontaminata, e quell’umidità insopportabile, che quasi ti toglie il fiato, ti premia poi con il verde più verde che tu abbia mai visto, e migliaia di ortensie, e ananas che di così buoni e dolci e succosi vi assicuro che non ne avete mai mangiati.
E poi ci sono le caldere dei vulcani, trasformate in laghi azzurri come sulle Alpi, e le spiagge nere di sabbia vulcanica, e l’oceano blu come gli zaffiri (o il “coer de la mer“, se preferite un riferimento cinematografico), i delfini a decine, e un fondale che non ti aspetti in un posto che non ha una barriera corallina. C’era la stella marina rosso fuoco, e il pesce pappagallo (immancabile), e il riccio di mare che non punge, e il pesce palla. Gonfio, arrabbiato, e tenerissimo. Piccino piccino!

L’architettura è interessante. Le case hanno tutte (o quasi) le porte e le finestre incorniciate da basalto, la pietra vulcanica che evidentemente abbonda. E’ il segno particolare, quello che rende unici gli edifici di queste isole.
Questa, per fare un esempio, è la porta della città di Ponta Delgada. Anche lei incorniciata di basalto. Oggi si trova in una piazza del centro, e la sua funzione è essenzialmente decorativa. Ma un tempo, quando non era ancora stata costruita l’Avenida, era lambita dal mare, e chi attraccava a Ponta Delgada varcava davvero quella porta per entrare in città.

Il Portogallo è un luogo strano. Forse non il posto migliore dove trascorrere tempo per una persona come me, assai ancorata al passato.

Saudade.

L’avevo gia avvertita a Lisbona, anni fa. Guardavo la Torre di Belem, minuta accanto ad uno degli argini dell’estuario del Tago (non fatevi ingannare dalla prospettiva: In confronto al fiume, è davvero piccola). Un tempo osservava i vascelli che lasciavano il Portogallo verso i nuovi mondi, ed era forse un sollievo per chi finalmente la scorgeva all’orizzonte, tornando in patria. Ora è un delizioso elemento architettonico, un piccolo gioiello che ha ormai dimenticato gli splendori delle esplorazioni.
Le Azzorre fanno lo stesso effetto. Del resto, una volta scoperte, fungevano da fermata intermedia tra l’Europa e le Americhe. Secoli di ricchezza che si riflettono nell’architettura pregevole di Angra do Heroismo, per esempio. Senza più navi da riparare e rimettere in acqua verso chissà dove, senza tesori da dichiarare alla dogana, Angra ora è una pigra cittadina di mare, graziosa e quasi senza tempo. Mi è dispiaciuto lasciarla. Avrei tranquillamente passato settimane sdraiata sulla spiaggia nera, tuffandomi di tanto in tanto nelle acque temperate (incredibile! O forse credibile, cara la mia corrente del Golfo) dell’Atlantico. A chiedermi cosa pensano le creature del mare, quando un goffo esemplare di umano avvolto in una muta, e con la maschera e il boccaglio, si aggira sul pelo dell’acqua cercando di incontrare il loro sguardo. La natura è un posto difficile, eppure la loro vita sembra incredibilmente semplice da vivere.

La cosa buona di questa vacanza è che mi ha completamente scollegato dalla realtà. I casini del lavoro, le rotture di palle della vita… Svanite nel vento, disperse nell’oceano, evaporate nelle nubi.
Almeno fino a quando la saudade non ha colpito. Perché è bello viaggiare da soli, ma ogni tanto manca qualcosa. Forse dovrei smettere. Ma c’è ancora tanto mondo da vedere!
E dopo la saudade, l’ansia. Dover tornare, dover lasciare il sole, il bagno delle 7 di sera nella piscina con la gente del posto, la lingua che ormai cominciavo a capire, il pesce buono a poco prezzo, quei maledetti ananas, il mare… L’ultimo giorno è stato il più difficile.

C’è una nave che vorrei che lasciasse il porto, ma continuo a scorgerla all’orizzonte dalla mia Torre di Belem.

 

Brexit (vere e metaforiche), porte e finestre

Come sempre mi succede, avevo in mente di scrivere un post, ma poi… Beh, non l’ho scritto.
Il titolo potrebbe sembrare già datato, ma poiché la realtà è che nessuno sa esattamente cosa stia succedendo/succederà, il tema resta attuale. Sia in senso letterale, sia in senso metaforico.

Brexit (letterale): Ho passato una settimana in Italia, in vacanza, e ovviamente la questione Brexit era il tema di molte conversazioni. Cosa vi devo dire? Nessuno sta capendo nulla della situazione, e la parola d’ordine è incertezza. Quello che posso confermare è che l’ho presa molto peggio di quanto avrei creduto. Nelle settimane precedenti al referendum, scherzavo con gli amici che la Brexit sarebbe avvenuta, e l’Europa avrebbe finalmente sbattuto fuori questi parassiti. Ah ah ah! E, anche se segretamente speravo che succedesse, solo per vedere l’effetto che fa, dentro di me ero certa al 99.9% che non avrebbero fatto una cagata pazzesca come questa.
Che poi, a mio avviso, è quello che pensavano Cameron & co. “Ah ah ah! Ma daaai, ma figurati se votano per uscire!”. Eh. Figurati.
E’ stato tutto molto surreale. La sera prima, con un gruppetto di amici + stronzo e consorte a rimorchio (tornerò sull’argomento a breve), eravamo andati a vedere un concerto di Ennio Morricone in un parco fuori Oxford. Quella serata, quel bel tramonto che abbiamo visto, la musica stupenda… Sono come lo spartiacque tra passato e futuro.
Non mi voglio addentrare ulteriormente nella faccenda (a meno che qualcuno non sia interessato ad opinioni specifiche), ma quello che mi ha colpito di più è stata la dilagante mancanza di senso civico, di comprensione di quanto sia importante il voto (mi riferisco a quelli che, intervistati sul risultato, hanno dichiarato di aver votato per uscire “perché io mica lo sapevo che il mio voto contava qualcosa”. Ecco). Senza contare il fatto che questo voto ha praticamente dato carta bianca ai razzisti sottobanco per attaccare in maniera indiscriminata chiunque non sia un vero inglese (che sarebbe?) e parli un’altra lingua (storia vera, ed è capitato anche ad un mio amico). Una situazione preoccupante.

Brexit (metaforico): sulla scia del caos, ho deciso che anche io di attuare un piano di uscita, in questo caso dalla scomoda situazione di cui ho già abbondantemente parlato. Un piano molto più ragionato della vera Brexit, senza dubbio. La cosa si è materializzata come eliminazione dalla lista di contatti di un noto social network. In termini pratici, non si trattava di una mossa particolarmente rivoluzionaria: era già in vigore da oltre un anno un blocco del contatto stesso, forse la cosa più intelligente che abbia fatto in tutto questo tempo. Ma, si sa, al giorno d’oggi ci si prende e ci si molla online, e quindi la rimozione dal social era praticamente come mettere un punto a questa storia. Naturalmente ho avuto una valanga di ripensamenti.
“In questo periodo di incertezza – mi dicevo – dovremmo stare uniti, e io chiudo la porta?”. Ma uniti in cosa? Non ci parliamo nemmeno.
Ci ho pensato per un po’, e avevo anche valutato di dirgli qualcosa. Una specie di dichiarazione dell’ovvio, ma poi ho lasciato perdere. Che altro c’era da dire che non ci fossimo già detti decine di volte? E così sono sparita nell’ombra.

Li sbatti fuori dalla porta, rientrano dalla finestra: un paio di settimane fa, dopo un mesetto di silenzio, eccolo che riappare. Si dice dispiaciuto che non siamo più amici sul social, e mi chiede se non ci voglia ripensare. Mi sfugge un sospiro. Ovviamente, prima di decidere su qualunque tipo di azione, mi rivolgo a fidati consiglieri ed illustri esperti. I quali, all’unanimità, gridano: “No! Non gli rispondere!”.
Ma, si sa, i consigli sono fatti per non essere seguiti. Rispondo che boh, che senso ha riconnettersi online se poi tanto non ci si parla neanche? Lo scambio di messaggi è stato emblematico, soprattutto perché finalmente sono riuscita a paraculeggiare come e meglio di lui, rigirando la frittata come i migliori campioni (tipo lui), e servendomi delle sue stesse parole. Solita manfrina su come questo gran casino (che, ricordiamo, ha creato lui) abbia influito negativamente sulla sua relazione (e allora? Devo farmi carico dei vostri problemi di coppia?), che sta facendo il possibile, che possiamo sistemare le cose, e che gli manco e bla bla bla. Praticamente mi ha tirato fuori dalle dita quello che gli avrei voluto dire quando l’ho eliminato, lasciando poi perdere. Che a me sta cosa che sia una terza persona a decidere sta sul cazzo, e che sentirsi ogni tanto o bersi una birra non dovrebbe essere così complicato, e non dovrebbe richiedere permessi. Poi, se a lui sta bene che comandi lei anche la sua vita sociale, saranno cacchi suoi. Io non ci sto.
Come sempre non si è deciso nulla, solo la promessa di “fare il possibile”.
[“Vorrei solo sapere se la porta è ancora aperta”. Beh, diciamo che ora è più una finestra].
Si è però assistito ad un interessante scambio di ruoli: l’anno scorso ero io che lo cercavo, e mi rompevo la testa cercando una soluzione. Ora lo fa lui. Perché il vero egoista e pieno di sé detesta essere scaricato. E, evidentemente, arriva anche ad umiliarsi.

Conclusioni: In tempi non sospetti, e in numerose occasioni, gli avevo ricordato che, in soldoni, alla gente generalmente non piacciono gli stronzi. Che se non mostri interesse o dedizione, i rapporti si logorano. Che, se gli amici non ti invitano più, un paio di domande te le devi fare. Farle a te stesso, non a me, cercando di darmi la colpa.
E’ evidente che questo paciugo ha influito molto su aspetti che vanno al di la’ del me/lui. Ed è qui che, se mi guardo indietro, capisco di aver vinto: nonostante sia stata da cani per mesi e mesi, ho continuato ad investire le poche energie rimaste nelle persone che mi circondavano. Quelle che sentivo di avere un po’ trascurato per fare spazio a *lui*, perché contava solo lui. Il risultato è che io sono riuscita a circondarmi di persone che, anche se non saranno i migliori amici a cui raccontare ogni dettaglio della mia vita, ci sono e mi tengono compagnia, e riempiono le mie giornate.
Lui? Beh, gli amici da qualche parte li avrà, ma quelli che abbiamo in comune dicono di lui cose tipo: “Aveva detto che sarebbe venuto alla festa, ma non c’era. E non è che mi sia dispiaciuto tanto, eh”. Chi è causa del suo mal…

And the winner is…

Avevo questo post pronto a partire più o meno un mesetto fa, ma poi la vita si è messa in mezzo, la noia l’ha fatta da padrone, ed eccomi qui, 25 giorni dopo, a riprenderlo in mano.
In origine, doveva essere dedicato alla vittoria al pub quiz, con breve riflessione sull’importanza del pub quiz stesso a livello sociale. Voleva anche essere una celebrazione di questo evento, la prima vittoria da che abito in UK. Che, a voler vedere, è un bello schifo. A Sydney avevo uno squadrone e vincevo di continuo, e i premi erano anche più interessanti (generalmente più soldi da spendere al pub). Qui ci son voluti 3 anni di tentativi. E non mi son neanche goduta il premio, ma poi non mi posso lamentare: sono andata in vacanza a ripetizione.

Ad ogni modo, il titolo del post si presta bene anche al resto delle riflessioni che ho accumulato in queste settimane. Ci sono tanti vincitori a cui deve essere riconosciuto il giusto merito. Andando in ordine più o meno cronologico:

  • Il tizio della telefonata: chi ha letto il post precedente ricorderà il personaggio di dubbia qualità col quale avevo avuto un altrettanto dubbio appuntamento telefonico. Dopo un mio ultimo messaggio di risposta ad una sua qualche domanda inutile, lui non aveva più scritto. Io nemmeno, e per me era finita lì. Naturalmente, mentre sono in giro per Nizza a farmi i cavoli miei, mi arriva un messaggio da lui, che diceva più o meno: “Ciao, volevo sapere come va e com’è andato il weekend in Italia [di due settimane prima, n.d.r.], e se avevi ancora voglia di incontrarci per bere una cosa. Non c’è problema se non sei più interessata!” – gli avrei voluto rispondere con una cosa a metà tra l’emoji che piange dal ridere e un “macheccazz?”, e poi ho pensato che non avevo tempo da perdere. Silence treatment.
  • Gary: trattasi non della lumaca amica di Spongebob, bensì di un tizio trovato sempre sulla terribile Happn, e che avevo erroneamente etichettato come “normale”. Uno col quale scambiavo un paio di messaggi al giorno, e del quale elogiavo l’atteggiamento da non rompiballe. Mi chiede un paio di volte di uscire, e io declino per altri impegni (ragazzi, ho anche la mia vita da vivere, abbiate pazienza). Finalmente ci accordiamo per quando sarei tornata da Nizza. Non lo sento per qualche giorno e avverto già le vibrazioni negative. La mattina del giorno dell’appuntamento, mi arriva un messaggio che dice: “Scusa, non posso uscire stasera, non sto bene e non sono neanche andato a lavorare”. Ovviamente il Fantozzi che è in me ha gridato alla cagata pazzesca, ma ho mangiato la foglia e gli ho augurato una pronta guarigione. Un paio di giorni dopo mi manda un messaggio chilometrico in cui mi spiega che in realtà aveva conosciuto un’altra, e che non sapeva cosa fare e un sacco di altre cagate. Grande Gary! 2 pagine di messaggio al quale ho risposto con un elegante: “OK, ciao”. Dai Gary, c’era davvero bisogno di scrivere quel messaggio da giustificazione delle medie?
  • Mrs J: chiameremo così una delle mirabolanti protagoniste del mio nuovo lavoro. Che insegna al corso in ambito di leadership, risorse umane, varie ed eventuali. Dopo la prima parte di corso, abbiamo fatto un debriefing per vedere com’erano andate le cose: per parte nostra (team che si occupava soprattutto di logistica) era andato tutto perfettamente, la gente era entusiasta, e tutti i piccoli problemi erano stati sistemati. Il responso degli accademici (inclusa Mrs J): “Sì, brave, ottimo lavoro. Però questo non andava, e questo, e questo, e quello, e quell’altro, e bla bla bla”. Ora, fin qui non me ne fregherebbe un cazzo, perché trattasi di gente che non ha una buona comprensione della realtà. Ma quando ti tocca di seguire una sessione, e finisci col sentire lei che spiega agli studenti che il feedback generico (es. “Bravo, ottimo lavoro”) deve essere evitato, in favore di feedback specifico sulle cose che si sono fatte bene… E ripensi a quel debriefing… Scappa un po’ da ridere.
  • Io: mi auto-assegno il premio di vacanziera dell’anno: in 2 settimane mi sono sparata Costa Azzurra e Croazia. Assaggini, ok, ma mi congratulo con me stessa perché le ho azzeccate tutte. Location, spostamenti, periodo, alloggi, cibo… Brava soprattutto sull’alloggio di Spalato, con annessa socializzazione con i proprietari e merenda con fettona di torta e in TV la Paperissima croata con i politici che cadevano da ogni dove.
  • Io (di nuovo): perché finalmente mi è riuscito il colpaccio. Quello vero. Finalmente il p.d.m. ha ammesso le sue colpe! E’ stata un’esperienza vagamente mistica e quantomeno surreale. Non ero neanche del tutto certa che stesse veramente dicendo quello che stava dicendo. Per farla breve, l’ho praticamente costretto a mantenere la sua parola rispetto al nostro rendez-vous dopo quello che avevo organizzato io un mesetto abbondante fa. Nel decidere le date, mi ha detto che a giugno la paranoica sarebbe tornata, e quindi non ci potevamo vedere, e avremmo dovuto parlare. Che palle! Ma vabbè, me la son cercata. Come sempre, la serata va bene, si ride, si scherza e si fa finta di niente, fino a che ovviamente bisogna arrivare al dunque. E io, a quel punto ormai stremata perché, cazzo, non so in quale altro modo spiegarti qual è il problema, resto sorpresa: mi sento dire cose tipo “Tutto questo gran casino è solo ed esclusivamente colpa mia, non sono stato un buon amico, e se non vorrai perdonarmi lo accetto e sarà una mia perdita, sei sempre stata molto meglio di me”. Eh? Cioè, mi stai dicendo che, dopo avermi accusato delle peggio cose, ora finalmente ammetti che in realtà le cose stavano un po’ diversamente? Santi numi!
    Ovviamente c’era anche il però: eh ma per restare amici, lei deve essere d’accordo, e quindi tipregotipregotipregotiscongiuro sii gentile con lei quando la vedi, o tutto andrà in fumo. La cosa che sono riuscita ad estrapolare è che lui non è che non si fa sentire perché non gliene frega (cosa che sospettavo, e che mi faceva anche un po’ girare i coglioni e mi faceva domandare che cazzo stessi ancora a perder tempo, come gli ho espressamente detto), ma perché sai, io abito con lei, e se sente il mio cellulare che suona poi mi chiede chi è, e se sei tu (io che magari dico: “Ciao, come va”)… “Però io sono libero di fare quello che voglio” – dì, parliamone! Ed è stato lì che ho avuto quel senso di deja-vu, del vecchio Andy di New York e la moglie che lo comandava e non potevamo essere amici (io, minaccia fantasma a un oceano di distanza). Questi son smidollati e vanno evitati come la peste, ecco tutto.
    Abbiamo continuato a parlare anche dopo che ci hanno sbattuto fuori dal pub, e nonostante gli dicessi di andare a casa, ché so badare a me stessa e l’autobus lo aspetto tranquillamente anche da sola, lui stava lì, e si scusava, e mi abbracciava e mi diceva quanto ero meglio di lui, e “sai vero che ti voglio bene”. No.
    Ovviamente resta aperta una questione: metti che per qualsivoglia motivo io e lei non ci incrociamo per chissà quanto (come del resto è già successo: se escludiamo la festa di Natale, dove mi sono smaterializzata, io lei l’ultima volta l’ho vista quasi un anno fa), noi due che si fa? E gliel’ho anche ripetuto via messaggio, e non ho avuto risposta. Eh, perché non c’è risposta. Se dev’essere una terza persona a decidere, io non so mica se ci voglio stare. Non gli piacerà ammetterlo, ma comanda lei, e a lui va da dio perché non deve decidere nulla. Lui è quella persona lì.
    Detto ciò, questa è una piccola soddisfazione e me la gusto. Come ha giustamente commentato Abe: “il suo riconoscimento delle proprie colpe ti farà assaporare il gusto della giustizia. Come se l’universo fosse tornato a combaciare. Ti sei tolta quello spiacevole senso di asimmetria e ingiustizia”.
    Cazzo, sì!

Onwards and upwards.

Soundtrack: Muse – Map of your head

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